Coloro che criticano il green pass sono stati etichettati, derisi, oscurati.

Coloro che hanno deciso di non sottoporsi a siero sperimentale sono stati equiparati ai pazzi, da curare (grazie alla patologizzazione del dissenso). Ai criminali e ai terroristi, persino ai mafiosi.

Sono stati chiamati “sorci”. Hanno augurato loro di diventare una “poltiglia verde”.

Qualcuno ha persino proposto di fare andare in giro i non vaccinati con un cartello appeso al collo che qualifichi la nostra “diversità”. Con un simbolo, un segno che li identifichi e possa ternerli distanti dal resto della comunità per non “infettarli”.

Perché chi dissente dalla narrativa terapeutica, dal pensiero unico, è un “eretico” del nuovo millennio. E come gli eretici del passato, va perseguitato. Escluso dal dibattito pubblico, censurato, dileggiato, osteggiato, discriminato, ghettizzato. Trattato come un “paria”. Escluso dalla vita sociale, persino dal lavoro.

Il clima di isteria collettiva odierno rappresenta lo stereotipo persecutorio classico, teso ad accusare, a seconda dell’occasione, una classe precisa di persone di cospirazioni per poter legittimare la violenza nei loro confronti. È la dinamica del capro espiatorio.

Comune a millenni di questa dinamica, è la paura.

Paura oggi alimentata dal terrorismo mediatico, dalla criminologia sanitaria, dalla propaganda bellica che equipara la pandemia a una guerra da combattere in modo da poter adottare qualunque misura estrema.

La paura è una delle tecniche auree dell’ingegneria sociale. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima.

In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento provenga dall’alto.

Pensiamo per esempio che una indagine condotta pochi giorni dopo l’11 settembre aveva rilevato che nove americani su dieci dichiaravano di soffrire di sintomi da stress post-traumatico. Il terrore generalizzato, indotto dagli attentati e dalle lettere all’antrace, produsse un’opportunità per il governo Bush che ne approfittò su diversi fronti: da un lato legittimare la Guerra al Terrore, cioè l’ennesima guerra “preventiva” che in un altro momento non sarebbe stata accettata dall’opinione pubblica , grazie a questo assicurarsi un’impresa volta al profitto e alla privatizzazione (il “capitalismo dei disastri”), dall’altra restringere la privacy introducendo il Patriot Act.

Il “capitalismo dei disastri” sfrutta infatti momenti di shock quali golpe, attacchi terroristici, crollo dei mercati, disastri naturali, guerre, che gettano la popolazione in uno stato di shock collettivo, per spingere i cittadini ad accettare manovre impopolari che in una condizione normale non tollererebbero.

Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono introdurre provvedimenti che sarebbero stati inimmaginabili in un clima sociale sereno.

Oggi la paura (inoculata quotidianamente dai media mainstream, dai loro bollettini dei morti e dalla loro criminologia sanitaria) ha indotto nell’opinione pubblica l’idea che si debba per forza scegliere tra salute e libertà per poter tornare a sentirsi “sicuri”. Si è convinta la popolazione della necessità di cedere libertà, privacy, diritti fondamentali, mostrando una cieca e passiva obbedienza nei confronti dell’autorità. Si è arrivati persino a polarizzare l’opinione pubblica e a dividere le persone, gli amici, le famiglie, aizzando l’odio e l’isteria tra gli stessi cittadini (il metodo del Divide et Impera).

I poteri dominanti hanno deciso di sfruttare come un pretesto la pandemia per stringere le maglie del controllo sociale e traghettarci, mansueti disorientati e spaventati, verso uno “stato di paura”, abbandonando i paradigmi della democrazia per sostituirli con nuovi provvedimenti e dispositivi governativi basati sulla “biosicurezza”.

La nozione di guerra serve a legittimare lo stato di eccezione con le limitazioni della libertà di movimento, l’introduzione di un autoritarismo tecnologico-sanitario con la sua propaganda bellica, il suo terrorismo medico e la sua criminologia sanitaria.

Per sopravvivere, questa forma di dispotismo si alimenta infatti di paura e si autosostiene grazie alla creazione di una mitologia bellica, con i suoi eroi (medici, infermieri, ecc.), i cattivi (gli untori, i negazionisti, i no mask), le spie (i delatori), i dissidenti (che vanno censurati o addirittura internati e curati), i salvatori della patria (i governi), persino con l’imposizione dell’ordine – solitamente militare – del “coprifuoco”. E con la nascita del “nemico” si è scatenata anche la caccia alla “quinta colonna” di questo, ai “disertori”: i NO vax.

I governi, fin dall’inizio hanno ricordato a spron battuto che la guerra al virus segnava l’inizio di una nuova epoca storica, nella quale nulla sarebbe più stato come prima.

I cittadini hanno dimostrato di essere disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. Per vivere, citando Agamben, una nuda vita.

L’idea che si è trasmessa, grazie alla propaganda vaccinale, è che per riaprire fosse necessaria l’introduzione del green pass: senza si sarebbe rischiato il collasso dell’economia e di rimanere in un immobilismo sociale, spettatori passivi dei lockdown e delle restrizioni a corrente alternata.

Dopo aver terrorizzato per più di un anno la popolazione globale, si è fatto passare per gradi (Principio della Rana Bollita di Chomsky) il concetto che ci si trovasse dinanzi all’ennesimo aut aut: o l’introduzione del passaporto vaccinale oppure la fine dell’economia, del turismo, delle attività commerciali. Questa è l’ennesima falsa scelta che si è indotta nell’opinione pubblica facendo credere che si trattasse di una strada obbligata da percorrere per tornare alla vita di prima.

Non potendo imporre (per ora) la vaccinazione per legge se non per alcune categorie, si è aggirato l’ostacolo garantendo privilegi a chi si farà vaccinare e a chi adotterà il “pass sanitario”. A costoro saranno garantiti dei vantaggi particolari, come tornare a muoversi, viaggiare, accedere ai locali, palestre, ecc. Agli altri, invece, sarà interdetta la vita sociale per ragioni di biosicurezza. Così facendo, è evidente che anche coloro che nutrono dei dubbi o delle resistenze a riguardo, finiranno per cedere e adottare il certificato pur di tornare ad accedere ai servizi fondamentali o non rischiare di perdere il lavoro.

A parte il ricatto che si cela dietro tale mossa, emergono dei problemi giuridici e delle ombre inquietanti: ci troviamo di fronte a una nuova forma di “schedatura” che riecheggia periodi oscuri del nostro recente passato. Si pongono anche dei curiosi paradossi, perché sono errate e pretestuose le basi su cui tale provvedimento si muove.

Innanzitutto, la premessa scientifica è errata, in quanto il certificato si basa sul presupposto che coloro a cui sarà permesso di viaggiare non siano più portatori del virus. I dati attualmente in nostro possesso suggeriscono il contrario: anche i vaccinati si contagiano e possono a loro volta contagiare. Infine, se il vaccino è gratuito, dovrebbero essere anche i tamponi e il sierologico.

Ciò rischia di creare cittadini di serie A e di serie B persino tra i convinti assertori della vaccinazione di massa. In pericolo c’è la nostra democrazia.

Il certificato verde è infatti una discriminazione e ha due scopi ben precisi. Da un lato, spingere i cittadini a farsi il vaccino. Ci troviamo di fronte a una forma di obbligo indiretto, un vero e proprio ricatto. Dall’altro, con la sua schedatura di massa, lo scopo meno evidente è quello di aumentare il controllo sociale.

Come ha ben osservato Agamben, il cittadino non tesserato sarà, paradossalmente, più libero di colui che ne è munito e a protestare e a ribellarsi dovrebbe essere proprio la massa dei tesserati, che d’ora in poi saranno censiti, sorvegliati e controllati in una misura che non ha precedenti anche nei regimi più totalitari.

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