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Gabellini: Terre rare, la Cina colpisce gli USA dove fa più male

La nuova stretta della Cina sull’industria delle terre rare (REE) colpisce gli Stati Uniti dove fa più male, costringendo Washington a correre ai ripari con un accordo con l’Australia, come spiega Giacomo Gabellini.

📺 Pubblicato su YouTube · Canale Visione TV
Giacomo Gabellini analizza l'impatto della nuova stretta cinese sulle terre rare, evidenziando le ripercussioni per gli Stati Uniti e l'Europa. La Cina sfrutta la sua posizione dominante per influenzare il mercato globale, mentre l'Occidente cerca di rispondere con accordi strategici.

La recente decisione della Cina di imporre nuove restrizioni sull'industria delle terre rare ha scatenato preoccupazioni a Washington, costringendo gli Stati Uniti a cercare alleanze strategiche, come dimostra il nuovo accordo con l'Australia. Questo sviluppo si inserisce in un contesto di crescente tensione commerciale tra le due potenze, che ha radici profonde e si è intensificata negli ultimi anni, in particolare sotto le amministrazioni Trump e Biden.

Le terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la produzione di elettronica e applicazioni militari, sono sotto il predominio cinese, che controlla tra il 60% e il 70% della produzione globale. Questo monopolio non si limita alla sola estrazione, ma si estende anche alla raffinazione, dove la Cina detiene una quota che varia tra il 92% e il 97% a livello mondiale. Questa situazione ha portato a un crescente allerta negli Stati Uniti, che si trovano a dover affrontare una dipendenza critica da un avversario geopolitico.

Il dominio cinese nel settore delle terre rare è spesso presentato in modo fuorviante, suggerendo che il paese sia l'unico disposto a sopportare le conseguenze ambientali dell'estrazione. Tuttavia, si sottolinea che gli Stati Uniti hanno anch'essi tollerato pratiche ecologicamente dannose, come il fracking. La vera questione è la mancanza di un approccio strategico e coordinato da parte occidentale per sviluppare capacità produttive autonome nel settore delle terre rare, un obiettivo che richiederebbe investimenti significativi e un impegno politico a lungo termine.

In questo contesto, l'accordo con l'Australia, del valore di 8,5 miliardi di dollari, rappresenta un tentativo di Washington di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e ridurre la dipendenza dalla Cina. Tuttavia, gli esperti avvertono che non basta un accordo per risolvere le problematiche strutturali del settore; è necessaria una vera e propria rivoluzione industriale, che richiederebbe decenni di investimenti e pianificazione. La Cina, forte di un sistema integrato e di competenze specifiche nel settore, si trova in una posizione di vantaggio difficile da superare per gli Stati Uniti e i loro alleati.

In conclusione, l'inasprimento delle misure cinesi sulle terre rare non è solo un attacco economico, ma un chiaro segnale della vulnerabilità degli Stati Uniti in un settore strategico. La risposta americana, sebbene necessaria, potrebbe non essere sufficiente a garantire una competizione efficace nel lungo termine, a meno che non si intraprendano azioni decisive per costruire una filiera autonoma e sostenibile nel settore delle terre rare.

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