Era il 2015 quando Maurizio Pallante dava alle stampe “Monasteri del terzo millennio”, riflessione – profetica e poetica – sul bisogno di tornare a valori umani reali, territoriali, lontano dalla pericolosa follia del globalismo onnivoro a vocazione totalitaria. Di Pallante appare cristallina l’onestà intellettuale: il teorico della “decrescita felice” è stato tra i primissimi, ad esempio, a denunciare la degenerazione dell’arte contemporanea come sottoprodotto industriale, usa e getta. Funzionale al sistema: imporre una contro-estetica del brutto. Pseudo-arte, avamposto di una vera e propria crociata contro la bellezza, cioè contro l’implicita spiritualità di ogni possibile umanesimo.

La decrescita vagheggiata da Pallante e dal francese Serge Latouche? Una sorta di antidoto, di fronte alla bulimia velenosa dello “sviluppismo” sfrenato: una ricetta proposta ben prima dell’altra decrescita (molto infelice) che l’élite neoliberista ha poi inflitto, sotto forma di austerity selvaggia, alla popolazione dell’Occidente. Dei “monasteri” di Pallante colpisce una suggestione sicuramente utile: il bisogno di recuperare innanzitutto il tempo quotidiano, per poter “contemplare” il lavoro svolto. Letteralmente: metterlo in un tempio. Come avveniva nel monachesimo medievale cristiano: ora et labora. Che vuol anche dire: rifletti sempre sul senso di quello che stai facendo, sulla sua utilità anche sociale.

L’EMERGENZA DELLA PAURA

Paghiamo proprio la sottrazione del tempo a nostra disposizione: ogni novità irrompe nella nostra vita con violenza, sotto forma di emergenza. Per i decisori, è essenziale che ai sudditi non resti il tempo necessario a riflettere. Ogni restrizione ormai cade dall’alto: tutto e subito. Il modello è quello consumistico pubblicitario. Vietato pensare, occorre obbedire: anche solo a un impulso, a un riflesso condizionato. Con la stessa modalità sono state comminate le peggiori vessazioni, senza lasciare alle persone il margine temporale per metabolizzarne la vera natura, regolarmente ostile e minacciosa. Fino a usare in modo spudorato la leva della paura. E sempre senza spiegazioni serie. Anzi: perseguitando i fornitori di spiegazioni.

Sconcerta lo stile di comando: quasi una sorta di neo-stalinismo, senza neppure il terribile carisma di uno Stalin. Così per tutto: dal terrorismo sanitario Covid all’ultima versione dello psico-terrorismo, la demonizzazione integrale della Russia. Prima ancora, la criminalizzazione dell’Islam attraverso il fantasma dell’Isis, creato a tavolino. Per non parlare del culto dello spread, la fobia del debito pubblico trasformato in mostro solo dopo la perdita della sovranità monetaria. Identico il piano inclinato: sempre meno, ai sottoposti. Meno benessere, meno libertà, meno diritti, meno lavoro. Meno futuro. Persino la causa ambientalista è stata deformata in modo grottesco, attraverso il marketing organizzato dall’oligarchia finanziaria attorno alle treccine di Greta.

LANGER E PALLANTE, POI I VERDI

Tanto per cambiare, l’assunto è dogmatico: l’emergenza ecologica è diventata innanzitutto climatica. E i colpevoli (ancora una volta) saremmo noi. Cinquecento scienziati, tra cui Premi Nobel, sostengono che sia irrisorio l’impatto antropico sul clima? Non importa. La nuova religione orwelliana “sa” che anche stavolta tocca a noi, fare l’ennesimo passo indietro. Impera una sorta di barbarie, che si nutre di pseudo-verità. Proclamate in modo sbrigativo e sommario. Vengono le vertigini, se si ripensa a uno dei padri ispiratori dell’ambientalismo italiano: l’eretico Alex Langer. Un sincero apostolo della difesa della Terra, in senso francescano, in un’epoca in cui la devastazione del territorio – senza regole – era davvero percepita come una specie di sciagura: nazionale, europea, occidentale.

Proprio Langer pose il problema della sovranità dei territori. Forme di autogoverno, di governance democratica e non distruttiva, da contrapporre al Verbo globalizzatore dei super-inquinatori. Da spiriti liberi come quello di Langer nacque il primissimo ambientalismo politico italiano, nel quale lo stesso Pallante militava. Poi s’è visto – con altri uomini, dopo – che fine abbia fatto una voce come quella dei Verdi, bacino al quale ha certamente attinto anche l’operazione di distrazione di massa firmata da Beppe Grillo. Proprio il grillismo aveva sposato in pieno un certo pensiero eco-catastrofistico, nato in realtà dalle menti raffinatissime del Club di Roma. Un salotto oligarchico di peso internazionale, ad alta efficacia mediatica, coltivato dai massimi artefici del disastro. Tra gli officianti, cerimonieri come Aurelio Peccei, top manager Fiat.

LA BUFALA DEL CLIMA

La tesi delle risorse terrestri limitate? Smontata in radice da economisti keynesiani come Nino Galloni, fieri avversari di qualsiasi malthusianesimo anti-popolare. In sintesi: gli allarmisti ignorano (o fingono di ignorare) il potenziale ecologico della tecnologia. Se il prodotto industriale mondiale fosse stato moltiplicato per mille nell’Ottocento, con i macchinari di allora, il pianeta sarebbe davvero “scoppiato”. Ma non è successo. Infatti non succede mai: perché le macchine, moltiplicando in modo esponenziale la loro capacità produttiva, riducono in modo altrettanto esponenziale la loro impronta ambientale. Tradotto: sarebbe sufficiente un’oculata gestione politica dell’industria, minimizzandone l’impatto. La riprova? Per il Club di Roma, eravamo spacciati già cinquant’anni fa. Previsioni apocalittiche, puntualmente smentite dai fatti.

ILLUSIONI A CHILOMETRI ZERO

I monasteri del terzo millennio? Dipende da come li si maneggia. Rappresentano una tentazione a doppio taglio. Da un lato, l’invito ragionevole a recuperare una dimensione più umana. Dall’altro, il rischio di una fuga disordinata: una diserzione democratica universale. Lo si è visto – forte e chiaro – sotto la sferza della “dittatura sanitaria”, nelle piazze dominate da lottatori e sognatori, ma anche da demagoghi a gettone. Il loro invito: scappare a gambe levate dalla civiltà politica, per approdare un giorno – forse, chissà – in una specie di nuovo mondo immaginario, nutrito solo di virtù morali e scollegato dal sistema socio-economico. Lontano dal resto della comunità nazionale, notoriamente popolata di comuni mortali: persone e famiglie ancora legate ai bisogni primari del vivere, ai servizi essenziali, alle infrastrutture produttive.

I nuovi profeti della palingenesi – emuli dell’antico primitivismo – hanno ottenuto un unico risultato tangibile: boicottare il voto e sabotare le forze elettorali del dissenso. Nulla è cambiato, da allora, se non questo: in Parlamento – per quel che vale, certo – non è più presente neppure una voce autenticamente dissonante, in grado almeno di garantire un’opera di testimonianza nelle sedi istituzionali. L’Aventino sbandierato come grande conquista si ferma lì: non si traduce in forme di resistenza attiva, di protesta organizzata. Non sale di tono, non cresce, non diventa proposta organica. E si guarda bene dall’esprimersi in forme disturbanti di opposizione sociale, come ad esempio lo sciopero (sul modello francese). Per non parlare dello spettro, sempre temutissimo e quindi archiviato in partenza, dell’eventuale obiezione fiscale.

FUGA DALLA POLITICA, IL POTERE RINGRAZIA

No, quello delle piazze italiane è sembrato essenzialmente una specie di “dissenso della domenica”, almeno sul piano politico. Milioni di cittadini, beninteso, hanno saputo contestare a testa alta la perfidia sociale delle misure repressive. E in molti hanno pagato carissima la loro fermezza. Tutto questo, però, non si è tradotto automaticamente in un movimento unitario di massa. Forse perché, appunto, non ce n’erano le condizioni. Probabilmente è mancata la premessa fondamentale: il tempo, ancora una volta. Quindi l’analisi, l’elaborazione. La sintesi. Particolarmente infingardo, infatti, il timing elettorale imposto: raccogliere le firme sotto l’ombrellone, per evitare che l’indignazione potesse tradursi in qualcosa di concreto, di veramente fastidioso. L’obiettivo cercato dai decisori? Ovvio: l’astensionsimo.

Fuga nei boschi? Parole d’ordine spesso velleitarie, sparate nel mucchio. Belli, sì, i monasteri del terzo millennio: attraenti per qualcuno, almeno. A una condizione, però: che non crolli la macro-economia, senza quale non può più stare in piedi niente. Nessun welfare, nessuna micro-economia, nessuna filiera corta a chilometri zero. E visto che oggi siamo letteralmente in guerra, il grande esodo non sembra poi un’idea così geniale. C’è un incendio, da spegnere. E quindi ci sarebbe, in teoria, una casa comune da ricostruire: partendo dalle fondamenta. Piaccia o meno, quella casa ha un nome antico: politica. E se resta vacante, sappiamo come va a finire. O meglio: è già deserta, la dimora democratica. Abbandonata da troppo tempo. Proprio per questo, oggi, siamo in un mare di guai.

GIORGIO CATTANEO

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