Come George Orwell ci insegnava ne “La fattoria degli animali”, ci sono sempre animali più uguali degli altri. Si chiamano raccomandati, o vip, o altro nome che si desideri, ma in sostanza son quelli per cui le regole di tutti non valgono, hanno le loro, e anche alle loro a volte fanno eccezione.

Nella categoria dei grandi vip del 2020 sicuramente ci sono stati i calciatori, per i quali la tranquillità sanitaria  in campo si poteva pagare a botte di  sponsor, nomi sulle riviste patinate, ma soprattutto con particolari protocolli d’intesa tra squadre, che come finalità avevano soprattutto quella di non far perdere soldi alle società firmatarie. Si ricorderà sicuramente il contrattino tra Napoli e Juventus secondo cui una partita era giocabile anche con diversi positivi in squadra, bastava fossero contenuti nelle famose “bolle di protezione”.

Poi, magari se la bolla era rotta, e la partita non conveniva giocarla, si chiedeva di non scendere in campo, in mezzo a mille polemiche tra allenatori, presidenti delle squadre e soprattutto dei tifosi. Con questo giochino il Napoli perse 3 a 0.  Ovviamente roba da vip, nessun positivo in famiglia avrebbe mai  potuto lasciare le quattro mura di casa. Il popolo il calcio poteva solo guardarlo, non imitarlo.

Tuttavia, questa narrativa fatta a due livelli, tra chi può e chi non può , se nel 2020 non era così palese, con il tempo è divenuta invece sempre più evidente, e persino i calciatori sono necessariamente divenuti vittime delle stesse palesi contraddizioni e fallacie del sistema covid che da due anni sta tenendo inchiodato il mondo sportivo e non.

Siamo infatti al 2022 e il mondo del calcio è ormai nel caos totale, tra norme e di eccezioni alle norme, tra quarantene di 10 giorni, che possono però diventare 5 a seconda della circostanza,  i positivi che possono giocare anche se positivi, e le regole vaccinali che complicano ulteriormente la questione. Di qualche giorno fa una sentenza del Tar che boccia le ASL che hanno impedito di creare la bolla (una norma non proprio in linea con le linee covid ordinarie)  e di far giocare diverse partite. Tuttavia tra malaticci, infarti, malesseri e ricoveri nemmeno il campo da calcio sembra essere più quel terreno immacolato di una volta ove nessun patogeno osava mettere piede.

La questione vaccino ha complicato ulteriormente la cosa. Molti giocatori, in considerazione dell’enorme numero di sportivi vaccinati che sta accusando malori fuori e dentro al campo, hanno optato per la libera scelta, valutando seriamente di non accettare l’inoculazione forzata. Questo ha creato e sta creando problemi nelle squadre che non hanno la disponibilità del numero per giocare, o che, se anche la hanno, non hanno la formazione che gli allenatori vorrebbero schierare e quindi mettono in seria difficoltà le società nelle competizioni.

Il vaccino, inoltre, ove non crei il malore, crea altri problemi. Molti giocatori risultano positivi in seguito all’inoculazione, generando  il dubbio legittimo se farli giocare o meno, non fosse altro per coerenza con quello che invece viene imposto al di fuori dello stadio.

Infine,  non ultima delle questioni, rimane quando poter considerare  un giocatore completamente vaccinato. Se fino a qualche tempo fa le due dosi rappresentavano la regola, oggi per essere in linea con il ciclo di immunizzazione si deve necessariamente procedere alla terza dose.

Di recente la questione è esplosa nel Bologna calcio perché l’allenatore Mihajlovic si è trovato di fatto la squadra spersa tra positivi, quarantene e tamponi. Dopo una settimana di stop agli allenamenti, ad ora non sa ancora chi potrà schierare in trasferta  a Cagliari. Solo oggi dopo la quarantena si procederà ai tamponi per verificare effettivamente chi si potrà presentare all’imbarco e chi invece dovrà saltare il turno. Cosa ha generato così tanta polemica quindi? Beh l’allenatore, impaurito dalla possibile assenza di nuovi giocatori ha fatto rinviare le terze dosi, ora indispensabili per avere il green pass rafforzato.

Mentre c’è chi grida allo scandalo perché i giocatori metterebbero a repentaglio la salute degli altri non essendo coperti dal ciclo vaccinale ultimo modello, c’è chi invece riconosce la discrasia tra le eccezioni che ancora si fanno tra il livello professionistico e la condizione di vessazione che ancora oggi vive il comune sportivo.

Per un attimo, proprio prima dell’ultimo decreto, gli stessi bambini si sono quasi visti portar via nuovamente il diritto allo sport. Fino all’ultimo minuto si è infatti paventata l’introduzione del super green pass anche per i più piccoli che avrebbero quindi avuto accesso alle strutture sportive solo con guarigione o ciclo vaccinale completo.

E sono sempre i bambini le vittime, coloro che stanno pagando il prezzo più alto. E’ stato loro impedito di fare sport nel 2020, quando li hanno chiusi in casa per mesi, li hanno costretti ad un’attività fisica statica (si è mai capito a cosa servisse?) una volta tornati a scuola, non hanno potuto suonare il flauto o cantare, e adesso, sono nuovamente in bilico, tra tamponi e positivi, minaccia permettendo di estendere il super green pass anche a loro nel prossimo decreto.

Le contraddizioni della gestione nel mondo del calcio non sono né più né meno quelle che esistono nella vita reale di tutti i cittadini. E forse sarebbe il caso di cominciare a rivederle, invece di cercare eccezioni e scappatoie, restituendo a tutti una vita normale.

MARTINA GIUNTOLI

  • 3429 Sostenitori attivi
    di 10000
  • 3166 Sostenitori