Il Cern di Ginevra ha un problema irrisolvibile, o almeno che per ora è tale. Si tratta degli scienziati russi e bielorussi attivi presso il laboratorio, che si occupa di ricerca sulle particelle elementari.

Non è in discussione l’esistenza in sé di questi scienziati, e meno male, ma il modo in cui è opportuno riportare i loro nomi e le loro affiliazioni.

In attesa di risolvere questo problema, dal marzo 2022 non escono più le ricerche scientifiche relative ai quattro grandi esperimenti in corso che utilizzano l’Lhc, il famoso acceleratore di particelle il cui il Cern stesso è dotato. In tempi normali, lavori di questo genere venivano sfornati praticamente a getto continuo. Ma i tempi normali, a quanto pare, sono finiti con lo scoppio della guerra in Ucraina.

La vicenda del Cern ricorda le sanzioni fai-da-te contro la Russia che sembrano partorite dalla fantasia di Lercio. Qui però sono in gioco sia il cammino della scienza, sia i destini dei cosiddetti postdoc del Cern.

I postdoc sono gli studiosi di ogni nazionalità – non solo russi e bielorussi – che continuano ad effettuare ricerche dopo aver conseguito il dottorato. Il prosieguo della loro carriera dipende dal numero di pubblicazioni scientifiche che portano la loro firma. E al Cern ci sono circa 70 pubblicazioni scientifiche in freezer.

Ha ricostruito la vicenda il quotidiano britannico Guardian. Scrive che circa il 7% dei ricercatori del Cern sono russi o bielorussi. La loro presenza discende da accordi di cooperazione internazionale validi fino al 2024. Non verranno rinnovati: ma per ora esistono. Di conseguenza, i ricercatori russi e bielorussi continuano a lavorare a Ginevra.

Però il punto dolente sono le pubblicazioni scientifiche che illustrano i frutti del lavoro al quale essi hanno partecipato. Le istituzioni del Cern non riescono a decidere come citare i nomi dei ricercatori russi e bielorussi, le loro affiliazioni ed i rapporti che esistono fra gli enti ai quali essi fanno capo ed i governi dei due Paesi.

In attesa che una soluzione si trovi, le ricerche restano in freezer, o meglio nel limbo dei preprint. Significa che non hanno ancora ricevuto la revisione necessaria per approdare sulle pagine di una pubblicazione scientifica. Sono, sì, disponibili su un server dedicato appunto ai preprint: ma – contrariamente all’uso solito – mancano adeguate informazioni a proposito degli autori e dei finanziamenti dai quali essi dipendono.

Fin qui il Guardian. Si può aggiungere che i nomi degli autori di una ricerca scientifica e le relative affiliazioni non hanno (solo) una funzione relativa alla carriera e al prestigio dei diretti interessati. Sono un po’ come l’etichetta su un barattolo di conserva del supermercato. Chi mai utilizzerebbe una conserva messa in vendita senza l’etichetta?

E così una settantina di ricerche scientifiche rimane di fatto inutilizzabile. Sono lavori ultra specialistici ed ultra di nicchia, verosimilmente assai lontani da qualsiasi applicazione pratica. Però internet, ad esempio, affonda le radici nelle ricerche del Cern. Così pure i touchscreen delle apparecchiature elettroniche.

Se qualcosa di analoga importanza potrà mai discendere dalle ricerche attualmente in corso, per il momento deve innanzitutto aspettare che il freezer venga scongelato.

GIULIA BURGAZZI