«L’Emilia Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per permettere agli uomini di costruire la Ferrari. Gli emiliani-romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari, una Maserati, una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati».

Ecco un esempio perfetto – gran bel mix di ipocrisia e crassa ignoranza – dello stupidario nazionale che usa i social per rincuorare, con oceani di retorica, la popolazione oggi travolta dalla catastrofe alluvionale. La Ferrari? Sì, certo: ma insieme alla Maserati è stata assorbita da Fiat-Fca, a sua volta dominata dai francesi (Stellantis). Lamborghini? Roba tedesca, ormai: gruppo Audi. La Ducati? Idem.

SVENDUTO IL MADE IN ITALY

Facile, cantare il peana degli emiliani. Comodo, rendere omaggio all’indiscutibile genio regionale: aiuta a non pensare, a non imparare mai. «Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco».

Verrebbe da ridere, per non piangere: la stessa Saeco non è più nostra, è passata agli olandesi (Philips). I cantori dell’emilianità invincibile si sono dimenticati di qualche altro brand particolarmente simbolico: come la Moto Morini, in origine a Casalecchio di Reno, ora di proprietà cinese. Così come la stessa Benelli, storicamente nata nell’altra area alluvionata contigua alla Romagna, le Marche.

FINE DEL BENESSERE

Rievocare le glorie del passato? Comodo, confortante: ma piuttosto sleale. Per un fatto: anche i grandi marchi emiliani del Made in Italy esplosero e conquistarono il mondo in un determinato periodo storico. Quello in cui il Belpaese vantava ancora una sua sovranità economica. Dai decenni del boom fino agli anni Ottanta. Prima cioè degli infarti a catena commissionati a tavolino dagli stregoni del neoliberismo.

L’inizio della fine? Il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, completato nel 1981. Padrini: Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, poi premiato con la presidenza della Repubblica. A ruota: lo smantellamento dell’Iri affidato a Prodi. E in parallelo, la svendita degli altri asset pubblici. Registi: D’Alema a Palazzo Chigi e il venerabile Draghi al Tesoro.

L’ERA DEL BRITANNIA

Il male oscuro: l’Italia del Britannia, partorita dopo una lunga gestazione. Il filo rosso (anzi, nero) che tiene insieme la fine di Moro e la tempesta giudiziaria di Mani Pulite. L’ordine categorico, impartito da certi ineffabili cenacoli: la morte del sistema misto, pubblico-privato, che aveva fatto del nostro paese la quarta potenza industriale del pianeta.

A valle, solo conseguenze: Maastricht, l’Eurozona. Il pilota automatico. Tagli su tagli, ergo: super-tasse. Trasferimenti finanziari sempre più esigui: il “miracolo” del Patto di Stabilità. Le buche nelle strade, le bollette alle stelle, le scuole diroccate. Un paese in pezzi, con le infrastrutture che crollano e i giovani che scappano all’estero. Ultimo affronto: l’obbligo del pareggio di bilancio, varato da Monti e approvato dall’emiliano Bersani.

PIANGE LA POLITICA

Ecco, infatti: nel tessere le lodi dell’Emilia Felix dei tempi che furono, i faciloni del web preferiscono citare i cantanti. «Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Liga, Zucchero, Laura Pausini, Cremonini e tanti altri». Sui politici, meglio sorvolare.

Di recente cos’ha prodotto, il milieu emiliano-romagnolo? Niente di cui gloriarsi, come sappiamo. Per esempio il proto-grillino Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, poi finito nel cimitero degli elefanti (con +Europa, addirittura). Stendendo un velo pietoso su Bersani, spiccano le Sardine: altro portento. E sempre Bologna ha sfornato due gioielli come Bonaccini e la Schlein.

SVENDERE TUTTO

A proposito: proprio quei due – in veste di presidente e vice della Regione – sono oggi accusati (ingenerosamente?) di aver restituito al governo 55 milioni destinati alla sicurezza idrogeologica. «Avevano i fondi statali per evitare le alluvioni», scrive “Open”. Eppure «non sono stati capaci di spenderli». Piaga nella piaga: impoverita dall’euro-rigore, l’Italia – molto spesso – riesce a sprecare persino le briciole che le vengono concesse.

Il guaio? Non c’è luce, lassù: buio pesto, sulla politica. Non uno straccio di idea. E nessuno, tra i big, che osi segnalare il problema numero uno. Ovvero: se il miglior Made in Italy ormai se l’è comprato la Germania, inclusi tanti pregiati brand della decantata Emilia, è per colpa dei mascalzoni che si sono inventati l’austerity. E dei loro camerieri: i politicanti nazionali.

L’AVANZO PRIMARIO

Raglia, lo stupidario sui social, celebrando l’immortalità dei conterranei di Enzo Ferrari: «Sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano. E se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, utile a tutti». L’alluvione? Robetta, par di capire. «Ci saranno pietre da raccogliere, dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali». Ma certo: e con che soldi, di grazia?

Da almeno tre decenni – segnalano gli economisti democratici – l’Italia è in avanzo primario. Il che equivale a una tragedia nazionale, come più volte sottolineato dal caustico Paolo Barnard. Tecnicamente: le entrate dello Stato superano le uscite. O meglio: dai cittadini – sotto forma di tasse – il governo incassa più di quanto non investa, in termini di servizi.

EMERGENZA ITALIA

Se c’è anche dell’autentico eroismo, nei geniali emiliani, forse consiste in questo: nell’aver saputo resistere, meglio di altri, allo sfacelo nazionale provocato a tavolino dai grandi poteri. Una sorta di congiura ricorrente, che colpisce la Penisola con particolare, efferato accanimento. All’Italia – prima, in Europa – è stato chiesto di compiere il più feroce harakiri, al sopraggiungere dell’emergenza Covid.

Nessuno come noi è stato così lesto, nel suicidare un’economia già in affanno. In tutta Europa, è difficile trovare personaggi del calibro di Conte, Speranza, Arcuri e Draghi. E oggi siamo ancora una volta primi – cioè ultimi – nella drammatica partita Usa-Russia, che sta letteralmente schiantando l’Europa. Altro che Lamborghini, Ducati e Parmigiano Reggiano.

GIORGIO CATTANEO

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