di Giulia Bertotto.

E così anche quel giorno è arrivato, perfino per i giornalisti de la Repubblica, stavolta è troppo. Come se non fossimo nella promettente era dei social e dell’Intelligenza Artificiale, questa notte (tra l’8 e il 9 aprile 2024) cento mila copie del quotidiano romano sono finite al macero. Non sarà green, ma del resto era necessario per far sparire lo scandalo contenuto in un articolo firmato da Giovanni Pons in cui traspariva un’asimmetria imbarazzante tra le decisioni di Parigi e le aziende italiane, succubi del Palazzo Borbone. Dall’articolo in questione Meloni risultava vampirizzata da Stellantis-Agnelli, “un articolo sgradito sui rapporti industriali Italia-Francia” scrive Il Fatto e altre testate. Il testo è stato sostituito dalla penna del vicedirettore Walter Galbiati.

La mozione di sfiducia indirizzata a Molinari

Ne è seguita la mozione di sfiducia indirizzata al direttore Molinari: “L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, così l’inizio della missiva, che continua:

“Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione. In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”.

Le dimissioni di Raffaele Oriani

Che qualcosa scricchiolasse nella non così democratica redazione di Repubblica lo si era capito già dalle dimissioni presentate il 5 gennaio da Raffaele Oriani, storico collaboratore (dodici anni) del settimanale ilVenerdì, per un moto di coscienza divenuto intrattenibile: “La strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco”. Il giornalista non si riconosceva quindi nella linea filosionista della direzione e della proprietà, il gruppo GEDI presieduto da John Elkann. Ieri, 8 aprile, la testata fondata da Scalfari ancora chiamava il massacro degli inermi guerra e titolava così un pezzo dell’inviato Fabio Tonacci “I tre motivi del ritiro dell’IDF dal sud di Gaza. Ma non è la fine della guerra”.

I civili uccisi dalle bombe, dalle malattie, dal terrore, dall’assenza di cure e fame a Gaza sarebbero oltre 30 mila e secondo l’ONU, un terzo di queste vittime sono minori.

Il genocidio del popolo palestinese continua, i rapporti sbilanciati tra paesi dell’Unione Europea restano tali, e qualora Molinari venisse sfiduciato, potrebbe comunque restare alla testa del giornale, poiché il voto dell’assemblea non è vincolante, spiega Open. Come al solito tutto cambia per non cambiare mai.

 

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