Solo poche settimane fa sembrava che la tanto decantata “autorevolezza” di Draghi, insieme alla inedita vastità della maggioranza che lo sostiene, alla debolezza dei partiti, e alla volontà dei peones di conservare lo stipendio a tutti i costi,  potessero garantire i “pieni poteri” a nonno banchiere.

L’Italia sembrava essere ormai diventata il “Draghistan”, cioè uno Stato nei fatti governato da un autocrate non eletto e in cui il Parlamento non aveva alcun ruolo se non quello di applaudire alle decisioni del Caro Leader. Ma sembra invece che i sogni egemonici di Draghi e la sua ambizione di governare l’Italia come un’azienda di sua proprietà si siano sciolti come neve al sole.

A dimostrarlo il caos scoppiato ieri in Commissione Affari Sociali, con la maggioranza che si spacca e Lega, FdI e Alternativa che votano insieme, mentre Forza Italia si astiene, su un dl che riguarda uno dei motivi principali dell’esistenza del governo Draghi, ossia la lotta alla pandemia.

In mattinata le Lega aveva votato con Fratelli d’Italia e Alternativa un emendamento sulla quarantena degli studenti non vaccinati, su cui il governo aveva espresso parere contrario. Poi i leghisti hanno presentato un sub emendamento che prevede la cessazione del green pass e del super green pass alla fine dello stato di emergenza previsto per il 31 di marzo.

A fine mattinata la maggioranza ha chiesto la sospensione della seduta per non rendere evidente la spaccatura dei partiti di maggioranza. Si tratta febbrilmente per convincere la Lega a ritirare il sub emendamento ma il Carroccio non cede. Intanto c’è una processione di parlamentari del M5S in Commissione per convincere i colleghi grillini a votare a favore dell’emendamento. Forza Italia poi annuncia l’astensione, perché, pur dicendosi d’accordo con gli alleati di centrodestra, vuole evitare spaccature nell’esecutivo.

Quando si va alla conta in commissione  con 22 voti contrari, 13 a favore e 5 astenuti il sub emendamento leghista viene bocciato ma l’unità delle forze di governo è ormai a pezzi.

Dopo lo schiaffo della mancata elezione alla presidenza della Repubblica, l’aura di invincibilità ha iniziato a sbiadirsi rapidamente. Nei giorni scorsi durante l’esame del milleproroghe il governo era andato sotto per ben 4 volte, con Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia che avevano votato compatti contro l’esecutivo. Draghi, furioso per l’ennesimo affronto, aveva strigliato i partiti di maggioranza, minacciando di dimettersi se il Parlamento avesse osato continuare a svolgere il ruolo che la Costituzione gli attribuisce, e cioè discutere e votare le proposte del governo.

Ma nonostante le minacce del banchiere le forze politiche non si sono rimesse sull’attenti negando nei fatti quei poteri assoluti che Draghi rivendica in spregio della democrazia. All’orizzonte ci sono molti altri scogli su cui la nave del governo potrebbe andare a sbattere, a cominciare dalla riforma del catasto, sui cui il centrodestra è fermamente contrario, e dal MES, contro cui sia la Lega che il M5S avevano combattuto ai tempi del governo gialloverde.

A questo punto in caso l’esecutivo andasse nuovamente sotto in una votazione Draghi avrebbe solo due scelte: perdere la faccia o dimettersi portando il governo ad elezioni anticipate. Di sicuro però possiamo dire che il “Draghistan” per come lo abbiamo conosciuto ormai non esiste più.

ARNALDO VITANGELI

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