di Ingrid Atzei.

Ieri, nel giorno della Festa della Mamma, m’arrovellavo un poco la materia grigia sull’indicazione della nostra Premier d’essere segnata come “Giorgia” sulla scheda elettorale per la corsa alle Europee. Solo “Giorgia” per lei che è donna, madre e cristiana. La prima interpretazione da dare a questa indicazione è quella che lei stessa ci suggerisce, ovvero lei è una del popolo e tale resterà. Urrà!

A seguire queste indicazioni, è saltata fuori la proposta del Generale Roberto Vannacci di fare a meno, nel suo caso, pure di nome e cognome e di indicare nella scheda unicamente “Generale”. E giù con dibattiti legati al tema del genere. D’altronde, giacché Genere e Generale appaiono imparentati dalla stessa radice etimologica, a qualcuno sollevare tale obiezione è parsa cosa logica. Urrà anche qua, sebbene non faccia più rima. Rima che, tuttavia, mi son ricavata comunque tra “etimologica” e “logica”.

Digressioni ironiche a parte, perché questa premessa? Il punto è che siccome le banalizzazioni sono armi di distrazione di massa, dobbiamo superare “populismi” a buon mercato e “generalità” tanto per gradire che mi appaiono disturbanti per sciatteria e semplicità. Certe obiezioni, così come certe spiegazioni, sono utili per cucinare brodini insipidi e per far volgere lo sguardo schifato verso il commensale di turno cui si desideri spacciare inconsistenza per sostanza. Proverò, dunque, a guardare verso il passato, non quello recente ma quello lontano e, dopo aver osservato bene, volgerò il mio sguardo al futuro.

Dunque, partiamo con gli “antefatti”:

1) è vero che, formalmente, esiste la possibilità di semplificare l’indicazione di preferenza sulla scheda elettorale appellandosi ad uno pseudonimo (utilizzo “appellandosi” non a caso e “pseudonimo” in senso “ampio”), ma è anche vero che ancora non c’era capitato di riceverne indicazione al fine d’esprimere preferenza per candidati a ruoli apicali.

E, ora, veniamo al mio cruccio:

2) sia “Giorgia” che “Generale” si configurano ai miei occhi come agnomen. Entrambi, lo sottolineo. Gli agnomen, che ancora oggi utilizziamo per soprannominare persone che tra loro potrebbero essere confuse, assumono in questo caso un valore differente, dal momento che né la Premier né il Generale rischiano di essere confusi.

Qualcuno può essere tentato di dire che si tratta di una semplice operazione di marketing. In sostanza, con le loro indicazioni “minimali”, i due starebbero brandizzando la loro identità di personaggio noto e nulla di più. Ecco, io invece non ne sono convinta. Ritengo, infatti, che:

3) levare, nel caso di Giorgia, il riferimento a quello che i Romani chiamavano gens, ovvero la famiglia dalla quale si discende (visto che i soprannomi si utilizzano, in generale, per distinguere i rami familiari o, appunto, gli omonimi), sia un tentativo – magari inconsapevole o suggerito da altri con fede da valutarsi – che replica dopo replica, staccherà la nostra identità (nostra perché, con un tentativo di lungimiranza, mi riferisco a ciascuno di noi) dalla propria umanità e ci condurrà dritti dritti verso un mondo impersonale, senza storia, né sangue da difendere, destinati ad un perpetuo presente, dove esseri umani ed intelligenze artificiali, necessariamente prive di una gens antenata, si daranno battaglia per contendersi i ruoli apicali.

4) La scelta, ancora più estrema, di Roberto Vannacci che propone d’eliminare d’emblée sia nome che cognome per identificarsi con un grado mi rende pure più persuasa di questo rischio, ovvero il potenziale inesorabile confondimento tra “persona” e “maschera” virtuale.

5) D’altronde, i nomi di battaglia svolgono esattamente questa funzione, quella di occultare i riferimenti familiari, le relazioni umane e il proprio vissuto; sono, in pratica, funzionali al divenire parti di un meccanismo. Anzi, la dico più estrema: pezzi di ricambio, parti tecniche! Che, in quanto tali, non cercheranno consenso nell’elettorato; semplicemente faranno quello che devono. In fondo, che disse la Premier nel discorso che tenne per chiedere la fiducia alla Camera dopo averci, più volte, ribadito che «Il vincolo tra rappresentante e rappresentato è l’essenza della democrazia» perché il popolo è sovrano? La Premier disse: «L’orizzonte al quale vogliamo guardare non è il prossimo anno o la prossima scadenza elettorale. Quello che c’interessa è come sarà l’Italia fra dieci anni e io sono pronta a fare quello che va fatto a costo di non essere compresa; a costo, perfino, di non venire rieletta.» Aggiungeva poi che l’avrebbe fatto per consentire alla nazione di avere un futuro più agevole; ma quel whatever it takes pronunciato con formula epica scatenava innumerevoli sirene d’allarme in ogni caso!

6) Così, quello che viene presentato come un “cavallo di battaglia”, il proprio appellativo/pseudonimo quale garanzia, finisce per configurarsi come quel qualcosa che, dalle mie parti, in Sardegna, si dice «est de battalla», significando che si tratta di cosa di poco conto e che, se si ammacca/rovina/consuma, si può, senza pena, sostituire. Ciò che è «de battalla» è qualcosa pensato per essere “battuto”, esattamente come vuole l’etimologia. E, dunque, nasce già con una vita breve; forse una battaglia, nemmeno la guerra intera. Anzi, a ’sto punto, chiediamoci pure ma che li schieriamo in campo a fare ’sti qualche cosa da battaglia visto che, pezzo di ricambio dopo pezzo di ricambio, i costi lievitano e gl’investimenti, si sa, potrebbero scarseggiare considerati i rivoli che li prosciugano? Preferiamo, pertanto, delle belle IA programmate sulla base di algoritmi nutriti costantemente con i nostri preziosi dati da umani qualunque.

7) Per concludere, penso sempre che non bisogna banalizzare perché nel salotto della banalità siede comodamente l’imbroglio.

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