Una delle caratteristiche durante il periodo di lotte sociali e sindacali negli anni ‘60 e ‘70 del Novecento era la costante presenza del mondo dell’arte e dello spettacolo al fianco dei cittadini e dei lavoratori.  A proposito di “quel periodo” ho come la sensazione che non venga sottolineato abbastanza, né rilevato o valutato anche nelle sue implicazioni psicologiche, cosa significhi essere non solo entrati in un nuovo secolo ma addirittura essersi lasciati alle spalle un vecchio millennio, per entrarne in uno nuovo e sconosciuto.

Detto ciò, siccome non mi occupo di queste cose, riprendo da dove avevo lasciato. Era però importante sottolineare questo aspetto, perché si ricollega a quello che qui voglio dire a proposito della non-presenza o dell’a-presenza di artisti, commedianti e musicanti, tranne alcune lodevoli eccezioni, a fianco dei lavoratori e dei cittadini in generale. Durante le manifestazioni iniziate il 15 ottobre scorso sono stati i “convitati di pietra”, i grandi assenti nel movimento popolare e di massa che stiamo vedendo crescere  nel nostro Paese.

Nel seguire le manifestazioni dal 15 ottobre e tenutesi in tutta Italia mi ha colpito, in uno dei servizi di Visione TV, un commento dell’inviato laddove diceva che vi era un’aria quasi di festa con musiche, canti e balli a opera dei manifestanti che si rifacevano alle arie popolari che andavano intonando.

Nell’ascoltare questa osservazione non ho potuto allora fare a meno di notare che non c’erano i cosiddetti “lavoratori dello spettacolo” in piazza, né tantomeno ho avuto modo di ascoltare attestati di solidarietà provenienti da quel mondo.

E dove erano i musicisti? Non c’erano quelli che non hanno aderito alla questua degli “Artisti collaborazionisti” e non c’erano quelli del circuito underground o alternativo che a dir si voglia. Perché ieri erano assenti?

Per la sorpresa di vedere un movimento popolare così spontaneo e apparentemente improvvisamente materializzatosi? Sono quindi stati colti di sorpresa, si sono scoperti “impreparati” (un po’ come quando si veniva interrogati durante gli studi liceali)? Avranno forse provato un senso di inadeguatezza e forsanche di vergogna, nei confronti di questa “ordinarietà rivoluzionaria” che gli si è inaspettatamente (a loro) manifestata?

Mi sembra chiaro che il mondo della musica non abbia ancora saputo elaborare una interpretazione vicina a questo “popolo nuovo”, in termini di linguaggio o che, quantomeno, non si sia ancora palesata, confermando ancora una volta che mentre in altre epoche era l’arte a dettare il tempo, oggi a una prima lettura, non sembra essere più così.

Non mi si fraintenda, non sto qui parlando dei singoli musicisti, dei singoli attori che in questi mesi hanno portato avanti la propria lotta inascoltati e ostracizzati dai mezzi di comunicazione di massa.

Quello che vedo è che mentre nei ‘60 e ‘70 del secolo scorso musica e lotte popolari andavano a braccetto, ciò non è ancora avvenuto, o forse è ancora in una fase di gestazione o embrionale, oppure è ancora presto perché possa manifestarsi.

Fatto sta che questo è lo stato delle cose al momento.

Insomma, non è ancora nata una nuova grammatica musicale che possa essere figlia o sorella di questo nuovo movimento popolare, non è ancora manifesto un vero e proprio “movimento del sottosuolo” (voglio dirlo in italiano), che spero non tardi a emergere.

Personalmente penso che ciò sia stato causato dall’uso massiccio del cosiddetto “live streaming” da parte dei musicisti, dove la curiosità fascinosa esercitata dal vivere l’esperienza di “suonare insieme da lontano” è stata esiziale. Ulisse si fece legare all’albero maestro per vivere il fascino del canto delle sirene, tappando le orecchie ai suoi compagni, per esserne sedotto ma non travolto, mentre i nostri moderni Ulisse non solo non si sono legati a nessun “metaforico albero maestro” e non hanno avuto le loro orecchie tappate ma, addirittura, hanno prestato ascolto e seguito le sirene della tecnologia e la favola che abbattesse ostacoli e distanze. I musicisti, attratti da queste sirene, non hanno avuto modo di sviluppare una “nuova grammatica del sottosuolo” e non è stata compiutamente sperimentata una ricerca di interazione clandestina, capace di procreare una nuova modalità espressiva, compositiva e comunicativa d’insieme. Anche dal mondo del teatro, tranne Montesano e pochi altri, non abbiamo visto molto. Vedo un elefante nella stanza e ascolto un silenzio assordante.

Vorrei che questa mia intemerata fosse vissuta come una provocazione, un guanto di sfida che ri-aizzasse un moto di riscatto, che si levasse un “No, non è vero” dal mondo della musica, che esplodesse una bomba di decibel e di creatività solidale, di classe e civile, proprio come accadde negli anni ‘60 e ‘70 con una nuova consapevolezza però, capace di resistere alle sirene della fama e del successo, della notorietà narcisista di cui si nutre il sistema.

Ritorniamo e ripartiamo dal sottosuolo, ri-prendiamoci anche la carta per scrivere la musica e lettere per riprenderci il tempo di leggere e riflettere, riprendiamo a suonare di nascosto negli scantinati e nei garage, usandoli come campi di addestramento per le battaglie culturali che ci attendono, perché le mura di Gerico vennero distrutte dalla musica, non dalle armi della guerra.

Quando si uscirà dal sottosuolo sarà per dare la spallata finale a questo sistema di mondo, che odia l’umanità, anziché farsi ammaliare da esso divenendone suoi schiavi, intrattenitori di macabri riti.

GENNARO DE MATTIA

 

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