Due eserciti schierati lungo il fiume, uno di fronte all’altro. L’aggressore esibisce le insegne crociate. L’aggredito sventola un’altra croce: quella occitanica di Tolosa. La consistenza dei difensori esprime una superiorità schiacciante. Eppure, perdono: subiscono una sconfitta disastrosa. Segnerà le sorti della Crociata Albigese. Qualcosa di lontano, nel tempo. Ma che forse riesce a parlarci ancora: da vicino.

Ne era convinta una pensatrice francese come Simone Weil. Lo scrisse, nel libro “I Catari e la civiltà mediterranea”. La sua tesi: se Tolosa non avesse perso, in quella maledetta Battaglia di Muret (13 settembre 1213), forse avremmo avuto una storia diversa. Un’Europa diversa: con meno guerre, meno soprusi, meno ferocia. E senza i grandi orrori del Novecento, i totalitarismi devastanti, la vergogna incancellabile della Shoah.

LA CROCIATA ALBIGESE

Semplici suggestioni? Il mondo occitanico travolto dai crociati – fa notare la Weil, raffinata intellettuale – era quello dei trovatori, dell’amor cortese: una fioritura di liberalità, che si coniugava (di riflesso) con una rilevante prosperità economica, favorita dalla lungimiranza dell’aristocrazia locale. Le istituzioni godevano di notevole prestigio, perché il potere era condiviso. Il governo delle città era retto da consoli popolari, democraticamente eletti.

In quello scontro – sempre secondo la Weil – la storia ripropose per l’ultima volta un’antica dicotomia: da una parte il culto della bellezza, come nell’Atene di Pericle, e dall’altra il predominio della forza militare (le legioni romane). La pace contro la guerra. La libertà di pensiero – quindi anche di religione – soffocata dalla forza bruta delle armi.

SIMONE WEIL: LA BELLEZZA TRAVOLTA DALLA FORZA

I difensori di Tolosa si sbandarono a causa della morte immediata del loro potente alleato, il Re d’Aragona. Ma soprattutto – recita la Canzone della Crociata – persero in ragione del loro insostenibile valore morale, anacronistico: accettavano di battersi solo alla pari, uno contro uno, rifiutando cioè di ricorrere alla superiorità numerica. Cosa che permise alla cavalleria crociata di sopraffarli.

I tolosani si ostinavano a combattere “come in un torneo”, si legge nel poema che rievoca la tragedia. Concepivano esclusivamente la modalità del duello: per via del Paratge, l’ideale cavalleresco dell’Occitania. Tradotto: estrema lealtà. Indisponibilità a compromessi. E quindi: maggiore fragilità. Qualcosa che risuona anche nelle parole di Primo Levi, laddove spiega che – nel lager – i primi a soccombere erano sempre i migliori: non malgrado le loro virtù, ma proprio a causa di esse.

IL POTERE DELLA VIOLENZA

La violenza – inattesa, inconcepibile, imperdonabile – stronca sul nascere ogni possibile resistenza. Spezza l’anima dell’innocente, che vede crollare ogni residua fiducia nel genere umano. E libera i mostri che dormivano, nel sonno della ragione. Per contro, la violenza ha anche una specie di terribile dote: smaschera il colpevole, lo rende visibile nella sua vocazione al misfatto.

Crimini: a questo si riduce, essenzialmente, la lunghissima storia dell’umanità? I paleontologi dimostrano che la guerra compare solo nel neolitico. Prima, non si rintracciano sepolture di massa e crani frantumati. Secondo un eminente studioso come Francesco Saba Sardi, appassionato antropologo, tutto dipese dalla scoperta dell’agricoltura: di colpo, una popolazione un tempo nomade si mise a disputarsi le terre coltivabili.

SULL’ORLO DEL BARATRO

Bisogna comunque compiere una specie di salto quantico, per atterrare nel fatidico 2023: il mondo sull’orlo di una catastrofe planetaria, per motivi che a prima vista sfuggono. O meglio: non sono certo quelli dichiarati. Viene da ridere (per non piangere) quando si sente dire che il conflitto in corso sarebbe originato dalla contesa per il Donbass. Come se si trattasse di una rissa fra teppisti, una lite di cortile tra piccoli dittatori impazziti.

Il primo a vederla arrivare, la grande guerra, fu Giulietto Chiesa. Denigrato e canzonato, vilipeso, ignorato. L’aveva profetizzato nel modo più chiaro: il declinante potere atlantico non tollera potenze che gli stiano alla pari. Non accetta la sovranità della Russia, la cui esistenza è di per sé una sfida all’unilateralismo imperiale. «Dunque provocherà i russi, mettendone alla prova la pazienza. E lo farà proprio partendo dall’Ucraina».

IL PROFETA GIULIETTO CHIESA

Era sicuramente eretico, il profeta Giulietto Chiesa. Lo era stato da comunista, rispetto alla governance atlantista. Lo era rispetto alla stessa sinistra, che non riusciva più a seguirlo nella drammaticità della sua analisi lucidissima sul tramonto dell’umanesimo occidentale. Ed era eretico anche negli ultimi anni, sposando – e legandole insieme – tutte le cause negate dalla verità ufficiale, a vocazione ormai totalitaria.

Eresia vuol dire una cosa precisa: scelta. La scelta, consapevole, di essere liberi. Dunque anche la disponibilità a pagarne il prezzo più duro. A prescindere dall’oggetto del contendere (filosofico, religioso, politico), dell’eretico emerge sempre il carattere: il Paratge, come avrebbero detto nel medioevo occitanico. Il valore morale. La sincerità. Il coraggio. Non è neppure essenziale che abbia per forza ragione, l’eretico: gli si riconosce comunque la superiore lealtà, la capacità di mettersi in pericolo per il bene di tutti. L’attitudine al sacrificio.

L’ORIGINE DEL MALE

Forse è davvero un archetipo, qualcosa che non ha età: chi altri è, lo stesso “protagonista” dei Vangeli, se non un eroe che si erge – ben sapendo quanto gli costerà – contro il mainstream del suo tempo? Eresia: le radici del Catarismo, spiegano gli studiosi, affondano nel credo iranico di Zoroastro. Corsi e ricorsi: le donne che oggi a Teheran sfidano il regime islamista degli ayatollah – fa notare Dario Fabbri, esperto di geopolitica – hanno chiesto di poter marciare sulla tomba di Ciro il Grande, imperatore zoroastriano, indossando monili con i simboli di quell’antichissima religione.

Proprio da Zoroastro viene la prima compiuta teodicea, cioè il tentativo di spiegare il male: il mondo nato dalla tenebra, ribellatasi alla superiore luce celeste della divinità. Una cosmogonia poi ripresa dagli gnostici, tra i quali militava – da giovane – lo stesso Agostino d’Ippona, prima di convertirsi alla fede cristiana. Interrogativo angoscioso: quale misteriosa forza avrebbe il potere di partorire incessantemente la buia notte che sembra sovrastarci, fino a mettere a rischio il destino dell’umanità?

PURA FEROCIA: CONTRO DI NOI

Gli ultimi decenni sono stati una vorticosa, progressiva dimostrazione plastica dell’inclinazione del potere dominante: ci hanno mostrato di che cosa è capace, se vuole. È l’unico, che abbia avuto la spietatezza di usare l’arma atomica contro le città. L’unico a concepire se stesso – parafrasando Simone Weil – alla stregua dell’Impero Romano e del suo erede, il Sacro Romano Impero messo insieme a suon di stragi, insanguinando l’Europa.

Dominio, controllo: mondializzazione armata. Feroci dittatori “amici”, paesi vassalli. Nessun vero alleato: solo servi e satelliti, all’occorrenza comprimari in quanto complici. Un male esteso e storico, praticamente cronico. Le crisi pilotate, l’austerity finanziaria, i golpe, i terrorismi. Il fanatismo della dittatura sanitaria. E adesso – un’altra volta, ma più di sempre – l’orrore puro della guerra: imposta come veleno, con tutto il suo infernale potenziale estetico. Soldati, bombe, rottami. Profughi. Bambini.

PARATGE: IL CORAGGIO DEI CAVALIERI

Per tutta la vita, probabilmente, Giulietto Chiesa aveva fatto una specie di scommessa: sul nostro futuro, sulla nostra capacità di riemergere (prima o poi, in qualche modo) dall’abisso. E sapeva perfettamente – come ricorda sua moglie, Fiammetta Cucurnia – che l’ultimo baluardo dell’umanità sarebbe stata proprio la Russia.

Eresia: scelta. Lo si riconosce da lontanissimo, l’eretico: non ha paura. È il primo a dare l’allarme, ma è anche il primo a scendere in campo, sempre. Da parte sua, ci mette una dote straordinaria: l’acutezza della vista. La vastità dello sguardo, nutrita dalla profondità della sua dimensione culturale. E poi la prontezza disinteressata, la tempestività. E quella virtù suprema: l’inconfondibile coraggio cavalleresco. Il Paratge.

GIORGIO CATTANEO

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