La nuova stretta della Cina sull’industria delle terre rare (REE) colpisce gli Stati Uniti dove fa più male, costringendo Washington a correre ai ripari con un accordo con l’Australia, come spiega Giacomo Gabellini.

La recente decisione della Cina di imporre nuove restrizioni sull'industria delle terre rare ha scatenato preoccupazioni a Washington, costringendo gli Stati Uniti a cercare alleanze strategiche, come dimostra il nuovo accordo con l'Australia. Questo sviluppo si inserisce in un contesto di crescente tensione commerciale tra le due potenze, che ha radici profonde e si è intensificata negli ultimi anni, in particolare sotto le amministrazioni Trump e Biden.
Le terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la produzione di elettronica e applicazioni militari, sono sotto il predominio cinese, che controlla tra il 60% e il 70% della produzione globale. Questo monopolio non si limita alla sola estrazione, ma si estende anche alla raffinazione, dove la Cina detiene una quota che varia tra il 92% e il 97% a livello mondiale. Questa situazione ha portato a un crescente allerta negli Stati Uniti, che si trovano a dover affrontare una dipendenza critica da un avversario geopolitico.
Il dominio cinese nel settore delle terre rare è spesso presentato in modo fuorviante, suggerendo che il paese sia l'unico disposto a sopportare le conseguenze ambientali dell'estrazione. Tuttavia, si sottolinea che gli Stati Uniti hanno anch'essi tollerato pratiche ecologicamente dannose, come il fracking. La vera questione è la mancanza di un approccio strategico e coordinato da parte occidentale per sviluppare capacità produttive autonome nel settore delle terre rare, un obiettivo che richiederebbe investimenti significativi e un impegno politico a lungo termine.
In questo contesto, l'accordo con l'Australia, del valore di 8,5 miliardi di dollari, rappresenta un tentativo di Washington di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e ridurre la dipendenza dalla Cina. Tuttavia, gli esperti avvertono che non basta un accordo per risolvere le problematiche strutturali del settore; è necessaria una vera e propria rivoluzione industriale, che richiederebbe decenni di investimenti e pianificazione. La Cina, forte di un sistema integrato e di competenze specifiche nel settore, si trova in una posizione di vantaggio difficile da superare per gli Stati Uniti e i loro alleati.
In conclusione, l'inasprimento delle misure cinesi sulle terre rare non è solo un attacco economico, ma un chiaro segnale della vulnerabilità degli Stati Uniti in un settore strategico. La risposta americana, sebbene necessaria, potrebbe non essere sufficiente a garantire una competizione efficace nel lungo termine, a meno che non si intraprendano azioni decisive per costruire una filiera autonoma e sostenibile nel settore delle terre rare.
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