Dove sono finiti gli artisti? Incontro con Paolo Ferluga, artista triestino e “dissidente”

Di domande, negli ultimi due anni, ce ne sono state molte; dubbi legittimi e doverosi, domande retoriche, quesiti rimasti inascoltati dalle istituzioni, derisi, lasciati in sospeso. E fra tante domande, una che in molti e molto spesso si sono posti è stata questa: dove sono finiti gli artisti?

Gli artisti invisi al potere, quelli che nelle canzoni, nei quadri, nelle pagine, mostrano il vero volto di Dorian Gray, ne denunciano le bassezze, dicono alla folla, coraggiosamente, che il re è nudo.
Dove sono gli artisti? Abbiamo guardato il mainstream, abbiamo visto (sedicenti) artisti, specie quelli che più millantano un animo ribelle, adeguarsi senza troppa sofferenza e senza troppe discussioni ai diktat governativi, e anzi lanciare e rilanciare gli hashtag del momento, dall’invito a stare a casa a quello a ricevere l’iniezione. Ma quelli che mostrano il vero volto di Dorian Gray non sono i “big” del mainstream; è ormai evidente che i puri erano sgraditi al mainstream anche prima del politicamente e del terapeuticamente corretto.

Gli artisti sono in strada. Rigettino, per coerenza, l’appellativo di “artisti” tutti quelli che non solo hanno “visto” i vestiti nuovi dell’imperatore ma addirittura ne hanno cantato pubblicamente la bellezza di colori e ricami e promosso la foggia.
Dove sono gli artisti?
Qualcuno, possiamo assicurare, è in corteo. Ed era al porto di Trieste. Musicisti che, fuori dalle grazie del mainstream, si sono sentiti liberi di cantare le loro verità, performer che hanno fatto le ultime esibizioni con un triangolo rosso – segno distintivo dei dissidenti politici – appuntato al petto, artisti figurativi che hanno perso acquirenti per mettere colore su tela quello che vedono.

Paolo Ferluga, artista triestino, è uno di questi. Un pittore che forse, quando è in corteo, non spicca tra la folla, ma i cui quadri urlano ciò che la folla ha bisogno di urlare. Sorridente in volto, piccolo di statura, un gigante nel coraggio delle sue azioni e delle sue affermazioni.
Racconta che all’inizio del lockdown, all’emergenza virus, ci ha anche creduto. E che i dubbi sono arrivati quando le restrizioni, invece di allentarsi, si facevano più pressanti.
Fino a quel momento dipingeva paesaggi urbani e grandi mappe, opere cariche di significato – narrando il tessuto urbano inevitabilmente si narra il tessuto sociale con le sue dinamiche, il consumismo, il capitalismo – e allo stesso tempo dense di un’estetica quasi delicata. “Paradossalmente, più faceva schifo il paesaggio che dipingevo, meglio veniva il quadro”, dice sorridendo davanti a una tela che raffigura lo snodo su una statale, con una grande pompa di benzina che mangia il panorama. All’inizio dell’emergenza la Cina e le contraddizioni nella narrazione ufficiale degli eventi sono entrate prepotentemente nell’intreccio delle mappe dipinte da Ferluga.

Già il primo maggio del 2020, in pieno lockdown, nella lunga serie di “ancora due settimane” che si susseguirono in quella primavera, l’artista organizzò con l’attrice Laura Flores una mostra non autorizzata con una performance, all’aperto, in Piazza Cavana, a due passi dalla più celebre Piazza Unità. “L’arte non si ferma”, era il titolo. La performance suscitò la curiosità di molti e lo sdegno di qualcuno – che, al sicuro dietro la finestra, segnalò la pericolosa attività alle autorità -, valse una sanzione e generò un’intervista sulla stampa locale.

Man mano che i mesi passavano, tuttavia, Ferluga non ha potuto fare a meno di cambiare registro pittorico, accantonando momentaneamente mappe e paesaggi urbani, e riempire le tele delle figure che popolano la tv e i giornali, tirandone fuori l’essenza. Il vero volto di Dorian Gray. Il re nudo. Nudo come un uomo e una donna – su una tela ancora in lavoro – che, senza veli ma con la mascherina sul volto e il cerotto sul braccio, si salutano porgendosi il gomito, sullo sfondo di un prato, novelli Adamo ed Eva del mondo che sarà – o che qualcuno vuole che sia -, igienizzati, asettici, sterili.

Kali-Draghi, un presidente del consiglio raffigurato come la divinità indù, che tiene fra le molte mani i simboli di questo biennio dell’angoscia: una fiala Pfizer, una siringa, le teste di Burioni, Bassetti, Galli, Figliuolo. E i ministri, raffigurati infanti ai suoi piedi, potenti servi dell’emergenza – laddove per emergenza, a questo punto della storia, si intenda più onestamente urgenza e fretta, da parte delle élites, di seguire i piani finanziari. Luciana Lamorgese che schiaccia, con la manovra che uccise George Floyd, una sopraffatta Schilirò: free lives matter, ma se sono troppo free forse contano un po’ meno e vanno bandite dalla narrativa ufficiale, a meno che non siano voci talmente forti da non poter essere ignorate e pertanto si riserva loro la gogna mediatica.

Il quadro forse più forte raffigura un indifferente Speranza, il volto coperto da mascherina, che, seduto alla scrivania, schiaccia un attonito De Donno, steso e con gli occhi sbarrati. Nei quadri di Ferluga il messaggio è chiaro e c’è poco spazio per interpretazioni, ma ce n’è molto per riflessioni e discussioni.

Il confronto con l’artista è piacevole, la conversazione agile. Racconta di aver perso tutti i suoi acquirenti, appartenenti alla classe borghese triestina, intellettuali ora firmatari della ormai nota petizione “pro scienza” che altro non è, nella sostanza, una petizione a favore del green pass e rappresenta solo la manifesta dichiarazione d’appartenenza alla schiera dei “buoni e giusti”, e che sarebbe facile smontare punto per punto – e per questo si rimanda a un prossimo articolo.

Perdere i propri collezionisti è il prezzo che un artista paga quando si schiera. Viene da pensare che gli artisti, quando espongono la loro posizione senza timore, dai benpensanti e benestanti che acquistano i loro lavori vengano considerati amabilmente eccentrici in tempo di pace e scomodi nemici nei tempi duri. Quel prezzo che molti lavoratori hanno pagato durante il lockdown e stanno pagando con l’introduzione della tessera verde lo paga anche l’artista che non si piega. Sono, a tutti gli effetti, dei lavoratori danneggiati. Parte del popolo oppresso. E si noti come la spaccatura non sia di classe – non una divisione fra borghesi benestanti e cittadini meno abbienti – né fra chi possiede la tessera verde e chi no – molti lavoratori la possiedono poiché non possono fare a meno di cedere al ricatto dei tamponi, o peggio, di un trattamento sanitario che non è obbligatorio ufficialmente e lo è de facto – ma è una divisione fra chi approva, sostiene e promuove la ghettizzazione, e chi invece ne riconosce la mostruosità.

Nella prima categoria, quella dei sostenitori della ghettizzazione, Paolo Ferluga ha visto confluire quelle persone che con entusiasmo, fino a due anni fa, acquistavano le sue opere. E che ora giudicano il suo lavoro quanto meno fastidioso. Mai come ora gli artisti coraggiosi che dichiarano la loro opposizione alle restrizioni sono simili all’Albatros di Baudelaire, derisi e vessati, additati, guardati con disprezzo e con ilarità, ma con ali troppo grandi per spiegarle sul ponte di questa barca in cui le istituzioni hanno fatto in modo di relegare ogni voce contraria.
“L’atto d’accusa che esprimo attraverso l’arte è perentorio, la mia posizione è ferma. Mi dispiace per tutti gli intellettuali borghesi che prima del Covid erano le persone che più apprezzavano e seguivano il mio lavoro di artista. Ma le immagini dell’arte sono ciò che rimarrà di questa oscenità che stiamo vivendo e che sta distruggendo il patto sociale fra i cittadini. Non è un caso che la mia arte oggi non piaccia più a questa nicchia di persone, ma piaccia invece tantissimo al popolo, il cui sentire è il mio, perché mai come ora sento di appartenere a esso e al suo sentimento più genuino”, scrive Ferluga.

Dove sono gli artisti. Non li promuoveranno sui social, alla radio e in tv, a meno che non lo faccia l’informazione onesta e indipendente che in questo periodo tuttavia sta comprensibilmente dando più spazio a professionisti della medicina e della giurisprudenza che offrano un parere lucido, critico, e supportato da scienza e conoscenza sul modo in cui i governi stanno operando. Però ci sono, gli artisti.
Se li si cerca, ci sono anche loro. Senza fronzoli, in mezzo al popolo, con le ali da Albatros sotto il cappotto.

MARIANGELA MICELI

Visione TV

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