di Gaetano Colonna.
Molti di noi sanno, a grandi linee, che agli studenti delle nostre scuole di ogni ordine e grado vengono debitamente somministrati i contenuti programmatici della cosiddetta Agenda 2030 delle Nazioni Unite: si tratta dell’assai ambizioso programma di rinnovamento mondiale lanciato dall’Onu nell’ormai lontano 2015, articolato su diciassette principali obiettivi, che in pratica coinvolgono tutte le attività umane sul nostro pianeta.
In questo momento ci interessa rammentare più specificamente l’obiettivo 16 dell’Agenda 2030, espressamente dedicato al tema “pace e forti istituzioni internazionali”, per confrontarlo con quanto sta accadendo in Medio Oriente.
La missione Onu UNIFIL
Forse non è stato abbastanza sottolineato il fatto che proprio le Nazioni Unite sono presenti, con un importante contingente militare, cosiddetto di interposizione, nel Libano meridionale, lungo la cosiddetta Linea Blu, un’area che è attualmente vero e proprio fronte di guerra, a seguito dell’operazione militare, denominata Nuovo Ordine, iniziata da Israele dopo l’uccisione del segretario del Partito di Dio (Hezbollah), Hussein Nasrallah, lo scorso 30 settembre.
La missione Onu è presente in Medio Oriente fin dalla conclusione della precedente invasione israeliana del Libano, operazione Pace in Galilea, iniziata nel 1982 e conclusasi solo nel 2000 col ritiro delle truppe dello Stato ebraico.
La missione Onu, denominata Unifil, ha ricevuto un nuovo assetto nel 2006, a seguito della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’11 agosto di quell’anno, a conclusione del primo conflitto d’Israele con Hezbollah.
L’Onu decise in questa occasione, fra le altre cose, di ampliare il suo contingente, fino ad un massimo di 15mila unità, mentre l’esercito regolare libanese si impegnava a propria volta a dispiegare anch’esso almeno 15mila unità nell’area meridionale del Paese dei Cedri. Scopo della missione in sostanza era quello di evitare un diretto contatto fra le due forze contrapposte.
L’attuale schieramento Unifil, secondo fonti ufficiali, colloca il suo Quartier Generale a Naqoura. La sua area operativa si estende dalla Linea Blu a sud fino al fiume Litani a nord, divisa in due settori. Cinque battaglioni sono dispiegati nel settore ovest, con quartier generale a Shamaa, quattro nel settore est, quartier generale a Marjayoun. A Burj Qallawiyah si trovano le forze di supporto del comando centrale. Unifil è anche presente nell’aeroporto e nel porto di Beirut, oltre a disporre di una sede amministrativa nella capitale libanese.
L’intimazione di Israele
Dopo essere pesantemente intervenuto contro Hamas nella Striscia di Gaza, a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre di un anno fa, Israele ha deciso di risolvere anche il contenzioso aperto con Hezbollah, ritenuto longa manus dell’Iran shiita nella regione, e soprattutto consistente forza politico-militare apertamente ostile a Israele.
Dopo una lunga preparazione di intelligence, bombardamenti aerei, uccisioni selettive e massive, col graduale spostamento di quattro brigate, per oltre 15mila uomini, sulla frontiera settentrionale del Paese, Israele si appresterebbe anche ad un’operazione terrestre nel sud del Libano, ove si trova appunto dislocato il contingente Onu.
Ecco a questo punto che, lo scorso 1° ottobre, Unifil ha emesso il seguente comunicato:
«Ieri, le IDF (Forze armate israeliane) hanno notificato a UNIFIL la loro intenzione di intraprendere incursioni limitate via terra in Libano.
Nonostante questo pericoloso sviluppo, le forze di peacekeeping rimangono in posizione. Stiamo regolarmente adeguando la nostra posizione e le nostre attività e abbiamo piani di emergenza pronti da attivare se assolutamente necessario. La sicurezza delle forze di peacekeeping è fondamentale e a tutti gli attori viene ricordato il loro obbligo di rispettarla.
Qualsiasi attraversamento in Libano viola la sovranità e l’integrità territoriale libanese e viola la risoluzione 1701. Esortiamo tutti gli attori a fare un passo indietro da tali atti di escalation, che porteranno solo a più violenza e più spargimento di sangue.
Il prezzo per continuare con l’attuale linea d’azione è troppo alto.
I civili devono essere protetti, le infrastrutture civili non devono essere prese di mira e il diritto internazionale deve essere rispettato.
Invitiamo fermamente le parti a ribadire il loro impegno nei confronti delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e della risoluzione 1701 (2006) come unica soluzione praticabile per riportare la stabilità in questa regione».
Il portavoce di Unifil, il funzionario italiano Andrea Tenenti, ha detto che Israele ha notificato la sua intenzione di lanciare operazioni di terra in Libano il 30 settembre e “ha chiesto di trasferirci da alcune delle nostre posizioni”.
“Le forze di pace rimangono in tutte le posizioni e la bandiera delle Nazioni Unite continua a sventolare”, ha dignitosamente affermato.
La reazione irlandese
Poiché l’intimazione israeliana metteva in causa in particolare i 347 soldati del contingente irlandese, collocati in due dei 25 avamposti sulla Linea Blu, dislocati nel Golan, la reazione dell’Irlanda è stata durissima.
Il presidente irlandese, Michael D. Higgins, ha stigmatizzato quelle che ha definito minacce “oltraggiose” contro le forze di pace, da parte di Israele, che “ha cercato di far evacuare i villaggi che esse stanno difendendo”. Il suo intervento è avvenuto fra l’altro pochi giorni prima della visita del primo ministro irlandese alla Casa Bianca. Higgins ha aggiunto che Israele ha chiesto all’intera missione di mantenimento della pace dell’Unifil in Libano di “allontanarsi” dal conflitto.
James Browne, un giovane ministro della giustizia irlandese, ha detto domenica che le truppe irlandesi si trovano in condizione di “pericolo reale”, ed il presidente ha avuto ragione a parlare apertamente. “Le Nazioni Unite hanno chiarito che non rispetteranno la richiesta dell’IDF di ritirarsi”, ha detto Browne all’emittente RTÉ.
“Siamo impegnati nella missione”, ha sua volta affermato il capitano Kevin Kenny, portavoce delle forze di difesa irlandesi sul campo.
Il futuro delle “missioni di pace”
Facendo seguito a questi avvenimenti, il 6 ottobre, Unifil emetteva un altro comunicato:
«L’UNIFIL è profondamente preoccupata per le recenti attività dell’IDF immediatamente adiacenti alla posizione della Missione 6-52, a sud-est di Marun ar Ras (Settore Ovest), all’interno del territorio libanese. L’IDF è stata ripetutamente informata di questa situazione in corso tramite canali regolari.
Questo è uno sviluppo estremamente pericoloso. È inaccettabile compromettere la sicurezza dei peacekeeper delle Nazioni Unite che svolgono i loro compiti assegnati dal Consiglio di sicurezza.
L’UNIFIL ricorda urgentemente a tutti gli attori i loro obblighi di proteggere il personale e le proprietà delle Nazioni Unite».
Si pone quindi a questo punto la cruciale domanda su cosa avverrà della forza Onu di interposizione, della quale, come forse non tutti sanno, fanno parte 1.200 soldati italiani coordinati dalla Brigata Sassari, al cui comando si trova il gen. Stefano Messina.
Tecnicamente, nel caso in cui le forze israeliane avanzassero via terra, Unifil si troverebbe a non poter più svolgere ovviamente il ruolo di forza di interposizione ad esso assegnata: venendo meno lo scopo della missione, ci sarebbero quindi tutte le condizioni perché le Nazioni Unite ne dispongano il ritiro.
Tre domande
Poniamo a chi legge, ma non solo a voi, tre semplici interrogativi.
Primo: come mai, nei vari sproloqui dei grandi media, nessuno parla di questa situazione, che tocca direttamente l’Italia? Perché non rendono noto a noi Italiani che potremmo essere costretti a ritirarci da una missione di pace a causa dell’attacco israeliano?
Secondo: perché il governo italiano non si è espresso con la stessa chiara determinazione di quello irlandese nel rispondere all’intimazione dei capi militari dello Stato di Israele?
Terzo: che senso avrebbe ancora parlare di Obiettivo 16, Pace e Forti Istituzioni Internazionali, della tanto sbandierata Agenda 2030, nel momento in cui l’Onu fosse costretto ad abbandonare una propria missione a presidio della pace da un’attacco militare che viola le regole base del diritto delle genti?
Sono questi interrogativi dalle risposte molto semplici, in verità, che mostrano con grande chiarezza che il Nuovo Ordine che Israele intende imporre al Medio Oriente è basato sulla forza delle armi. Torneremo presto a parlarne.
Aggiornamento
Questo articolo è stato inizialmente pubblicato il 9 ottobre, alle 19:30 circa. Non abbiamo dovuto attendere molto per vedere quale sia il destino della missione Unifil.
Vedremo se alle tonanti parole del ministro della Difesa della Repubblica seguiranno i fatti: dovremmo chiedere all’On. Ministro come mai queste parole siano giunte il 10 ottobre e non il 2 ottobre, quando l’IDF ha intimato a Unifil di andarsene.
Tratto da: https://clarissa.it/wp/2024/10/09/il-destino-di-unifil-in-libano/

















