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Approfondimenti31 Agosto 2026

Virus creati dall’intelligenza artificiale: il vaso di Pandora è stato aperto

Giovanni LeonardoDi Giovanni Leonardo·11 contenuti pubblicati
etica intelligenza artificiale
L'articolo

Per la prima volta nella storia, un’intelligenza artificiale ha progettato da zero il genoma di virus funzionanti, mai esistiti in natura. Ci vendono la scoperta come una svolta terapeutica. Ma la verità è un’altra: nessuno, ad oggi, è davvero in grado di garantire che questa tecnologia non finisca fuori controllo.

 

C’è una notizia, passata con sospetta discrezione sui media generalisti, che merita invece la massima attenzione, perché segna uno spartiacque epocale, di quelli che la storia della scienza registra una volta ogni generazione. Per la prima volta, un gruppo di scienziati statunitensi ha utilizzato un’intelligenza artificiale per progettare da zero il genoma completo di virus funzionanti, mai osservati in natura. Non simulazioni, né modelli teorici da laboratorio virtuale. Virus reali, sintetizzati fisicamente, capaci di infettare e replicarsi. E il modo in cui questa vicenda è stata raccontata, tra mitizzazione, entusiasmo e rassicurazioni frettolose, dice già molto su come la comunità scientifica affronta o preferisce non affrontare fino in fondo le implicazioni più scomode di ciò che ha appena reso possibile.

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Come funziona Evo, l’intelligenza artificiale che scrive genomi

Il protagonista di questa svolta si chiama Evo, sviluppato in due versioni successive (Evo 1 ed Evo 2) da un team coordinato dal ricercatore Brian Hie, dell’Arc Institute di Palo Alto e della Stanford University. Il funzionamento concettuale ricorda da vicino quello dei modelli linguistici alla base dei chatbot più diffusi, ma applicato non alle parole bensì al DNA: Evo tratta il codice genetico come un vero e proprio linguaggio, addestrandosi su milioni di sequenze di batteriofagi (virus che infettano i batteri) per apprendere le regole con cui i geni si organizzano e producono strutture biologicamente coerenti. Utilizzando come riferimento il genoma del batteriofago ΦX174, un virus minuscolo e ben conosciuto dalla biologia molecolare, i ricercatori hanno chiesto al sistema di generare centinaia di migliaia di varianti genomiche plausibili. Da queste, ne sono state selezionate alcune centinaia da sintetizzare fisicamente in laboratorio. Il risultato: sedici genomi progettati dall’intelligenza artificiale si sono dimostrati virus pienamente funzionanti, capaci di infettare e uccidere batteri di Escherichia coli, incluso un ceppo resistente ai batteriofagi naturali conosciuti.

La favola rassicurante e la realtà tecnica che la smentisce

La narrazione ufficiale, quella rilanciata pressoché identica da tutte le principali testate, insiste su un punto: nessun pericolo, perché i virus creati colpiscono solo batteri, e i genomi di virus umani sono stati deliberatamente esclusi dall’addestramento. Una rassicurazione che suona bene sulla carta, ma che regge molto meno di quanto si voglia far credere. Chi si occupa dibiosicurezza ha infatti già dimostrato, con ricerche indipendenti condotte su questi stessi modelli, che basta un intervento tecnico relativamente contenuto (il cosiddetto fine-tuning, un riaddestramento mirato con dati aggiuntivi) per migliorare sensibilmente la capacità di questi sistemi di prevedere e progettare sequenze genetiche relative a virus che infettano l’uomo, incluse varianti capaci di eludere il sistema immunitario. Tradotto in parole semplici: l’esclusione dei dati pericolosi dal training iniziale non è affatto una barriera strutturale. È una porta lasciata socchiusa, che chiunque disponga delle competenze e delle risorse necessarie può aprire con relativa facilità. E in un mondo dove laboratori privati, università straniere e attori statali di ogni tipo hanno accesso a competenze avanzate di intelligenza artificiale, dare per scontato che nessuno lo farà è solamente un atto di fede.

Il vero problema: chi controlla, e come

Qui sta il punto che i titoli entusiasti dei giornali mainstream preferiscono lasciare sullo sfondo. Non esiste, oggi, alcun sistema di controllo internazionale realmente capace di impedire che questa tecnologia venga replicata, riadattata e utilizzata al di fuori dei contesti accademici sorvegliati come quello di Stanford. Non esiste una authority globale che vigili sulla sintesi del DNA su commissione, cioè sul passaggio, tutt’altro che teorico, dalla sequenza progettata al computer al materiale biologico reale, ottenibile oggi da aziende private con procedure di verifica spesso lacunose. Non esiste un protocollo condiviso che regoli chi può addestrare, riaddestrare o utilizzare modelli come Evo, né sanzioni realmente dissuasive per chi lo facesse fuori da ogni controllo. Gli esperti di biosicurezza lo mettono nero su bianco nei loro stessi documenti tecnici: le liste tradizionali di patogeni da sorvegliare sono ormai inadeguate, perché la vera minaccia non è più un elenco di virus già noti, ma la capacità stessa, acquisita oggi da chiunque abbia accesso a questi strumenti, di progettare organismi del tutto nuovi, pensati su misura per aggirare esattamente quei controlli. È come se fossero state rese pubbliche le istruzioni per costruire chiavi capaci di aprire qualsiasi serratura, accompagnata dalla rassicurazione che “per ora” danno accesso solo al Paradiso.

Un copione visto e rivisto: prima si crea, poi si promette di regolamentare

C’è poi un ulteriore elemento che dovrebbe insospettire chiunque abbia seguito con un minimo di spirito critico gli ultimi decenni di sviluppo tecnologico: il copione con cui questa scoperta viene comunicata al pubblico è identico, punto per punto, a quello già visto con l’ingegneria genetica, con l’editing del genoma tramite CRISPR, con la stessa intelligenza artificiale generativa applicata al linguaggio. Si annuncia la scoperta enfatizzandone il potenziale positivo, si minimizzano rapidamente i rischi con rassicurazioni che reggono solo sulla carta, e si promette che la regolamentazione arriverà, puntualmente in ritardo, quando la tecnologia si sarà già diffusa ben oltre la possibilità di un controllo efficace. Chi ricorda il modo in cui vennero gestite, con analoga superficialità iniziale, le ricerche di “guadagno di funzione” sui virus influenzali H5N1 capaci di renderli trasmissibili tra mammiferi sa bene quanto questo schema si sia già rivelato pericoloso in passato, ben prima dell’attuale rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Una tecnologia che corre, un mondo impreparato a fermarla

Non si tratta di rifiutare aprioristicamente il progresso scientifico, né di negare il legittimo potenziale terapeutico di questa tecnologia contro la resistenza agli antibiotici, uno dei problemi sanitari più gravi del nostro tempo. Ma sarebbe da irresponsabili, oltre che da ingenui, accontentarsi delle rassicurazioni fornite dagli stessi ricercatori che quella tecnologia l’hanno sviluppata, e che quindi hanno tutto l’interesse a minimizzarne i rischi agli occhi dell’opinione pubblica e dei propri finanziatori. È la classica risposta che darebbe l’oste alla domanda sulla bontà del proprio vino. L’interrogativo che nessuno nelle stanze che contano davvero sembra avere fretta di porsi seriamente è il più semplice e allo stesso tempo il più scomodo di tutti: chi deciderà, in futuro, chi potrà utilizzare questi strumenti e con quali garanzie reali? Finché la risposta resterà affidata alla buona fede di ricercatori privati e alla rincorsa affannosa di regolamentazioni sempre un passo indietro rispetto alle scoperte, la catastrofe non sarà una remota ipotesi da film di fantascienza. Sarà semplicemente una questione di tempo.

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