Li avranno mica lanciati col paracadute? Il post su Facebook che la giornalista Giuliana Sgrena ha dedicato ai lupi è un triste segno dei tempi: una professionista dell’informazione, una persona ben consapevole di cosa significa “verificare i fatti”, non è neanche stata colta dal dubbio che siano balle colossali le dicerie secondo le quali sarebbe un atto un “progetto di ripopolamento dei lupi” con l’“immissione nel territorio” di animali “nati in cattività”.

Se Giuliana Sgrena ha pubblicato senza turbamento queste parole su Facebook, significa che davvero esiste un abisso fra la natura e la generalità degli italiani: compresi gli intellettuali, compresi quelli che “hanno studiato”. Tuttavia solo partendo dai dati di fatto è possibile fare ciò che sta a cuore a Giuliana Sgrena: aiutare gli allevatori che devono fare i conti con un predatore di cui, fiabe a parte, si era addirittura persa la memoria.

Non esiste e non è mai esistito un “ripopolamento” di lupi con la liberazione di esemplari nati in cattività o prelevati altrove. In base al DPR 357/97, un’eventuale introduzione dovrebbe essere autorizzata dalla Regione: cosa di cui nessuno ha mai trovato traccia.

Inoltre, per far riprodurre e poi liberare di nascosto i lupi sarebbe necessario un grosso sforzo finanziario e logistico: altra cosa di cui nessuno mai ha trovato traccia. Sono stati scoperti, questo  sì, alcuni allevamenti clandestini di ibridi fra lupo e cane, ma operavano per vendere a peso d’oro cani, diciamo, molto ma molto particolari: non certo per liberare dei lupi.

Negli anni ’70 in Italia rimaneva un centinaio di lupi, concentrati soprattutto sulla Sila: ora sono anche su tutte le Alpi e in Pianura Padana.  Chi se ne stupisce al punto di credere alla reintroduzione ignora le caratteristiche e le abitudini che hanno consentito ai lupi di ricomparire in buona parte d’Italia.

Quando negli anni ’70 i lupi sono diventati specie protetta, si sono trovati di fronte territori spopolati – montagne e paesi svuotati dall’immigrazione – e ricchi di prede. In queste condizioni, la diffusione è stata possibile perché i giovani lupi abbandonano il branco natìo e percorrono anche centinaia di chilometri alla ricerca di un partner e di un proprio territorio di caccia: casomai qualcuno si stupisse anche di questo, i lunghi e lunghissimi spostamenti sono fra l’altro attestati dai radiocollari di cui gli studiosi hanno munito alcuni esemplari e dall’analisi delle tracce biologiche – comprese le umili cacche – che gli animali lasciano dietro di sé.

In cinquant’anni di spostamenti, i lupi  sono arrivati dall’Appennino meridionale al Friuli. Questi sono i dati di fatto, non le balle sul “ripopolamento”. Questo è il punto dal quale ogni ragionamento deve partire.

DON QUIJOTE

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