Deliri russofobi: Di Maio caccia il grande italianista Solonovich, poi ci ripensa

Evgenij Solonovich, il massimo italianista russo, prima escluso e poi ripescato nella giuria del Premio Strega. Va subito precisato che la decisione non arriva dalla giuria dello Strega, bensì dalla Farnesina.

Evgenij Solonovich è il massimo italianista russo, come detto. Ha una conoscenza della lingua italiana impressionante, perché non si è limitato a tradurre i “soliti” Dante, Petrarca, Ariosto e, tra i moderni, Luzi, Caproni, Montale e Tonino Guerra (quest’ultimo legato sentimentalmente alla Russia per via della moglie Lora). Ha tradotto in russo anche i sonetti del Belli che presuppongono una conoscenza del dialetto romanesco dell’Ottocento. Conosce a memoria tutti libretti d’opera, da Verdi a Puccini, che sono stati il suo primo amore assieme alla canzone napoletana. Il suo curriculum è impressionante.

E quest’uomo che conosce la lingua italiana in tutte le sue sfumature, che ha ricevuto premi internazionali per la traduzione dell’opera omnia di Dante in occasione del settecentenario della nascita nel 1965, è stato escluso per mano della Farnesina, ovvero da Giggino Di Maio. Il madrelingua italiano che nono conosce i congiuntivi. Di Maio che forse pensa che Dante sia un participio presente (ammesso che sappia cosa sia un participio) e al quale se fai il nome di Ariosto probabilmente pensa al “pollo ariosto”. La cosa è talmente grossa che persino un cameriere della NATO come Draghi ha dovuto far rientrare la cosa forse anche per l’imbarazzo di vedere uno scontro tra un traduttore di Dante-Petrarca-Ariosto-Montale e il ministro “che farebbe cose”.

Il comitato del premio Strega si era affrettato a precisare che non c’entrava nulla con la decisione, e tutto dipendeva dalla Farnesina. Olga Strada, la figlia del massimo slavista italiano Vittorio Strada e direttrice dell’Istituto di cultura italiano a Mosca, ha pubblicato sul suo profilo Facebook tutti i riconoscimenti ricevuti da Solonovich per il suo lavoro. “Chi per decenni, come l’esimio italianista, ha diffuso la conoscenza della letteratura italiana, traducendo in russo non solo i massimi autori ma anche quelli per così dire ‘di nicchia’, non può essere messo in un angolo solo perché di nazionalità russa dice la Strada. In tempi normali questo è il senso.

Ma viviamo in tempi in cui vengono messi all’angolo direttori d’orchestra e soprano, sportivi che pure hanno condannato la guerra di Putin e persino giganti della letteratura defunti da più di un secolo solo per via della nazionalità russa.

Fa piacere la marcia indietro, perché la cultura deve restare fuori dalla politica. Solonovich è un uomo mite, con un suo senso dell’ironia, critico verso i totalitarismi: interessante un parallelo che fece tra l’amato Belli e i poeti dissidenti del suo Paese. Lo Stato Pontificio, totalitario come l’Unione Sovietica, e il Belli voce del popolo romano che si faceva beffe del totalitarismo papalino come i “pasquini” russi fecero con quello sovietico. Ecco le uniche uscite “politiche” di Solonovich.

Fa piacere questo passo indietro. Ma siamo consapevoli che, al di là dell’isteria russofobica, questo è anche il guaio dell’attuale classe politica, totalmente sprovvista di cultura. E questo, nella terra di Lorenzo il Magnifico e dei vari mecenati rinascimentali (tutte cose che Solonovich conosce benissimo) è ancora più triste.

Anche i Medici erano banchieri, come Draghi. Ma i loro uomini erano Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Angelo Poliziano e accolsero i dotti greci scappati dai Turchi, adottarono Michelangelo come un figlio. Oggi ci resta Giggino Di Maio, e l’intellettuale di punta è Roberto Saviano.

ANDREA SARTORI

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