In questo mese di luglio 2025 gli ultimi soldati francesi hanno riconsegnato le chiavi delle basi militari in Senegal: un evento storico che ha segnato la fine della presenza postcoloniale di Parigi nel continente africano. Il presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, ha commentato: “Il Senegal è un Paese indipendente e sovrano, la sovranità non accetta la presenza di basi militari straniere”. Quali prospettive per il continente africano nel nuovo ordine geopolitico emergente?
Ne parliamo con Giacomo Gabellini, analista esperto di economia e geopolitica

Il mese di luglio 2025 segna un punto di svolta significativo nelle relazioni tra Francia e Africa, con la riconsegna delle chiavi delle basi militari francesi in Senegal. Questo evento rappresenta la conclusione di un'era di presenza postcoloniale di Parigi nel continente africano, un fenomeno che ha caratterizzato la geopolitica africana per decenni. Il presidente senegalese, Bassirou Diomaye Faye, ha dichiarato: “Il Senegal è un Paese indipendente e sovrano, la sovranità non accetta la presenza di basi militari straniere”, sottolineando l'importanza di un'autonomia che si sta affermando sempre più in molte nazioni africane.
La fine della presenza militare francese in Senegal è vista come l'epilogo di un processo di decolonizzazione che ha preso piede nel continente a partire dalla metà degli anni 2010. Giacomo Gabellini, analista esperto di economia e geopolitica, evidenzia come l'invasione russa dell'Ucraina abbia avuto un effetto catalizzatore su questo processo, portando a una serie di colpi di stato in vari paesi africani, come Sudan, Niger e Burkina Faso, dove giunte militari hanno preso il potere con l'intento di liberarsi dall'influenza occidentale. La situazione in Niger, in particolare, ha visto la rimozione delle forze francesi e statunitensi, mantenendo invece una presenza italiana, percepita come più rispettosa nei confronti delle popolazioni locali.
Questa dinamica di emancipazione è accompagnata da un crescente interesse da parte di potenze emergenti come Russia e Cina, che si sono posizionate come interlocutori alternativi. La Russia, attraverso il gruppo Wagner e altre forme di cooperazione, ha guadagnato terreno in paesi come Mali e Burkina Faso, dove l'assistenza militare occidentale è stata percepita come inefficace. Allo stesso tempo, la Cina ha investito in infrastrutture, stabilendo legami economici proficui, mentre le potenze occidentali, in particolare la Francia, faticano a mantenere la loro influenza.
Il contesto geopolitico africano è ora caratterizzato da un crescente disinteresse nei confronti dell'Occidente. Le nazioni africane stanno cercando di stabilire relazioni più equilibrate, in cui possano esercitare la loro sovranità e valorizzare le proprie risorse senza cadere nelle trappole del neocolonialismo. Questo nuovo ordine mondiale potrebbe portare a una maggiore cooperazione tra i paesi africani e le potenze emergenti, a patto che queste ultime non ripetano gli errori del passato, sostituendo la predazione occidentale con una nuova forma di sfruttamento.
In questo scenario, l'Europa, e in particolare l'Italia, si trova a dover ridefinire il proprio ruolo. Il piano Mattei, evocato dal governo italiano, sembra insufficiente rispetto alle sfide attuali. Gli investimenti e le politiche devono essere orientati verso una cooperazione paritaria, che rispetti le esigenze e le aspirazioni dei paesi africani, piuttosto che perpetuare un modello di sfruttamento. Solo attraverso un approccio rispettoso e costruttivo sarà possibile recuperare una posizione di rilievo nel continente africano, ora in fermento e in cerca di nuovi alleati.
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