Evergrande: la Cina fa tremare la finanza globale

Qualcosa di molto strano sta succedendo a livello globale, su molti piani. Uno di questi è quello economico. Oggi le borse europee hanno aperto in profondo rosso per il timore del crack di Evergrande, il gigante cinese delle costruzioni, la seconda maggiore società del settore di tutta la Cina.

Evergrande ha accumulato debiti per oltre 300 miliardi di dollari che non è in grado di ripagare e ha visto il crollo del valore delle proprie azioni, ridottosi del 90%. Il 21 settembre la società avrebbe dovuto ripagare una prima tranche dei prestiti bancari, ma non essendoci liquidità in cassa il colosso del real estate ha fatto trapelare che non sarà in grado di rimborsare gli istituti bancari, gli investitori e i fornitori.

Il timore è che questo possa innescare una reazione a catena nelle società del comparto immobiliare, un settore che vale tra il 10 e il 20% del pil cinese, e questo potrebbe provocare una nuova crisi finanziaria globale, simile alla crisi dei mutui subprime.

Come si è arrivati a questa situazione? Le ragioni sono molte: in primo luogo c’è l’irrisolta questione della speculazione globale. Dopo il crack di Lehman i buchi creati dalla speculazione finanziaria sono stati trasmessi ai debiti sovrani. Sono stati in sostanza gli Stati, e quindi i popoli, a pagare il costo del disastro, ma il “casinò globale” della finanza è continuato senza alcuna vera riforma.  Non si è reinserito il Glass Steagall Act (la legge che separava le banche che fanno speculazione da quelle in cui si mettono i risparmi), non è stata vietata la vendita allo scoperto né si sono posti limiti legislativi alle attività ad alto rischio.

In Cina gli effetti della crisi del 2008 non si sono sentiti proprio perché Pechino ha utilizzato le sue enormi riserve valutarie per sostenere l’economia ed evitare i contraccolpi, e buona parte di quella enorme massa di denaro è andata proprio nelle costruzioni. In parte questo era giustificato dalla necessità di fornire ai cinesi abitazioni adeguate alla loro nuova condizione economica e dalla necessità di ricostruire dopo il terremoto in Sichuan, ma su questo si è poi innescata una gigantesca bolla speculativa che lo Stato cinese ha sostenuto, rifinanziando senza limiti le società immobiliari. Ora sembra che Pechino abbia deciso di dare un taglio alla speculazione nel settore immobiliare e la volontà di lasciare Evergrande al suo destino sembrerebbe un segnale. Colpirne uno per rieducarne cento.

Non si può però non guardare la vicenda alla luce di quello che sta succedendo nel contesto globale: le tensioni tra Usa e Cina, ma anche tra Usa e UE che crescono costantemente, l’arrivo inevitabile di forti fiammate inflazionistiche e la scarsità di materie prime che si affaccia.

Pechino pensa forse a un radicale cambio di strategia economica, che abbandoni il precedente approccio neoliberista e di cui il crack di Evergrande è un primo passo?

Arnaldo Vitangeli

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