C’erano una volta i politici che, in politica estera, facevano gli interessi dell’Italia. Ora degli interessi dell’Italia se ne incaricano le grandi aziende, preoccupate che la situazione in Ucraina deflagri. Ieri, mercoledì 26 gennaio, i manager di 16 grandi aziende italiane hanno incontrato Putin in videoconferenza. Scambio reciproco di ramoscelli d’ulivo in nome dei legami commerciali.

Hanno partecipato fra gli altri Marco Tronchetti Provera, Pirelli; Francesco Starace, Enel; Guido Barilla, del gruppo omonimo; Andrea Orcel, Unicredit; Gabriele Galateri, Assicurazioni Generali. Assenti, anche se invitati, i manager di Eni, Snam e Saipem.

Le istituzioni hanno espresso orrore e raccapriccio a Roma e a Bruxelles.

A Roma e a Bruxelles, infatti, i politici non si preoccupano delle ripercussioni sull’economia della voragine bellica che va aprendosi nell’Europa orientale. Con sprezzo del pericolo e con granitica fedeltà atlantica annunciano che lo scoppio delle ostilità causerebbe alla Russia terribili sanzioni.

Le esportazioni italiane in Russia valgono oltre 6 miliardi di euro: in caso di sanzioni, andrebbero in fumo. E così pure le importazioni. Queste ultime riguardano soprattutto il gas, il vitale gas russo che consente di scaldare le case, produrre energia elettrica, far funzionare le aziende. L’Italia – così almeno dice Putin – lo riceve ora a prezzi più bassi rispetto a quelli (folli) di mercato, grazie ai contratti a lungo termine stipulati con la Russia.

La Commissione Europea ha sempre avversato i contratti  a lungo termine per il gas, che sono legati al prezzo del petrolio. Si è sempre detta convinta che fosse più vantaggioso stipulare contratti brevi, basati sul prezzo del momento. Ora che il gas è carso e caro, ora che la Russia si limita ad onorare i contratti a lungo termine senza vendere altro gas all’Europa, si palesano appieno gli effetti collaterali di questa scelta.

Inoltre, se le cose dovessero precipitare nell’Europa dell’Est, verosimilmente l’arrivo del gas russo cesserebbe. L’Italia e l’Europa diventerebbero in questo caso un deserto produttivo. Un deserto freddo, per giunta.

Così tocca alle grandi aziende cercare di cucire una pezza sulle politiche suicide dei Governi. La Russia, dicono gli osservatori, vede nel ramoscello d’ulivo teso dalle aziende italiane un’occasione per cercare di dividere l’Occidente. Peraltro l’Occidente è già diviso. La Germania ha scelto una sostanziale non belligeranza, dato che non manda armi in Ucraina. Idem il presidente della Croazia.

E’ una questione di realpolitik, direbbero i tedeschi: sano realismo. Solo che praticare la realpolitik nell’interesse comune toccherebbe appunto ai politici: non alle aziende.

GIULIA BURGAZZI

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