Dopo Pfizergate e Report, il governo rincara la dose: più vaccini, e anche ai bambini

Anche il Draghistan del green pass – come l’Unione Europea – sembra uno di quei regimi che, sentendosi deboli, si irrigidisce accelerando la propria fine. Sta accadendo, a quanto pare, sui vaccini.

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori e soprattutto sono un popolo che non si lascia irreggimentare. Alla faccia del green pass che le doveva far decollare, le vaccinazioni ristagnano. Si calcola che ci siano due milioni di persone disposte a fare la coda tre volte alla settimana in farmacia per il tampone pur di non porgere il braccio ad un ago presentato come salvifico ma a proposito del quale un cervello funzionante può dubbi e perplessità. Probabilmente i dubbi degli italiani stanno aumentando anche per i due ultimi servizi di Report (il caso Astrazeneca, il business della terza dose) e per il Pfizergate scoppiato ieri, mercoledì 3 novembre.

Un Governo intenzionato a farsi amare cosa farebbe? Direbbe più o meno: tranquilli italiani, noi ai piani alti teniamo al vostro bene dunque valutiamo, consideriamo e cerchiamo di approfondire. Nel Draghistan invece oggi il vento tira dalla parte opposta.

Ranucci di Report è oggetto di interrogazioni anche parlamentari che non mettono in dubbio i dati inquietanti citati dalla sua trasmissione – segno che sono inattaccabili – ma che chiedono di fargli pece e piume perché dà corda, dicono, ai No Vax: come se le titubanze a farsi siringare con questo specifico vaccino fossero un reato d’opinione e fossero anche assimilabili all’atteggiamento di chi si cura con tisane di curcuma e rosmarino.

Quanto al Pfizergate – i test caotici sul vaccino – i giornaloni suonano la grancassa governativa. Repubblica si incarica di ridurre in caso ad una robetta, ad errori procedurali e burocratici: come se tali fossero la lentezza con la quale venivano seguiti gli effetti avversi e soprattutto come se tale fossero le, diciamo, leggerezze nell’attuare il metodo “doppio cieco” che costituisce la pietra angolare di tutti gli studi di questo genere.

Manganellati verbalmente i fatti che non si accordano con la presentazione salvifica del vaccino, il Draghistan rincara oggi la dose vaccinale. Il generale Figliolo ipotizza che per Natale si cominci a vaccinare i bambini fra i 5 e i 15 anni – ma i ragazzi forse rischiano più per il vaccino che per la malattia – e insieme a Locatelli (Consiglio Superiore di Sanità) invoca subito la calendarizzazione della terza dose, nel timore, dice Figliuolo, che altrimenti si verifichi una pandemia dei non vaccinati.

Addirittura questa colpa ricadrebbe sui due milioni di italiani che, per andare a lavorare, sono costretti a sborsare ogni mese centinaia e centinaia di euro affinché due-tre volte alla settimana un farmacista infili nel loro naso un bastoncino. Loro, i costantemente tamponati: gli unici che, se prendono il virus, sono immediatamente individuati e messi in condizione di non contagiare mentre i vaccinati, dei quali nessuno controlla le condizioni, possono infettarsi e infettare: quattro vaccinati, tanto per citare un fatto recente, in terapia intensiva dopo una festa alla quale il virus era l’invisibile invitato.

Ma cosa vogliono, ai piani alti del Draghistan, lo scontro frontale con due milioni di italiani? Lo vogliono nella certezza di spezzar loro le reni, come nel Ventennio si volevano spezzare le reni alla Grecia? Facciano attenzione: perché in Grecia è poi finita in tutt’ altro modo e perché, almeno in Occidente, comportamenti del genere si sono visti solo con regimi in via di decomposizione.

DON QUIJOTE

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