Sono ormai lontani i tempi dei murales a loro dedicati, dei video ricordo, dei ringraziamenti pubblici in pompa magna, oggi i medici stanno vivendo momenti non facilissimi e le molteplici ragioni (e risvolti) alla base della questione ne fanno un problema complesso di non semplice soluzione.

La carenza di personale nel settore sanitario sta ormai divenendo materia di cronaca quotidiana e al contempo si sta diffondendo con importante capillarità e cronicità sull’intero territorio nazionale.

Si legge di servizi quasi completamente inaccessibili, e della scarsa reperibilità di medici di base, cosa che di fatto lascia i cittadini senza un punto di riferimento sul territorio e anche più banalmente senza le necessarie prescrizioni, prescrizioni che spesso riguardano farmaci salva vita.

Si legge poi invece di reparti super specializzati dove nessuno vuol entrare in servizio perché sottostipendiato rispetto alla mole di responsabilità gravante sulle spalle. Troppi oneri e di onori nemmeno a sentirne parlare.

Si legge poi di una vera e propria fuga delle guardie mediche che reclamano condizioni lavorative migliori e sicuramente con stipendi all’altezza del compito e delle conseguenti responsabilità.

Ormai aprire la porta di una struttura ospedaliera o in uno studio medico non garantisce più al paziente l’assistenza e le cure necessarie. Ogni realtà, nel limite delle proprie competenze, ha cercato di mettere una pezza alla situazione in sfacelo, con soluzioni non sempre ortodosse a dire il vero, e talora al limite del bizzarro.

Il vice presidente della regione Lombardia, Letizia Moratti, si é dichiarata entusiasta dell’idea che in breve potrebbe risolvere il problema del personale nelle cure di primo livello,  e rivoluzionare il mondo della sanità. L’introduzione dei mini-medici potrebbe sul lungo periodo aiutare a ridisegnare con più precisione gli ambiti in cui i medici sono davvero necessari. Tradotto: i medici costano troppo, vanno usati con parsimonia. Una soluzione che a dire il vero non é piaciuta solo alla regione Lombardia, ma ha preso campo anche in Puglia, regione che non ha perso tempo ed ha inaugurato al San Paolo di Bari il primo reparto a gestione infermieristica. 

Meno entusiasti i commenti dell’utenza che alle parole della Moratti si chiedono se la decisione non sia forse un po’ spericolata e al contempo si meravigliano della latenza di Ordini e Sindacati che non stanno facendo nulla per sostenere i propri iscritti. Molti sono preoccupati che le competenze delle nuove figure non siano sufficienti per l’erogazione del servizio e si augurano di non dover pagare sulla propria pelle le inefficienze di un sistema che all’evidenza dei fatti non funziona più.

Situazione diversa, ma fino ad un certo punto, in Veneto dove invece si é scoperto alla prima fattura emessa che sostituire i medici con professionisti mandati dalle cooperative costa troppo, quindi, invece di proseguire con il medico a richiesta da pagare fino a 110 euro all’ora, hanno deciso di varare una misura d’urgenza attraverso cui si permette anche agli specializzandi al primo anno di occuparsi di emergenze. 

Questi sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero menzionare, ma ci restituiscono un’immagine abbastanza fedele delle varie realtà sparse per il Paese.

Ma la domanda che ci si dovrebbe porre é perché tutto questo. Le ragioni sono molteplici.

Da una parte hanno a che vedere con questioni meramente economiche. Le Regioni hanno sempre meno soldi in budget per la sanità e devono ridurre i costi. Peccato che i medici sotto pagati non sempre accettino un carico di responsabilità così grande per due lire. Chi ha specializzazioni particolari e possibilità spesso preferisce lavorare nel privato ed esercitare la libera professione con maggiore soddisfazione e remunerazione.

Un’altra considerazione non di poco conto riguarda il periodo post-pandemico in combinazione con l’obbligo vaccinale. Molti medici non hanno accettato di barattare la propria professionalità con un siero, e quindi un numero non indifferente di sanitari sono rimasti a casa non sempre rimpiazzati da colleghi. Il Ministero e l’Ordine d’altra parte si sono dimostrati inflessibili sulla questione vaccino, lasciando a casa anche coloro che hanno sviluppato gli anticorpi da guarigione.

Se davvero si volesse dare un segnale al Paese di effettiva ripresa e collaborazione, gli Enti non potrebbero piuttosto provvedere al reinserimento immediato in organico dei medici sospesi invece di lasciare che le strutture lavorino sotto organico?

D’altra parte ad emergenza si risponde con emergenza, così ci hanno insegnato. Evidentemente questa equazione non vale per tutti.

Viene a tratti dunque il lecito dubbio che le Regioni e tutti gli altri Enti competenti in realtà non abbiano interesse a risolvere la faccenda, sfruttando il momento di difficoltà per imporre cambiamenti nelle strutture sanitarie che altrimenti non verrebbero accettati dall’opinione pubblica. Una strategia che ormai conosciamo molto bene a causa della gestione pandemica.

Plausibile che sempre meno persone si rivolgeranno alle strutture pubbliche, gestite magari da personale non all’altezza, in balia di protocolli e regolamenti, preferendo pagare nel privato per ricevere un buon servizio.

Plausibile che sempre più spesso i medici saranno sostituiti da figure ibride, che fisiologicamente non potranno  avere la stessa preparazione ed esperienza, ma che si potranno pagare meno e quindi saranno perfette. Le stesse inoltre verosimilmente non faranno domande o solleveranno dubbi, divenendo meri esecutori di protocolli stabiliti a monte dal Ministero.

Plausibile inoltre che nel pubblico sarà usata sempre di più la telemedicina, con consulti a distanza, in smart working se preferiamo, con un unico sanitario che si collega con utenti da tutta Italia, con notevole risparmio di tempo, risorse e di nuovo soldi.

Senza essere tacciati di catastrofismo o di complottismo, a dire il vero le prime avvisaglie per la piega che avrebbe preso la sanità pubblica vengono da lontano. Si pensi, ma solo a titolo esemplificativo, che già nel 2016, ben sei anni fa, quando di pandemia nemmeno l’ombra, in Veneto già si allestiva il primo reparto gestito completamente da infermieri.

E mentre allora la notizia creava sdegno non solo tra gli utenti ma anche (e forse soprattutto) tra i medici e gli Ordini professionali, oggi l’emergenza ha cambiato le carte in tavola. Come prevedibile.

MARTINA GIUNTOLI

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