La protesta dei pescatori, che covava da tempo, sta esplodendo in fiammate multiple e contemporanee. Il gasolio è diventato troppo caro: anche quello nautico “da lavoro” che essi usano. Dunque piuttosto che lavorare in perdita si stanno fermando in tutta Italia.

Già si vedono gli effetti: i ristoranti non trovano più la materia prima necessaria per servire le fritturine di pesce; al mercato di Napoli scarseggia la cosiddetta paranza, cioè il pescato di piccola taglia.

C’è ancora il pesce da acquacoltura oppure quello di importazione. E’ la globalizzazione che piace all’Unione Europea: se tu non mi porti più la spigola fresca, io la faccio arrivare dalla Croazia. Tuttavia i pescatori in alcuni luoghi si sono già dimostrati in grado di intercettare gli autocarri provenienti dall’estero: a Vasto  e ad Ancona, per esempio.

Ieri, mercoledì primo giugno, un gruppo di pescatori ha protestato a Roma. Volevano dirigersi verso il ministero dell’Economia; è partita la carica della polizia, come mostra il video.

Si può avere un’idea di quanto la protesta sia diffusa e sentita solo cercando di comporre un mosaico con alcune delle notizie offerte da testate locali. Barche ferme nel porto di Santa Margherita Ligure; pescatori che bloccano la strada del porto a Bari. Imbarcazioni schierate in  fila nel porto di Manfredonia e ferme nel porto di Taranto. Braccia incrociate e pescatori riuniti sul molo a Cetraro. Pescherecci che ormai da due settimane non prendono il largo a Chioggia ma rimangono fermi, fianco a fianco, nella laguna. Eccetera.

Come si usa in questi casi, le associazioni di categoria (per lo meno quelle dell’Alto Adriatico) hanno chiesto ed ottenuto l’apertura di un tavolo al ministero delle Politiche agricole. Si parlerà di cassa integrazione, compensazioni, utilizzo dei crediti d’importa eccetera.

Ma alla base di tutto c’è il rincaro del carburante, a sua volta legato al generale rincaro delle fonti di energia iniziato già nell’autunno scorso e poi aggravatosi con la guerra in Ucraina e con le sanzioni alla Russia. E’ il vero nodo da risolvere. In ginocchio non sono solo i pescatori ma anche i camionisti, in generale le attività produttive, le famiglie alle prese con le bollette.

Finora in questo campo il Governo è intervenuto con pannicelli caldi che non toccano le radici del problema: uno sconto di 30 centesimi per la benzina, la possibilità per i meno abbienti di pagare le bollette come nell’estate scorsa, la rateizzazione delle bollette stesse e simili.

Ma il difetto sta nel manico: o lo Stato affronta la questione del caro energia in un’ottica diversa da quella di lasciar fare fondamentalmente al mercato, o affonda l’Italia tutta: e non solo le barche dei pescatori. I quali, peraltro, avevano ottenuto già in marzo l’apertura di un tavolo sul caro carburante. Con i risultati che ora siamo qui a contemplare.

GIULIA BURGAZZI

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