Scontato che scattasse la congiura del silenzio, da parte del mainstream. Racconta Enzo Pennetta, frontman del comitato promotore per il referendum “Ripudia la guerra”: solo “La Verità” e “Il Fatto Quotidiano” hanno menzionato la proposta. Segnalazioni comunque timide, lontanissime dal vero sostegno. E gli altri media? Zero assoluto: non un accenno, mai, alla raccolta di firme.

Dolenti note: neppure una parola, riguardo al referendum, dallo stesso Michele Santoro, tra le pochissime voci critiche sull’invio di armi all’Ucraina. Risultato finale: obiettivo mancato. Serviva mezzo milione di firme, se ne sono raccolte 370.000. Se ci fosse stato un semplice passaggio televisivo – anche uno solo, su Rai e Mediaset – si sarebbe incassato almeno un milione di firme, si rammarica Pennetta.

VIETATO VOTARE

Non è bastata – tra i primi firmatari – la presenza di testimonial del calibro di Moni Ovadia e Carlo Freccero, intellettuali indipendenti e prestigiosi. L’Italia non s’è desta, tanto per cambiare: anche perché, stavolta, la stragrande maggioranza della popolazione (tenuta all’oscuro dell’iniziativa) neppure si è accorta dell’esistenza di questa proposta.

Proprio il referendum, infatti, avrebbe permesso agli italiani di confermare il trend emerso dai sondaggi: secondo tutte le stime, oltre il 50% della popolazione non approva l’appiattimento del governo Meloni, agli ordini della Nato. Spaventa l’escalation in corso, insieme al ruolo dell’Italia (che ospita testate nucleari). E sconcerta l’imbarazzante demonizzazione di Putin e addirittura dei russi come popolo.

SILENZIARE LA PROTESTA

La cosa più preziosa, in questi casi, per il potere? Il silenzio: fare in modo che – non parlandone – una cosa non esista proprio. Non manifestare la realtà. Cancellarla. Ed è esattamente quello che è stato fatto. Con il contributo – ancora una volta determinante – del cosiddetto fronte del dissenso: quello che nel 2021 era in piazza, spendendo parole incendiarie per contestare le restrizioni, imposte col pretesto sanitario.

Premessa ovvia: nessuno – nemmeno i proponenti – ha mai preteso, col referendum, di “vendere” un’idea risolutiva, capace davvero di mettere fine al conflitto. Si trattava, semplicemente, di rendere finalmente palese la contrarietà di milioni di cittadini. Sarebbe stato il primo atto formale, in tutta Europa: il primo gesto di dissenso vero, in grado di mettere in difficoltà la politica istituzionale, richiamandola alle sue responsabilità.

ORA E SEMPRE ASTENSIONISMO

La consultazione avrebbe cioè sdoganato l’argomento: finalmente, anche in televisione, sarebbe stato possibile ascoltare le due campane, conferendo pari dignità alla voce che – sulla guerra – contesta la versione obbligatoria del mainstream (unico colpevole, il bieco Putin). Un replay perfetto del disastro precedente: il morbo inaffrontabile, se non applicando le direttive – infallibili, sante – delle autorità preposte.

Alla fine di quella favola nera, nel 2022, gli italiani furono costretti a votare praticamente sotto l’ombrellone. I decisori speravano, appunto, che i contestatori non votassero affatto. Favore garantito prontamente da tanti portavoce del teorico dissenso: tutti schierati per l’astensionismo, in modo cioè da punire – dichiaratamente – le piccole liste-contro, che non avevano avuto il tempo materiale (e in qualche caso, la volontà) di provare a fare fronte comune.

I MITICI INFLUENCER

Era il tempo degli influencer spuntati dal nulla, improvvisamente miracolati – a livello di popolarità – dalle piazze della protesta. Battitori liberi e leoni da tastiera, domatori di folle, personaggi anche pittoreschi. Tutti vagamente profetici, mediamente incolti, regolarmente eccessivi e iperbolici, apodittici e teatralmente apocalittici. Pronti a esaltare gli eroi del momento – da Nandra Schilirò a Stefano Puzzer – salvo poi scaricarli e relegarli nell’ignominia, non appena avessero osato accettare una candidatura elettorale.

Opinion leader che poi, dopo le elezioni, hanno continuato a coltivare il loro pubblico: ma evitando accuratamente di citare la proposta del referendum, oscurata in modo spietato. I gestori terminali del potere nazionale, dal Pd alla Meloni, non avrebbero potuto sperare in qualcosa di meglio. Un grazie di cuore, quindi, agli amati influencer del dissenso: senza la loro oculata reticenza, oggi ci sarebbe in agenda un referendum. Il primo, in tutta l’Unione Europea, sul conflitto Nato-Russia.

PENNETTA: TUTTI ZITTI

Tralasciando l’imbarazzante arcipelago dei nano-fenomeni erroneamente collocati nella presunta “area del dissenso”, oggi lo stesso Enzo Pennetta rileva, con dispiacere, l’assoluto disinteresse del mondo tradizionalmente pacifista. Sigle gloriose, importanti associazioni solidaristiche: fino a ieri in prima linea, per cause come questa. Nessuna risposta nemmeno dal mondo cattolico. Silenzio assoluto persino da entità di indiscutibile peso diplomatico, come la Comunità di Sant’Egidio.

Quello che più sorprende, però, è un altro silenzio: quello delle tante voci indipendenti, seguitissime sui social. Piattaforme di informazione alternativa, canali YouTube e Telegram. Non solo non hanno sostenuto il referendum: non ne hanno proprio mai parlato. Non hanno speso mezz’ora nemmeno per dare la parola a uno qualsiasi dei proponenti (per esempio il valoroso Massimo Mazzucco, tra i primi firmatari).

MUTI I CANALI SOCIAL

Basta dare un’occhiata agli iscritti – centinaia di migliaia ciascuno – per comprendere che, da soli, questi canali avrebbero potuto fare la differenza. E si sono rifiutati di collaborare. Da un lato, continuano a svolgere un’importante funzione di segnalazione e denuncia. Dall’altro, però, sembrano diffidare regolarmente di qualsiasi iniziativa che possa rivelarsi politica, cioè concreta e fattiva. Risultato: le cose non cambiano mai.

Ennesima lezione, piuttosto amara, sulla fisionomia dell’attuale dissenso italiano: frammentato e dunque fragilissimo, incapace di pesare. Maniacalmente propenso all’eterna divisione individualistica, dunque condannato alla debolezza cronica: all’irrilevanza. Caratteristiche che – salvo poche eccezioni – connotano anche le sue fonti di informazione, spesso viziate dai consueti limiti molto italici (faziosità ruspante, superficialità emotiva).

IL SACRIFICIO DEI MILITANTI

Non si tratta di celebrare processi sommari, ma piuttosto di aprire gli occhi: scoprendo, finalmente, chi è chi. Un’intera galassia di sensibilità civili – cui vanno riconosciuti anche molti meriti, nell’andare in cerca di verità autentiche – hanno lasciato, senza muovere un dito, che centinaia di militanti volontari si sfinissero, in tutta Italia, con i loro banchetti, sotto la pioggia e il solleone delle ultime settimane.

Persone serie, silenziose, giudiziose. La tipica foresta che cresce, con lentezza e sacrificio. Fa meno rumore di un albero che cade, come sappiamo. Ma – per contro – si consolida: studia, impara, dialoga, progredisce. E oggi guarda giustamente a quei generosi firmatari – oltre 350.000 – come a una possibile, nobile avanguardia. Un patrimonio da non disperdere. Un primo mattone: solide fondamenta, ancorché assediate dal nulla.

RENITENTI: AGEVOLARE IL POTERE

Il panorama infatti è a doppio taglio: bellicisti e parolai. Per un verso, l’ipocrisia infinita dei reggicoda Nato. Sull’altro fronte, la “convergenza parallela” (magari non voluta) dei rinunciatari. Forse, la lezione può essere appresa anche da loro: non agire significa – materialmente – aiutare chi agisce in senso contrario, ostile. Non bastano le prese di coscienza, se poi alle parole non seguono i fatti.

E qui, forse, si sconta – un po’ tutti – un doloroso equivoco: le rivoluzioni non piovono dal cielo. Il primo passo, imprescindibile, sta nel demarcare una linea rossa fatta di valori non negoziabili. E a questo, appunto, serve l’informazione (preziosissima, quella indipendente). Poi però occorre compiere il passo successivo: trovare il modo di coesistere, tra anime diverse, per scendere sul terreno che si vorrebbe contendere ai decisori. Senza questa determinazione, questa superiore consapevolezza, il dominio negativo diverrebbe eterno.

PERDERE, ANCORA E SEMPRE

È perfettamente comprensibile, l’astensionismo, specie se risulta deprimente la percezione dell’offerta elettorale. Ma è altrettanto indispensabile comprendere che questa condizione di deprivazione – dolente, malaugurata – esprime una patologia sistemica, un male destinato a moltiplicare le sofferenze sociali. Questo, ovviamente, a meno che non si confondano i piani e non si speri cioè in un miracoloso riscatto di tipo metafisico (o meglio, magico-onirico).

C’è una guerra in corso, là fuori. E qualcuno sta cercando di fermarla, battendosi a mani nude. Voltarsi dall’altra parte non ha nulla di eroico. Non convincono gli strumenti utilizzati dai resistenti? Al solito: restare a casa non è una soluzione. Serve solo a reiterare il peggio, a dar manforte ai dominatori. Che oggi infatti si rifanno sotto, con l’ultima versione del loro abituale terrorismo domestico: quello climatico. Sapendo (anche) di poter contare su un alleato perlopiù inconsapevole: il mesto dissenso irrilevante, perché sempre assente nei momenti decisivi.

GIORGIO CATTANEO

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