di Enrico Tomaselli – GiubbeRosseNews.it.

Come è stato più volte detto su queste pagine, un serio problema per l’occidente collettivo, e segnatamente per quella sua parte che si raccoglie all’ombra della NATO, è quella sorta di autismo che la contraddistingue – laddove con questo termine si intende alludere alla barriera di incomunicabilità che viene costantemente eretta tra il pensiero (diplomatico e strategico) delle leadership e la realtà effettuale. E c’è in particolare un aspetto che ne risulta significativamente problematico, e che prescinde da qualsivoglia valutazione di merito, e cioè l’incapacità di comprendere le ragioni del nemico. Purtroppo, l’azione della propaganda, che si è sin dall’inizio focalizzata sulla disumanizzazione del nemico, ha creato una sorta di effetto boomerang, per cui le stesse élite politiche occidentali ne sono rimaste vittime, perdendo di vista un aspetto invece fondamentale.

È questo un meccanismo mentale persino classico, nella sua prevedibilità: poiché si deve negare in nuce che il nemico possa avere delle ragioni, si finisce col misconoscerle, e conseguentemente col non comprendere il come ed il perché delle sue azioni presenti e future.
Nello specifico, rifiutarsi di considerare l’approccio russo al conflitto che lo oppone all’occidente, si traduce nella incapacità di valutare e prevedere correttamente quali potrebbero essere le prossime mosse. Non a caso, infatti, queste valutazioni oscillano costantemente tra estremi opposti, che vedono la Russia ora come un’orda barbarica impaziente di attaccarci, ora come un paese in rotta e prossimo al tracollo.
La realtà, invece, ci dice che le scelte di Mosca rispondono ad una logica ben chiara e precisa, che a sua volta è limpidamente riconducibile a quelli che per i russi sono i propri interessi strategici.

In particolare, l’intera storia del conflitto ucraino, a partire dal 2014, ci dice alcune cose estremamente significative ed evidenti. Mosca è stata, lungo questi anni, molto riluttante ad avventurarsi in un conflitto che immaginava ben più impegnativo – soprattutto sotto il profilo geopolitico – di quelli precedentemente vissuti contro l’insurrezione islamista in Cecenia e con la Georgia. Ma, al tempo stesso, quando ha ritenuto che il livello di minaccia percepito stesse per superare una soglia pericolosa, non ha esitato ad intervenire militarmente.
E questo ci dice due cose assai rilevanti. Innanzitutto, che la questione fondamentale non è ciò che pensa e/o vuole la NATO, ma come le mosse di questa vengono percepite a Mosca. E la seconda è che quando la percezione supera una soglia di allarme, Mosca è pronta ad attaccare per prima.

Ora, se consideriamo in questa prospettiva tutto l’agitarsi bellicista che sta attraversando l’Europa, e che non è composto solo di chiacchiere ma anche di fatti concreti, dobbiamo renderci conto che – dal punto di vista russo – non è possibile evitare di prenderlo sul serio. E che, conseguentemente, è altamente probabile che se questo mood aggressivo non si smorza, se al contrario si tradurrà sempre più in azioni finalizzate, si arriverà ad un punto in cui la percezione della minaccia sarà tale da suggerire che lo scontro è inevitabile. E quindi, logicamente, la Russia sarà portata a colpire prima che le capacità della NATO raggiungano una soglia critica, tale da impensierirla. Se, insomma, Mosca si dovesse convincere che i paesi europei si stanno realmente preparando per una guerra, non aspetterà che siano anche effettivamente pronti per farla, ed attaccherà.

A questo punto, è necessario sottolineare anche l’importanza della percezione nel campo occidentale, e particolarmente in quello europeo. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’occidente è stato impegnato in numerose guerre, praticamente tutte – con l’eccezione di quella di Corea – assolutamente asimmetriche, condotte proiettando le proprie forze armate a migliaia di chilometri, e soprattutto essendo sempre il soggetto attaccante. L’avvio dell’Operazione Speciale Militare russa, nel febbraio 2022, ha pertanto prodotto uno shock, perché per la prima volta in quasi ottant’anni si è prodotta una situazione esattamente rovesciata: la guerra torna in Europa, è una guerra simmetrica, e non siamo noi ad attaccare ma siamo attaccati. Ciò, ripeto, nella percezione europea occidentale. A quel primo shock se ne è poi aggiunto un altro, quando le leadership europee hanno realizzato che gli Stati Uniti, dopo aver innescato ed alimentato il conflitto, se ne stanno per tirare fuori, scaricandone l’onere sugli alleati del vecchio continente. E che per di più sicuramente non si spenderebbero più di tanto per difenderli, nel caso il conflitto si allargasse. A quel punto, è scattata quella che definisco la sindrome di Annibale [1], gettandole nel panico e facendole precipitare in una folle corsa al riarmo [2].

La possibilità di una grande guerra convenzionale sul territorio europeo, dunque, non è una ipotesi fantascientifica né remota, e ciò nonostante sia probabile che molti attori in scena non la vogliano realmente. Siamo infatti su un piano inclinato, che a sua volta si inclina sempre più quanto più avanti ci si spinge. Ed è appunto l’inconsapevolezza con cui le élite europee si muovono, ad essere oggi la maggior ragione di preoccupazione.
Posto quindi che, a prescindere dalle effettive intenzioni e dalla piena consapevolezza, lo scenario che si sta dispiegando quanto meno contempla concretamente questa possibilità, può essere un utile esercizio provare a ragionare sul come si svilupperebbe questo conflitto, su quali sono le problematiche che incontrerebbe la NATO, e quindi quali esiti sono prevedibili.

Dal punto di vista NATO-UE, le problematiche da affrontare, nella prospettiva di un conflitto con la Russia, sono numerose, di varia natura, ed alcune semplicemente insormontabili.
Tanto per cominciare, per quanto possano essere messi in campo sforzi di coordinamento, parliamo di 27/32 paesi diversi, con forze armate diverse, interessi strategici diversi, forza politica, economica ed industriale diversa. Questa frammentazione non è qualcosa di risolvibile in breve termine, né tanto meno d’imperio, ed in assenza di una leadership forte (quella che Macron vorrebbe ottenere per la Francia, ma che né lui né il suo paese sono in grado di esercitare) ogni tentativo di omogeneizzazione non può che passare attraverso un processo di mediazione – per sua natura lento ed instabile.

Il passaggio ad un’economia di guerra, al di là del facile entusiasmo con cui i leader europei se ne riempiono la bocca, è qualcosa di estremamente complesso, che richiede tempi lunghi ed investimenti considerevoli. Inoltre, sviluppare un sistema industriale capace di supportare le esigenze belliche di un conflitto simmetrico e ad elevatissimo consumo, richiede sia una grande disponibilità energetica, sia un adeguamento infrastrutturale (reti di comunicazione e sistemi di trasporto, innanzitutto). Tutte cose di cui i paesi europei dispongono scarsamente. Ed alle quali non è facile, né tantomeno veloce, trovare soluzione.
Un altro aspetto fondamentale, di cui troppo spesso ci si dimentica, è che la guerra ha a che vedere molto con la geografia.

La Russia, a differenza dell’Europa – e lo ha dimostrato più volte nella storia – possiede qualcosa di estremamente rilevante, la profondità strategica. Può cioè arretrare, cedere territorio all’avanzare nemico, senza mai rischiare di trovarsi senza un ulteriore spazio verso cui retrocedere, consumando al tempo stesso le forze avversarie ed allungando costantemente le sue linee logistiche e di rifornimento. Diversamente, per gli europei ogni eventuale arretramento del fronte significa il probabile collasso di uno o più paesi.
L’Europa, inoltre, ha in effetti una sola grande barriera naturale verso est, ovvero la catena dei Carpazi, che però protegge la Romania occidentale e l’Ungheria, ma che è aggirabile sia a nord (lungo l’asse Leopoli-Varsavia-Berlino), che a sud (lungo l’asse Chisinau-Bucarest-Sofia).

Ma ovviamente i problemi più grandi sono quelli relativi allo strumento militare.
Gli eserciti europei sono piccoli, scarsamente armati, praticamente privi di esperienza di combattimento. Questo è conseguenza di una duplice stratificazione, determinatasi a partire dalla fine della guerra fredda, e cioè per un verso l’orientamento verso guerre brevi, asimmetriche, o lunghe ma di controguerriglia, e sempre proiettate a migliaia di chilometri, e per un altro la delega alle forze armate statunitensi per quanto riguarda la protezione ultima e di livello superiore.
Il sostegno a Kiev durante gli ultimi due anni ha inoltre rivelato ulteriori problematicità, presenti strutturalmente negli eserciti europei. In primis, la scarsità di munizionamento, che invece il conflitto ucraino ha mostrato essere un fattore centrale – e che ovviamente ha direttamente a che vedere non solo con le scorte, ma con la produzione industriale. E secondariamente, ma neanche tanto, che i sistemi d’arma occidentali – soprattutto nel comparto carri MBT e corazzati – sono largamente sopravvalutati, ed alla prova del fuoco si rivelano pesanti, delicati e di scarsa efficacia in combattimento.

Il fatto che gli eserciti occidentali abbiano puntato molto su una (presunta) superiorità tecnologica, ha mostrato tutti i limiti di un simile approccio, poiché appunto gran parte dei sistemi d’arma utilizzati risultano essere estremamente costosi, prodotti in quantità limitata e con tempi medio-lunghi, soggetti rapidamente ad usura e necessitanti di continua manutenzione specializzata. Ed oltretutto nemmeno capaci di assicurare un vantaggio decisivo sul campo.
La sofisticazione degli armamenti, inoltre, si riflette negativamente su un altro degli aspetti problematici con cui si devono confrontare le forze armate europee. La necessità di mettere in campo un numero più elevato di personale militare, infatti, non è soltanto un problema di modifica dei sistemi di reclutamento, ma anche e soprattutto di addestramento. L’utilizzo di strumenti tecnologicamente sofisticati presuppone non solo un tempo più lungo per apprenderne l’uso, ma anche una sufficiente quantità di istruttori competenti, e di luoghi per l’addestramento. Che, ovviamente, non è semplicemente una questione – ad esempio – di guida di un carro, o di uso della bocca da fuoco.

La parte più complessa è la gestione in combattimento, quindi la capacità di utilizzo dei sistemi d’arma in una condizione di coordinamento multilivello, tra unità diverse e con diversi ruoli, etc. Tutte cose estremamente difficili da simulare, ed a cui anche le periodiche manovre NATO non possono rispondere che limitatamente; sia perché ovviamente sono sostanzialmente delle parate, che si svolgono in un contesto del tutto privo degli elementi di imprevedibilità e pericolo reale che ogni battaglia porta con sé, sia perché riguardano comunque un numero limitato di personale.
Pertanto, un aumento del personale militare europeo, sul breve-medio termine, non avrebbe un impatto significativo sulle capacità di combattimento. Senza ovviamente considerare il fattore psicologico, che in una guerra d’attrito ad alta intensità raggiunge livelli di stress considerevole, soprattutto per coscritti culturalmente impreparati alla prospettiva di guerra.

Secondo alcune stime, per fronteggiare la Russia la NATO dovrebbe dispiegare, ai confini orientali, almeno 300.000 uomini. Di questi, almeno un terzo si presuppone che siano militari americani – ma questo molto dipenderà dall’esito delle prossime elezioni presidenziali americane, e da ciò che ne seguirà. In ogni caso, si tratta di un fronte lunghissimo, che va dal mar Baltico al mar Nero, anche se presumibilmente il grosso si concentrerebbe in Polonia. Praticamente nessuno di questi uomini avrebbe esperienza di combattimento in una guerra simmetrica ad alta intensità di fuoco; solo poche decine di migliaia potrebbero vantare esperienze di combattimento contro bande di guerriglieri.
Contro di loro, la Russia presumibilmente schiererebbe non meno di 2 milioni di uomini, di cui praticamente la metà formatisi sul campo ucraino.

La disparità delle capacità di combattimento, oltretutto (e come ben dimostra il conflitto ucraino), si riflette immediatamente sulla quantità di perdite, e sulla difficoltà di sostituirle. Gli eserciti europei si troverebbero ben presto a schierare prevalentemente carne da cannone.
Gli eserciti NATO, inoltre, sono strutturati in funzione di conflitti veloci e ad alta mobilità, mentre è ragionevole pensare che questo eventuale conflitto avrebbe le medesime caratteristiche di quello che si sta combattendo in Ucraina, solo su una scala ben maggiore. E questo, inevitabilmente, aumenterebbe le difficoltà per delle forze strutturate su un modello radicalmente diverso da quello che dovranno affrontare.

Le forze armate NATO hanno probabilmente un vantaggio soltanto per quanto riguarda l’aviazione, potendo disporre di un numero più elevato di velivoli, soprattutto di quarta e quinta generazione. Ovviamente il punto è se questa superiorità sia o meno sufficiente ad assicurare se non proprio il dominio dell’aria, quanto meno una efficace capacità di attacco. Sicuramente le forze armate russe dispongono di ottimi sistemi anti-aerei ed anti-missile, ma è probabile che non sarebbero tanto questi, a fare la differenza, quanto piuttosto il settore in cui il predominio russo è abbastanza netto, ovvero la missilistica e le bombe plananti.
L’aviazione NATO, infatti, ben più che di superare le difese russe, dovrebbe preoccuparsi di essere in grado di decollare. Essendo ben nota la superiorità occidentale, è ragionevole pensare che come prima cosa i russi lancerebbero una raffica di missili ipersonici sulle principali basi aeree della NATO, che raggiungerebbero il bersaglio in pochissimi minuti [3].

Il comparto missilistico è certamente uno di quelli su cui più facilmente potrebbe far leva Mosca, per assicurarsi un vantaggio strategico. Oltre ad essere utilizzabile per azzoppare l’aviazione occidentale, infatti, potrebbe utilizzarlo anche per colpire con precisione altri obiettivi – vie di comunicazione, fabbriche e depositi di armi, centri comando…
La Russia, inoltre, può vantare ormai una solida esperienza nell’uso di droni di ogni tipo, sia per osservazione che per attacco, così come nello sviluppo di sistemi di contrasto per questo tipo di sistema d’arma – dai jamming elettronici ai drone anti-drone, alle piccole unità mobili per l’intercettazione e l’abbattimento di recente costituzione.

In base a valutazioni di vari esperti militari, le forze armate della NATO avrebbero presumibilmente (ed in base esclusivamente alla capacità di fuoco) una possibilità di resistenza di circa due/tre mesi. È ragionevole pensare piuttosto ad un periodo più lungo, diciamo almeno sei mesi, prima di riuscire a stabilizzare il fonte. Ma, ovviamente, a quel punto la linea di combattimento sarebbe abbondantemente all’interno dei paesi europei, con tutto quel che ne consegue sia sul piano militare che morale e psicologico. Con ogni probabilità, i paesi baltici sarebbero occupati, così come la Moldavia, parte della Romania e della Polonia – Varsavia compresa. Il livello di devastazione nelle retrovie sarebbe impressionante, e la tenuta delle popolazioni assai a rischio.

Per quanto un conflitto europeo che si concludesse con una nuova sconfitta della NATO suonerebbe come un campanello d’allarme rosso, per gli Stati Uniti, è comunque assai improbabile che decidano di scendere in campo in prima persona. Diversamente dalle precedenti due guerre mondiali, infatti, innanzitutto il nemico dispone adesso di un poderoso arsenale nucleare, con il quale potrebbe agevolmente causare danni spaventosi agli stessi USA, e poi in questo caso non si tratterebbe più di una guerra finalizzata all’espansione imperiale, ma di un pezzo del conflitto più ampio che Washington si trova a combattere per difenderla.
Come già detto in passato, l’America senza l’Europa è solo una grossa isola, ma nel contesto geostrategico su cui stiamo ragionando è anche una pedina sacrificabile.

Per le medesime ragioni, è praticamente impossibile che la Francia o la Gran Bretagna (unici paesi europei NATO a possederle) usino armi nucleari a scopo difensivo. In quel caso, infatti, non si tratterebbe nemmeno di Mutual Assured Destruction, ma di distruzione totale dell’Europa.
Un conflitto convenzionale di questa portata, comunque, rappresenterebbe una seria minaccia per una serie di basi assolutamente strategiche per gli Stati Uniti, la cui rilevanza va ben oltre il teatro europeo. In particolare, quella di Ramstein in Germania, e quelle di Sigonella e di Niscemi (MUOS). È ragionevole pensare, quindi, dal momento in cui si profilasse una situazione di tipo ucraino (perdite territoriali significative, difficoltà di resistenza, fragilità degli equilibri politici interni…) che Washington manovrerebbe per congelare la situazione prima che questa metta seriamente a rischio i nodi più importanti della sua rete militare globale.

Ovviamente, anche a prescindere dalle perdite umane e materiali, il rischio serio di un eventuale conflitto di questo genere sarebbe non solo l’umiliazione dell’Europa, ma il suo precipitare in una condizione di dipendenza-sudditanza ancora più accentuata. Significherebbe spezzarne per decenni ogni possibilità di ripresa, morale e politica innanzitutto, ma non solo.
Per questa ragione, è importante comprendere bene come una terza grande guerra sul suolo europeo avrebbe conseguenze terribili per generazioni, ed è quindi necessario fare tutto il possibile per evitarla. Fermare gli Stranamore che giocano col fuoco, prima che il gioco sfugga loro di mano e non sia troppo tardi.

NOTE:


1 – Durante la seconda guerra punica, le armate cartaginesi di Annibale, valicate le Alpi, penetrarono nella penisola italica, portandovi guerra e distruzione per ben sedici anni. Questa fu percepita da Roma come la più grande minaccia mai verificatasi, e ne conseguirono la volontà di annientamento nei confronti della potenza rivale (Cartagine fu poi rasa al suolo) ed un profondo ripensamento dell’esercito romano.
2 – Come già più ampiamente esaminato (cfr. “Smentire la profezia”Giubbe Rosse News), il gonfiarsi del bellicismo europeo, anche se molto probabilmente non corrisponde ad una reale volontà di muovere guerra alla Russia, quanto piuttosto di mostrarvisi pronta per dissuadere Mosca, rischia concretamente di sortire l’effetto opposto, ovvero di apparire come una minaccia dal punto di vista russo, e conseguentemente di essere presa sul serio.
3 – I missili ipersonici sono praticamente inintercettabili. Viaggiano ad una velocità di circa 9 volte quella del suono, cioè più di 10.000 chilometri all’ora. L’eventuale manovra di intercettazione prevede che il radar rilevi il missile, e ne trasmetta le coordinate al sistema antiaereo (Patriot), poi ci vogliono dai cinque ai sette minuti perché il sistema Patriot diventi operativo. Un missile Zircon in quel lasso di tempo percorre circa 1.000 Km. Uno dei requisiti principali per l’intercettazione è la presenza di un campo radar continuo, che permetta di rilevare il bersaglio dall’inizio alla fine del volo. Ma un radar sempre acceso significa farne un bersaglio identificato e localizzato, che può essere attaccato con droni o bombe plananti.

 

Tratto da: https://giubberossenews.it/2024/04/01/fermare-gli-stranamore/.

 

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