Dal voto per posta alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti nel 2020,  al voto alle Poste alle prossime elezioni in Italia il passo è stato davvero breve. Solo questa prospettiva dovrebbe far drizzare i capelli ai più, per lo meno a quelli che ricordano come sono andate le cose nel novembre di due anni fa. Ma se pensate che questo sia tutto, aspettate di vedere cosa hanno in serbo per i cittadini italiani in vista delle prossime elezioni 2023.

Vediamo dunque la proposta del 5 stelle  Federico D’Incà, già ministro per i rapporti con il Parlamento, nonché autore del libro bianco “Per la partecipazione dei cittadini”.

Al fine di combattere l’astensionismo”, dice, “è nostro dovere spalmare la possibilità di votare anche prima del giorno deputato e di poterlo fare ovunque sul territorio italiano, sia negli uffici comunali che negli uffici postali.”

In conferenza stampa  il ministro ha poi ieri ribadito:  “L’astensionismo è la vera malattia del nostro paese, ma è facile da combattere. Dobbiamo anzitutto trasformare la scheda fisica in una app da scaricare sul telefono che funzioni come il green pass. (…) Questo consentirebbe di votare in diversi seggi anche lontani dalla zona di residenza, (…) in un qualsiasi ufficio postale italiano fino a 15 giorni prima del giorno di voto(…)”. 

Secondo D’Incà, il vero grande problema delle democrazie occidentali è il crescente disinteresse nei confronti della politica e della vita pubblica, ed il nostro paese  non farebbe eccezione a questa diagnosi. Il degrado derivante dall’astensionismo porterebbe al deterioramento delle istituzioni e in ultima analisi al  progressivo svuotamento delle stesse della loro funzione.

Davvero singolare questa analisi e in tutta onestà anche piuttosto semplicistica. Forse sarebbe opportuno chiedersi quale sia la reale motivazione che spinge i cittadini a non recarsi alle urne piuttosto che guardare al dato in sé e non contestualizzato. Ma forse non è tanto l’analisi del dato che interessa, quanto la sua pretestuosità. La mossa del ministro ci pare infatti tristemente propedeutica a condurre il paese in ben altra direzione.

E’ sempre utile ricordare che il green pass, nonostante lo stato di emergenza sia terminato, non è mai stato dismesso, piuttosto è stato accantonato e messo sotto vuoto in attesa di tempi migliori. E quale miglior occasione per ridargli vita se non questa?  L’election pass, come viene chiamato da D’Incà, pare fin troppo simile alla tessera verde. E’ proprio in questa ottica che la digitalizzazione del voto potrebbe finire per subordinare un altro diritto fondamentale dei cittadini ad altri pre requisiti indispensabili per accedervi, quali, ad esempio, la ben nota vaccinazione,  ma anche il pagamento delle tasse, o altro che venga di volta in volta stabilito dalle istituzioni (democratiche).

Gli italiani saranno disposti ad utilizzare una app per votare alle Poste? Siamo sicuri che i cittadini di tutte le età sappiano maneggiare uno strumento del genere? Ma soprattutto, ed è forse la questione centrale, siamo sicuri che i nostri connazionali saranno in possesso di volta in volta dei requisiti per potersi recare alle urne ed esercitare il loro diritto? Molti probabilmente preferiranno non votare affatto, molti invece semplicemente non potranno.

Comunque sia, i non votanti cresceranno, per buona pace del ministro D’Inca, e forse sarà proprio l’establishment l’unico a beneficiarne.

MARTINA GIUNTOLI

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