Intervista di Giulia Bertotto.

Francesco Tricarico cantautore e pittore, calca i palchi, anche quelli più prestigiosi, dal 2000. Si è diplomato al Conservatorio di Milano in flauto traverso e di suonare non ha più smesso. Ha collaborato con Adriano Celentano, Zucchero Fornaciari, Leonardo Pieraccioni, Gianni Morandi e molti altri grandi nomi della musica, del cinema e dello spettacolo. Insomma una vita entusiasmante.

Eppure nel 2008 cantava “Vita tranquilla”: “Io voglio una vita tranquilla, Perché è da quando sono nato/Che sono spericolato/Io voglio una vita serena” una specie di brano anti-Vasco, ma più profondamente un manifesto dell’insoddisfazione umana, un brano amaro e ironico come molti dei suoi. Che ha vinto anche il premio della critica “Mia Martini”.

Che effetto le fa oggi questa canzone?

Ricordo e ricanto sempre con molto piacere ed emozione quella canzone. Credo che la tranquillità sia un aspetto della nostra interiorità e un valore della società che abbiamo perso, o quasi. La serenità non è un obiettivo di questi tempi, del resto chi ci governa non vuole che i cittadini siano tranquilli ma che siano turbati, divertiti forse, ma in realtà tristi. Chi è triste compra e consuma di più, in maniera vorace e distratta. La mancanza di tranquillità ha a che fare con l’aridità spirituale e con la visione materiale che abitiamo al momento. Nemmeno il Papa parla più di Dio…

Facciamo un salto in avanti. Nel 2023 cantava il pezzo dal titolo poco ermetico “Mi state tutti immensamente e profondamente sul cazzo”. Una carrellata di personaggi, ideologie e conformismi stile Nuntereggae più. Menziona i microchip nel cervello, noi cittadini dobbiamo rispettare i diritti dei funghi, per dire, mentre colossi privati della tecnologia possono fare esperimenti cerebrali e cognitivi sui primati.

Per il “surriscaldamento globale”, vediamo la stessa storia: la mia utilitaria è un criminale ambientale, le multinazionali inquinano senza limiti. Questo perché non siamo più cittadini; per qualche anno eravamo pazienti, adesso non si capisce più cosa siamo diventati, probabilmente dati da profilare. C’è un accanimento contro gli esseri umani, e intanto chi detiene il potere neppure sembra considerarci tali. Ma la responsabilità è anche dell’opinione pubblica: la gente sembra apprezzare i valori imposti, il denaro e lo status, che altro?

Tricarico è stufo anche dei “pacifisti che vendevano le armi e i guerrafondai che portano la pace”. La pace è guerra/Con spreco di licenze/ La guerra è pace/ Con spreco di ordinanze, cantavano i CCCP nel 1987.

Il discorso sulla guerra è stato totalmente sdoganato, si può parlare di guerra come se non ci fosse il pericolo atomico all’orizzonte. La capacità persuasiva dei media è fortemente responsabile di questo pericoloso stato di cose. Questo periodo storico è davvero folle: i giornalisti che dovrebbero denunciare tacciono, gli artisti considerati ribelli sono innocui, un mondo di pavidi e di ignavi. Viviamo tempi privi di analisi profonda, di senso critico forte, di originalità. La propaganda avvilisce l’originalità.

“Ti vaccini ti ammali muori” tuonava la condanna del banchiere diventato primo ministro; qualche giorno fa Astrazeneca ha ammesso che il suo composto vaccinale imposto alla popolazione tramite ricatti e minacce può causare trombosi.

Anche questa è un’altra caratteristica dell’assurdità dei nostri tempi: tutto è censurato, ma tutto è alla luce del sole. Le ipotesi considerate ridicole dei complottisti sono diventate orrende verità. Francesco Cossiga definì Draghi “vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica italiana”.

Nella canzone c’è anche un riferimento alle condizioni di lavoro, ai diritti inosservati, alle prepotenze salariali: “siccome stai facendo esperienza non ti paghiamo”, è una delle frasi che ci sentiamo dire ai colloqui di lavoro e anche dopo. Tutti credono a tutto, perché manca analisi, storia e memoria. Riescono anche a farti credere che devi lavorare gratis.

Anche lei stesso si sta antipatico, dice sul finire della canzone. Torniamo a quell’insoddisfazione ma anche all’autoironia. Forse ci salverà.

Milano aveva una lunga tradizione comica, la commedia italiana era geniale, adesso anche nel cinema abbiamo grandi drammi oppure volgarità che non fa ridere. Questa volgarità continua è dannosa per le menti e soprattutto per i giovani, e guarda caso non viene censurata. Vengono invece censurate le proteste cittadine e le notizie che non appoggiano le bugie sulla guerra, la salute e la politica.

Ho anche io un paio di domande non politicamente corrette. Nella canzone con la parolaccia se la prende anche con il Jova Beach Party però lei in passato ha anche aperto i concerti di Jovanotti…

Con la frase sul Jova Beach Party cerco di dire la stessa cosa: in questi tempi chiunque può dichiarare qualcosa e intanto fare il contrario e a tutti va bene così. Jovanotti si è sempre dichiarato amico della natura, attento agli animali, sensibile ad ogni forma di vita ma quei concerti sulla spiaggia hanno avuto un costo ambientale enorme per la fauna. Fissare un palco pesantissimo sulla sabbia e portarci tutte quelle persone significa molestare gravemente un ecosistema.

Nella canzone menziona anche l’inclusività. Tricarico definiva “puttana” la sua maestra delle elementari per aver ignorato nella circostanza dell’assegnazione di un tema sui genitori, che il piccolo Francesco fosse orfano di padre fin da quando aveva 3 anni. Era una maestra non inclusiva, bisogna dirlo.

Qui non c’entra nulla l’inclusività. Molto semplicemente, se hai un bambino orfano in classe evita questo tema.

In linea teorica non è corretto censurare un argomento perché una minoranza viene “offesa” o ferita da quest’ultimo (crescere è anche venire a patti con la dura realtà delle cose) ma d’altro canto occorre sensibilità da parte di un adulto, proprio nel trovare il modo di affrontare quel tema con sensibilità.

Sono d’accordo. Inoltre credo che la scuola non debba dare compiti su argomenti personali che non riguardano il programma stabilito e che esulano dall’apprendimento delle materie. Se la scuola ritiene di dover conoscere le condizioni familiari dello studente, l’insegnante, che è un adulto, si deve rivolgere ad un adulto come lui.

Il suo ultimo singolo si intitola “Telefono fisso” è veramente un nuovo totem, un oggetto che è diventato una nostra estensione corporea e cognitiva.

Il telefono è un oggetto che mostra come è cambiata la nostra società, il nostro modo di corteggiare, di intrattenere relazioni, avere affetti e legami, sempre più superficiali. Nessuno vuole prendersi responsabilità né sociali e collettive né di tipo personale. Si tratta di una canzone nostalgica e racconta una specie di preistoria antropologica. Trovo che in questo momento la memoria sia, o almeno dovrebbe essere, un argine alla deriva tecnologica che ci travolge. Sembra che tutto sia un grande progresso ma a me pare sia un progressivo regresso. Devono essere posti dei limiti, sia con le parole che con la tassazione: i social devono essere trattati come editori perché è ciò che sono. Decidono cosa spingere, cosa diffondere, cosa censurare e quindi sono editori e come tali vanno trattati anche sul piano delle regole economiche.

 

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Illustrazione a cura di Matsu Yagi con composizione di immagini di Paweł Kuczyński 

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