C’è la manona di Draghi dietro la più dura delle sanzioni contro Russia: il blocco delle riserve detenute all’estero dalla sua banca centrale. Il prestigioso Financial Times ha ricostruito ieri, mercoledì 6, la genesi dei provvedimenti concertati dall’Occidente. L’articolo si intitola “Weaponisation of finance”, “La trasformazione in arma della finanza”.

Cittadini ed imprese si sono ampiamente accorti che la guerra finanziaria alla Russia comporta la distruzione dell’economia europea. E in questo il primo ministro italiano, si deduce dal Financial Times, è in prima linea.

Nessuno infatti, a quanto scrive il Financial Times, ha chiesto o suggerito a Draghi di sanzionare la banca centrale russa. E’ stata proprio un’idea sua. Ha scelto per l’UE una linea che fa piacere a Washington e che punisce la stessa UE e l’Italia. I Governi italiani hanno smesso negli Anni 90 di citare l’interesse nazionale. Ma qui siamo oltre. Il passo saliente del Financial Times, in traduzione, è questo

In Europa, è stato Draghi a portare avanti l’idea di sanzionare la banca centrale durante la riunione UE d’emergenza svoltasi la notte dell’invasione [dell’Ucraina]. L’Italia, grande importatrice di gas russo, in passato è stata spesso esitante a proposito delle sanzioni. Ma secondo un funzionario UE il leader italiano ha sostenuto che le scorte di riserve russe avrebbero potuto essere utilizzate per attutire il colpo di altre sanzioni

Il congelamento delle riserve di valuta detenute all’estero dalla banca centrale russa ha lo scopo di spingere la Russia verso il default. Il default è l’impossibilità a ripagare i debiti con l’estero contratti dallo Stato. Di conseguenza la Russia avrebbe caos economico e inflazione. Soprattutto, potrebbe verificarsi il rovesciamento del regime, che costituisce il vero obiettivo di Biden.

Ma un default della Russia innescherebbe uno tsunami finanziario di grandi proporzioni. Infatti il blocco delle riserve all’estero della banca centrale ha un solo precedente. Quello del piccolo Venezuela. Nulla di paragonabile con la Russia.

Un default della Russia colpirebbe, fra gli altri, anche le 500 imprese italiane che operano in Russia nonché i detentori italiani del debito russo. Non rivedrebbero indietro i loro soldi, ovviamente. Idem gli altri detentori UE del debito russo e le imprese di altri Stati UE operanti in Russia. Ma evidentemente per Draghi le sanzioni alla banca centrale russa sono più importanti di questi, diciamo, effetti collaterali.

Come ha riconosciuto il ministro dell’Economia e delle Finanze italiano, Daniele Franco, due grandi banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, hanno prestato molti soldi alla Russia. Per usare le sue parole: hanno un’esposizione verso la Russia senz’altro rilevante.

Intesa e Unicredit hanno ampiamente tranquillizzato risparmiatori e azionisti. Resta il fatto che secondo la testata finanziaria italiana Deal Flower esse presentano un’esposizione complessiva verso Mosca pari a 20 miliardi di euro. Se evaporano, sappiano che è stato Draghi.

GIULIA BURGAZZI

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