di Alessandro Bartoloni.
Verso un’Europa Superpotenza (Il Cerchio, 2024) è un libro di Mario Barbini, Fabio Filomeni, Luigi Scotto, Bruno Spatara e Luca Tadolini, personalità più o meno vicine a Roberto Vannacci. Gli autori muovono dal riconoscimento delle responsabilità USA nei conflitti che hanno insanguinato il mondo dopo la caduta del Muro di Berlino, fomentati con lo scopo di mantenere l’egemonia a stelle e strisce, in particolare sul Vecchio Continente. La NATO è presentata come un’alleanza difensiva che, scomparso il pericolo sovietico, si sarebbe dovuta sciogliere al pari del Patto di Varsavia invece di trasformarsi in un’alleanza offensiva ai danni dell’Europa. Di conseguenza, occorre uscire dalla NATO e creare uno Stato europeo, che vada da Dublino a Vladivostok, in grado di competere con le altre superpotenze: USA, Cina ed India. Soltanto così il nostro continente potrà gestire liberamente i rapporti con gli altri paesi senza subire indebite ingerenze, come avvenuto col boicottaggio USA del gas russo e della Via della Seta cinese. D’altronde, se siamo entrati in un’epoca multipolare caratterizzata dalla compresenza di più superpotenze, ciascuna con un proprio sistema politico-economico, è giusto che anche l’Europa possa riconquistare un posto al sole.
Per farlo, la critica nei confronti di Bruxelles è benvenuta purché non diventi euroscetticismo, globalismo od antieuropeismo. Occorre rafforzare l’UE senza uscirvi, poiché rompere l’unità per poi ricostruirla sarebbe molto più difficile e rischioso per via dell’egemonia statunitense sempre basata sul divide et impera. Né è possibile puntare sugli Stati nazionali, troppo piccoli per potersi confrontare alla pari con le altre superpotenze di dimensioni continentali da cui rimarrebbero fatalmente schiacciati. L’obiettivo è quello di uno Stato europeo, ma geograficamente euroasiatico, la cui forza non sia finalizzata al mero accumulo di ricchezze ma si manifesti col trionfo e la gloria del sacro e del divino, nello sviluppo del diritto, della tecnica, dell’industria e della cultura, tutti caratteri peculiari rispetto a quelli delle potenze talassocratiche. Occorre costruire un’autorità che affondi le proprie radici nell’Impero romano ed in quello russo, guidata da coalizioni politiche unite su temi specifici e non sulle rigide ideologie di destra e di sinistra, anche perché il confronto è con grandi potenze molto omogenee al proprio interno.
Ma come realizzare tutto questo? Per gli autori, il modo in cui l’Europa dovrebbe riconquistare il rango che le spetta verrà suggerito dalle circostanze, lasciando intendere che la via pacifica è soltanto una delle opzioni sul tavolo. D’altronde, la storia europea fino alla Seconda guerra mondiale e le sue dimensioni non consentono di nascondere il riarmo dietro la tutela dei diritti umani. È dunque necessaria una volontà politica che costruisca un esercito unitario ed espella le armate straniere dal nostro territorio.
Il libro qui brevemente sintetizzato amplia ed approfondisce il manifesto per un’Europa sovrana ed indipendente redatto ad inizio 2024 e si inserisce nel solco di quella corrente antiamericana della destra italiana che, a partire dal IV congresso del MSI del gennaio 1954, è sempre stata minoritaria. Ma è davvero possibile che gli Stati Uniti rinuncino al proprio dominio sul Vecchio Continente? E quali sarebbero le conseguenze?
L’unità politica europea e la messa in discussione delle truppe a stelle e strisce trova il primo e più grande ostacolo nel forte, profondo ed esteso intreccio economico[1] tra le rispettive aziende. Sul versante commerciale, il surplus delle partite correnti europeo nei confronti degli Stati Uniti – che nel 2023 è arrivato ad 80 miliardi di dollari in totale, ma per i soli beni ha superato i 200 – se da un lato consente alle nazioni del Vecchio Continente di accumulare valuta, dall’altro gli impone il dollaro quale divisa di riferimento. Ciò costringe i paesi esportatori netti di merci a reimpiegare i biglietti verdi negli Stati Uniti sotto forma di investimenti diretti (cosiddetti IDE) sedicenti produttivi oppure dichiaratamente speculativi (cosiddetti di portafoglio o di altro tipo) in modo da garantire la solvibilità del cliente finanziandogli il deficit commerciale.
Per quanto riguarda gli IDE, l’ammontare totale al 2023 degli investimenti effettuati dalle imprese dei paesi UE negli Stati Uniti assommava a 2.420 miliardi. Ciò significa che il 45% di tutti gli investimenti diretti che dall’estero sono affluiti negli Stati Uniti arrivano da qui. E se si considerano anche il Regno Unito, la Svizzera e la Turchia l’ammontare è ancora maggiore: 3.463 miliardi pari al 64% del totale. Una cifra enorme visto che dall’Asia-Pacifico ne sono arrivati meno della metà. Il ritorno di questi investimenti è ovviamente notevole e nel solo 2023 hanno consentito all’UE e all’Europa nel suo complesso di incamerare 127 e 174 miliardi rispettivamente, vale a dire il 47% ed il 65% di tutti i profitti che sono usciti dagli USA.
Ovviamente, gli interessi statunitensi in Europa non sono da meno. Al 2023, il valore degli IDE effettuati nel corso degli anni dagli imprenditori statunitensi nei paesi UE ammontava a 2.578 miliardi di dollari, pari al 39% del totale degli investimenti esteri effettuati. Più di quanto hanno investito nelle regioni dell’Asia-Pacifico e dell’America Latina messe insieme. I due terzi di questi capitali, inoltre, sono impiegati in società di partecipazioni (le cosiddette holding) che per statuto hanno interessi internazionali e trasversali ai vari settori economici. Se si considera l’Europa nel suo complesso il valore di questi investimenti sale a 3.950 miliardi (59% del totale). Grandi investimenti decisamente remunerativi dal momento che, nel solo 2023, hanno prodotto profitti dall’UE per 229 miliardi di dollari, il 40% del totale di tutti i dividendi, gli interessi e gli utili reinvestiti generati dai capitali USA impiegati all’estero, e dall’Europa per 318 miliardi (55% del totale). Valori che dimostrano come i tassi di profitto che gli statunitensi riescono ad ottenere investendo nell’UE e negli altri paesi del Vecchio Continente sono molto maggiori di quanto gli europei ottengono investendo negli Stati Uniti.
Per quel che concerne gli investimenti speculativi, nel solo 2023 dall’UE sono arrivati 481 miliardi, 1.056 se si considera l’Europa nel suo complesso, mentre quelli che hanno fatto il tragitto inverso sono stati rispettivamente 64 e 240 miliardi (la discrepanza tra Europa ed UE è dovuta all’importanza della City di Londra). E anche in questo caso, pur in presenza di un’importazione netta di capitali, l’ammontare dei relativi profitti dimostra che il rendimento degli investimenti che i capitalisti USA effettuano nell’UE ed in Europa è molto maggiore del rendimento degli investimenti europei negli Stati Uniti.
Dunque, l’unità dell’Occidente e la subordinazione europea nei confronti degli Stati Uniti hanno un’importante base economica. Stando così le cose, sembra improbabile che gli investitori delle due sponde dell’Atlantico del nord possano rinunciare a tale giro d’affari. A meno che non siano costretti a farlo oppure trovino altrove una valida alternativa. Pertanto, la creazione di un’Europa capitalisticamente superpotente e sganciata dagli Stati Uniti comporta necessariamente lo sviluppo di relazioni economiche ancora più predatorie nei confronti del resto del mondo. Un esito che può piacere soltanto alle grandi multinazionali (non ai lavoratori né ai piccoli imprenditori), che neanche la democratizzazione delle istituzioni UE può evitare. Pensare di pareggiare il livello di democrazia dell’UE con quello dei suoi Stati membri (innalzando il primo senza abbassare il secondo) significa indirizzare la lotta politica verso un binario morto, verso un terreno democratico-borghese già battuto dagli Stati nazionali che la Storia ci ha già dimostrato non essere sufficiente a mantenere e sviluppare le conquiste popolari che rendono un paese effettivamente civile. La contraddizione tra democrazia politica formale ed autocrazia economica sostanziale è presente anche negli Stati nazionali ma, ciononostante, questi rimangono più democratici dell’UE e quindi rappresentano, in Occidente, il terreno più favorevole sul quale poter lottare per subordinare il grande capitale alle istanze popolari. Che poi significa fargli pagare le tasse; indirizzarne i movimenti; imporgli gli investimenti necessari a favorire l’occupazione di qualità e il progresso tecnico-scientifico che è più utile agli interessi del popolo; nazionalizzarli ogniqualvolta siano impiegati in settori considerati strategici.
Al contrario, gli Stati Uniti d’Europa costituiscono un deciso passo indietro nei rapporti democratici. Essi non soltanto rappresentano un maggior predatore economico sullo scacchiere internazionale ma anche un despota dal punto di vista politico interno. E ove anche si riuscisse a pareggiare il livello democratico dell’UE con quello dei suoi membri, ciò non impedirebbe alla superpotenza europea di diventare un predatore economico esattamente come le istituzioni democratiche nazionali non impediscono ai singoli paesi di esserlo. Pertanto, la proposta dell’Europa superpotenza è reazionaria ed incompatibile col sovranismo popolare, sia sul piano economico che su quello politico, e rappresenta una perdita di tempo dannosa, che distoglie le energie dalla conquista di un’effettiva sovranità popolare.
NOTA
[1] I dati sono tratti da: U.S. Bureau of Economic Analysis (BEA), International Transactions (ITA), Table 1.3. U.S. International Transactions, Expanded Detail by Area and Country. Si veda anche il documento Direct Investment by Country and Industry, 2023

















