Le parole degli studiosi cominciano ad evocare uno spettro temibile. Si chiama efficacia negativa dei vaccini Covid. Significa che i vaccinati, dopo un certo lasso di tempo, si infettano più facilmente dei non vaccinati.

Nessuno l’ha ancora scritto in questi termini, papale papale. Tuttavia ci sono tracce significative del concetto in tre recenti preprint. Si tratta di bozze di articoli scientifici già messe a disposizione della collettività perché ritenute interessanti ma non ancora convalidate dall’esame accurato di altri studiosi.

Sebbene non ancora convalidate, queste bozze non le ha scritte un idraulico o un antennista, fatto salvo il rispetto dovuto alle due professioni: sono opera di ricercatori ultra specializzati. Uno di questi studi è addirittura finanziato dal Governo canadese.

I tre studi riguardano la durata della protezione che i vaccini Covid in uso in Occidente offrono rispetto alla malattia. E già questo è un particolare notevole. Le case produttrici infatti hanno interrotto precocemente gli studi a doppio cieco in proposito. Il doppio cieco è il metodo che la comunità scientifica ritiene indispensabile per valutare la validità di un farmaco: è strutturato in modo da escludere l’autosuggestione. Così, dopo che la generalità della popolazione ha ricevuto i vaccini, ora gli studiosi devono capire per quanto tempo fanno effetto.

Il primo preprint che suggerisce l’efficacia negativa dei vaccini viene dalla Svezia ed è destinato alla prestigiosa rivista scientifica Lancet. Dice che l’efficacia del vaccino AstraZeneca scompare dopo quattro mesi (ma si mantiene più a lungo se la seconda dose è di un altro vaccino)  e quella di Pfizer dopo sette mesi;  Moderna rimane efficace al 59% dopo sei mesi.  In linea generale, la protezione contro la malattia grave si mantiene al 42% dopo sei mesi. Tuttavia svanisce prima nelle persone più vecchie e più fragili.

La figura 2 del preprint suggerisce che l’efficacia dei vaccini rispetto al Covid sintomatico diventi negativa dopo un ulteriore lasso di tempo. Ovvero che, trascorsi i 240 giorni dalla seconda dose, i vaccinati si ammalino più facilmente dei non vaccinati. Tuttavia il concetto non viene neppure enunciato: c’è solo un grafico. E’ qui sotto.

Il secondo dei preprint che suggeriscono efficacia negativa è danese. Si concentra sull’efficacia dei vaccini rispetto alla variante Omicron. Risultato: un mese dopo le due dosi, Pfizer è efficace al 55,2% e Moderna al 36,7%. Poi l’efficacia si abbassa rapidamente e risale al 54,6% dopo la terza dose.

Anche in questo caso, solo un grafico suggerisce che dopo un certo lasso di tempo l’efficacia di due dosi di vaccino diventi negativa contro Omicron, ma non contro Delta. L’autore principale ha rilasciato un’intervista a Reuterts per spiegare che no, non è così. Con ogni probabilità, sostiene, si tratta solo di un’apparenza dovuta al diverso comportamento di vaccinati e non vaccinati. I primi si sentono protetti e rischiano di più. Il grafico comunque resta agli atti. E’ qui sotto.

Infine il terzo preprint, quello che deriva da uno studio finanziato dal Governo canadese. Conclude che con la terza dose l’efficacia dei vaccini contro la variante Delta risale al 93%, ma solo al 37% contro la variante Omicron. Sconosciute la durata di questa modesta protezione contro Omicron e l’efficacia rispetto alla malattia grave.

Soprattutto, lo studio canadese cita esplicitamente la protezione negativa, cioè il fatto che i vaccinati si infettano più facilmente dei non vaccinati. La protezione negativa, secondo gli studiosi canadesi, si verifica rispetto alla variante Omicron in coloro che hanno ricevuto due dosi di vaccino.

Anche qui si dice che la causa può essere il diverso comportamento dei vaccinati: si sentono sicuri, rischiano di più. Tuttavia secondo gli studiosi non possono essere escluse altre spiegazioni. Ad esempio, scrivono, c’è la possibilità che l’imprinting antigenico possa influenzare la risposta immunitaria ad Omicron.

Fin qui il succo dei tre preprint. Restano due considerazioni. La prima riguarda l’inadeguatezza delle politiche italiane che anche contro Omicron puntano solo sul vaccino.

La seconda considerazione è la più preoccupante. Se davvero dopo un certo tempo la protezione offerta da due dosi di vaccino diventa negativa, si apre l’inquietante prospettiva che chi si è vaccinato debba continuare a rivaccinarsi a tempo indeterminato. E non per ripristinare o migliorare la protezione contro la malattia, ma semplicemente per non ammalarsi più facilmente rispetto a chi invece non si è vaccinato.

GIULIA BURGAZZI

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