Le elezioni presidenziali in Turchia – le più importanti dell’anno – non hanno ancora un vincitore. Si è votato ieri, domenica 14 maggio 2023, e fra due settimane si svolgerà il ballottaggio. I desideri degli Usa non si sono avverati. Per certi versi, è come se gli Stati Uniti avessero perso: almeno per ora.

Nonostante gli Stati Uniti e i sondaggi, infatti, non si è verificata la sconfitta del presidente uscente Recep Erdogan, la vecchia volpe sgradita all’Occidente perché la Turchia, pur facendo parte della Nato, non applica sanzioni contro la Russia.

LE ELEZIONI IN TURCHIA

Il più votato, secondo i sondaggi e negli auspici di Washington e Bruxelles, doveva essere Kemal Kilicdaroglu, filo occidentale. Quest’ultimo promette di riprendere le trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea e di eliminare il veto all’ingresso della Svezia nella Nato. Alcuni sondaggi davano addirittura Kilicdaroglu vincitore delle presidenziali al primo turno, con oltre il 50% dei voti.

Invece Erdogan ha mancato il fatidico 50% per un soffio decimale. Kilicdaroglu si è arrestato al 45%. I risultati non sono ancora completi, ma lo spoglio è pressoché ultimato ed il senso è chiaro. L’altro 5% circa dei voti è andato a Sinan Ogan, che riferisce di aver sentito parlare di manipolazioni nel conteggio dei voti provenienti dall’estero. Non risulta tuttavia che egli sia stato in grado di addurre prove.

In Turchia si votava anche per il Parlamento, che però in una repubblica presidenziale non ha un’importanza particolarmente spiccata. Il partito di Erdogan ha comunque ottenuto una maggioranza analoga a quella del suo leader: qualche decimale in meno del 50%. La coalizione di opposizione ha circa il 35%. Il resto è andato soprattutto ai Verdi insieme ai quali correva il maggior partito dei curdi.

LA TERZA VIA DI ERDOGAN

Erdogan può ben avere tutti gli immaginabili difetti del mondo, e anche uno o due in più di quelli immaginabili. Però ha un indubbio merito. In un mondo spaccato dalla guerra che si combatte in Ucraina fra Russia ed Occidente, è riuscito a pilotare la Turchia su di una terza via.

Anche se l’Occidente a trazione statunitense diffonde forte e chiaro il messaggio “chi non è anima e corpo con noi, è contro di noi”, la Turchia di Erdogan non applica sanzioni alla Russia, e non solo. Intrattiene con la Russia fitti rapporti economici e diplomatici.

Pochi giorni prima delle elezioni, si è svolto a Mosca un summit fra Turchia, Iran e Siria. Si inscrive nelle reti di dialogo che stanno ponendo fine alle guerre civili in Yemen e in Siria: due regimi contro i quali gli Stati Uniti hanno fatto (ormai invano) fuoco e fiamme per molti anni.

LA POSTA IN GIOCO DELLE ELEZIONI IN TURCHIA

Una defenestrazione di Erdogan e l’insediamento in Turchia di un presidente allineato con gli Stati Uniti scompiglierebbe queste reti di pace e destabilizzerebbe il Medio Oriente.

Da un punto di vista internazionale, è questa la vera posta in gioco per le elezioni presidenziali in Turchia. Intanto ieri l’affluenza alle urne ha sfiorato il 90%. Per fare un confronto, alle ultime elezioni politiche in Italia ha votato meno del 64%.

Del resto, in Turchia era – ed è – in gioco una scelta, diciamo, esistenziale, una di quelle che davvero invogliano a votare: la collocazione del Paese sulla scena politica internazionale, con tutto ciò che questo si porta dietro anche sul piano interno. In Italia, una cosa del genere forse è capitata per l’ultima volta nel 1948.

GIULIA BURGAZZI

 

 

 

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