Che il calcio sia solo uno sport è un’illusione che solo i più ingenui potrebbero coltivare.

L’impatto politico dello sport più popolare dell’Occidente è immenso ed è paragonabile a quello del cinema. I calciatori sono vere  e proprie divinità per moltissime persone, e condizionano la percezione delle masse molto più di quanto facciano politici ed intellettuali, spesso disprezzati i primi e totalmente ignorati i secondi.

Non è una novità; panem et circenseserano i due elementi centrali con cui il potere, già al tempo della Roma imperiale, teneva a bada la plebe. Oggi il panem scaseggia, ma in compenso i circenses abbondano.

L’utilizzo politico del gioco del calcio per cementare i presupposti culturali del sistema è ormai sfacciato, almeno quanto l’utilizzo pubblicitario dei campioni più noti a fini commerciali, per vendere i più svariati prodotti.

In questi giorni però, con due diversi episodi, si è raggiunto l’apice dell’assurdo e qualche timido barlume di buon senso ha fatto capolino dalla palude del conformismo.

Prima del calcio di inizio della partita tra Italia e Galles del campionato europeo, giocata il 20 giugno e vinta dalla nostra nazionale per 1 a 0, tutti i calciatori della formazione gallese si sono inginocchiati in segno di solidarietà con il movimento Black Lives Matter, mentre solo 5 azzurri hanno aderito alla protesta.

Immediatamente è scattata la polemica ed Enrico Letta ha fatto un appello affinché tutti i calciatori, nelle prossime competizioni, si inginocchino in segno di solidarietà.

Verrebbe da domandarsi con quale logica il segretario di uno dei principali partiti politici italiani chieda a degli sportivi un gesto di sottomissione (inginocchiarsi è, per antonomasia, l’atto di assoggettamento totale riservato a divinità e padroni feudali) per aderire a un movimento politico-culturale di un Paese straniero.

Black Lives Matter è nato per protestare contro la brutalità della polizia statunitense nei confronti dei cittadini afroamericani, spesso vittime di polizioti dal grilletto facile.

La brutalità delle forze dell’ordine statunitense è nota, ed è perfettamente in linea con le caratteristiche di quel modello sociale, dove milioni di cittadini sono esclusi dall’assistenza sanitaria, i poveri non hanno accesso a servizi sociali dignitosi, i minori possono essere condannati come adulti, la pena di morte è presente in molti Stati e la concorrenza e la competizione sono la base stessa dell’idea di società. In un Paese così violento da un punto di vista sociale, dove i ricchi sono ricchissimi e i poveri abbandonati a se stessi, la brutalità è inevitabile nei confronti delle classi sociali svantaggiate. L’opinione di chi scrive è che gli episodi di violenza nei confronti delle pesone di colore siano più frequenti perché più  spesso questi ultimi sono marginali da un punto di vista sociale ed economico, non per il colore della pelle.

Ma anche ipotizzando che obbiettivi e metodi del movimento BLM siano condivisibili per quale motivo i calciatori dovrebbero, con un gesto plateale, aderire a questo movimento e non a tutti gli altri? Perché inginocchiarsi in segno di solidarietà con i cittadini americani di colore vittima di discriminazioni e non farlo per i palestinesi o i tibetani, i meninos de rua o i cristiani massacrati in Siria, i curdi o gli indigeni della foresta amazzonica? La lista sarebbe infinita e per mostrare solidarietà verso tutte le vittime di crimini odiosi non basterebbero i 90 minuti più i tempi supplementari se i giocatori li passassero tutti in ginocchio.

Evidentemente la ragione è politica.

Ma l’utilizzo del calcio a fini di propaganda ovviamente non si limita all’Italia. A Monaco, dove verrà disputata la partita Germania-Ungheria, il sindaco aveva chiesto che lo stadio venisse illuminato con i colori dell’arcobaleno per protestare contro le leggi ungheresi che vietano la propaganda gay ai minori.

Anche qui, ammesso che le leggi di Orban siano lesive dei diritti dei gay come ci viene detto,  perché mai non si illuminano con i colori arcobaleno gli Stadi quando gioca l’Arabia Saudita, dove i gay non solo non possono fare propaganda in presenza di minori ma, se scoperti, vengono condannati a morte? Perché i club più rinomati non protestano quando il fondo sovrano del Qatar investe miliardi o compra squadre e giocatori? Come mai gli stadi in cui giocano squadre di Paesi che, in base ai nostri criteri, non rispettano i diritti umani o delle minoranze, non si mettono in atto iniziative simili?

Il calcio è uno sport popolarissimo in tutto il mondo, la visione “liberal” è prerogativa di una parte (minoritaria) della popolazione di alcuni Paesi occidentali. Pretendere che tutto il mondo si inginocchi in nome dei dogmi di questa minoranza che si sente autorizzata a condannare e mettere alla gogna, a suo insindacabile giudizio, singoli soggetti, associazioni o Stati, non è solo una forzatura rispetto a uno sport che dovrebbe essere apolitico, è semplicemente ridicolo.

La Uefa, durante le polemiche contro i giocatori italiani rimasti in piedi, aveva affermato che non ci sono norme della Federazione che impongano ai giocatori di ingnocchiarsi e che ognuno è libero di fare ciò che vuole. Anche per la richesta di illuminare lo stadio di Monaco per protesta ha risposto di no, sostenendo che si tratti di una questione politica che non le compete.

Il premier ungherese ha esultato affermando che:

“Grazie a Dio, i leader del calcio europeo hanno dimostrato buon senso non partecipando a quella che sarebbe stata una provocazione politica contro di noi”.

Uno a zero per Orban.

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