Ciascuno di noi custodisce ricordi indelebili del periodo scolastico. Riaffiorano talvolta in disordinati flashback non sempre consequenziali e hanno valore proprio per essere in fondo a quei “cassetti della memoria”, in cui celiamo il nostro essere più profondo.

Il grembiule delle scuole elementari, il primo vicino di banco con il quale si pensa che un’amicizia possa durare tutta la vita, la maestra severa che ci sprona verso un maggiore impegno, le temute “verifiche”, le gite scolastiche, il primo strumento musicale delle scuole medie, le liti con quel compagno che davvero non si sopporta, i primi amori, i pomeriggi passati a studiare con “quella brava” che potrebbe aiutarci a migliorare…

E poi? Poi c’è una Professoressa, una donna già abbastanza anziana, ruvida, scostante, di quelle che non avrebbero potuto fare altro nella vita.  Quando entrò in aula per la prima volta, non sentendo “volare una mosca”, data la fama che l’aveva preceduta, esclamò: «Potete anche respirare»!

Quell’insegnante che, nonostante urla e arrabbiature, rimane indelebilmente scolpita nel cuore e i cui rimproveri sono stati stimolo per tutti gli anni a venire. La Professoressa di Italiano e Latino alla quale pensi con le lacrime agli occhi perché non c’è più ormai da parecchi anni…

È francamente difficile pensare che quel legame si sarebbe potuto creare dietro al freddo schermo di un computer ed è inimmaginabile pensare di sostituire tutte le esperienze della scuola (belle o brutte) con la didattica a distanza, la famigerata DAD.

La DAD ha fatto compagnia a bambini e ragazzi italiani per sei mesi durante la prima metà del 2020 e per buona parte dell’anno scolastico 2020/2021 alle scuole secondarie di primo grado e alle scuole secondarie di secondo grado. Medie e superiori, nel linguaggio comune.

Quali possano essere stati i disagi nel trovarsi per mesi chiusi in casa, davanti allo schermo del computer, non necessita l’intervento di un analista per essere spiegato.  Eppure, come ha sottolineato ancora nel giugno scorso la psicologa Silvia Salese ai microfoni di Contro TV, in pochi sono intervenuti a difesa dei minori da un’idea di scuola che poco ha di realmente formativo. La psicologa stupita ed indignata esclamava: «Fino a ieri eravamo tutti pedagogisti, tutti per i diritti e la tutela dei minori. Adesso ci stiamo dimenticando tutto». Cortocircuito logico tipico dei nostri tempi basato su una finta idea del politicamente corretto, destinato a tramutarsi infine nel politicamente corrotto.

Perché è bene ricordare che per molti ragazzi italiani la DAD si è protratta, a singhiozzo è vero, fondamentalmente per un anno. E i cui disagi non sembrano aver scalfito o indignato nessuno. Per non parlare dei suoi nefasti effetti che rischiano di manifestarsi negli anni a venire.

Pochi i servizi in televisione, pochi gli articoli sui quotidiani, spesso inseriti quasi di malavoglia ed indiscutibilmente poco sentiti, in cui qualche prezzolato giornalista cerca, forse, di lavarsi la coscienza, fingendo preoccupazione per le deleterie conseguenze di questo sciagurato anno scolastico. Dell’abbandono della scuola da parte di molti ragazzi raccontò anche La Repubblica, dimenticandosi di essere stata la prima testata ad aver legittimato determinate politiche.

Molte le interviste a ragazzi che raccontano il proprio disagio nello studiare da casa, nello stare ore e ore distrattamente davanti allo schermo del PC: nulla potrà mai sostituire la scuola.

«Da un’indagine Demopolis: l’83% dei genitori vede l’assenza di relazioni sociali come maggiore criticità della Dad. Sei studenti su 10 tendono all’isolamento»

Perché come esclamò Paolo Crepet ai microfoni di Coffee Break su La 7, il 18 febbraio 2021:

«La DAD è morta. È stato un fallimento assoluto. Ha portato ad una disorganizzazione totale della scuola ed ha portato problemi psicologici dentro le famiglie, nei ragazzi e nelle ragazze».

Inserito in un ben più articolato discorso sull’insegnamento e sulla scuola che dovrebbe tornare ad essere veramente formativa, lo psichiatra scandaglia quest’ultimo anno, non lesinando affermazioni giustamente impietose.

E a tutto questo si accompagna un’analisi che coinvolge le famiglie meno abbienti che per tutta la primavera scorsa si sono viste costrette a far seguire le lezioni ai propri figli con cellulari (al posto dei computer) e in spazi non certamente atti a una corretta concentrazione.  Perché è bene sottolineare ancora una volta che non tutte le famiglie italiane dispongono degli stessi mezzi! E questa crisi ha acuito ulteriormente le già pletoriche divisioni sociali del nostro paese.

Delle nefaste conseguenze della DAD, racconta in uno studio il Professor Giuseppe Della Riva, ordinario di psicologia della comunicazione alla Cattolica di Milano. All’Istituto Auxologico di Milano, il 16 dicembre 2020 dichiarò quanto l’isolamento e il disorientamento vadano a incidere sulle capacità di apprendimento dello studente.  E non solo per il noto funzionamento dei neuroni specchio, attraverso la relazione studente-docente, la comunicazione non verbale e le interazioni con la classe, inibiti ovviamente dall’apprendimento a distanza.  Raccontò infatti che recenti studi si sono focalizzati sui meno noti neuroni GPS e che la memoria autobiografica si lega inscindibilmente ai luoghi e agli eventi vissuti, integrandosi nell’identità di ciascuno di noi. Insomma:

passare le giornate ad ascoltare passivamente davanti al computer, porterà a dimenticare in breve tempo quanto appreso.

Appare quindi chiaro che, al di là dell’isolamento e del ritiro sociale, ci si trova dinnanzi a un altro problema, non certamente di minor importanza: la didattica a distanza porta a un apprendimento labile e destinato a non rimanere impresso nella memoria.

Ma vi è un altro aspetto inquietante, messo in luce da Katia Marilungo, Presidente dell’Ordine degli psicologi della regione Marche, ai microfoni di Radio Linea 1, che è quello della cosiddetta demenza digitale.  Oltre che all’insorgere di vere e proprie fobie, legate allo smarrimento nel momento in cui ci si trova inseriti nuovamente nella vita reale, porta a vere e proprie involuzioni e regressioni.

David Lazzari, Presidente del Consiglio nazionale degli Psicologi distingue inoltre i disagi vissuti dai più piccoli: nelle bambine generano ansia, depressione e ritiro dalla scuola e nei maschietti rabbia, aggressività e senso di opposizione. E in entrambi sono sempre più frequenti i disturbi del sonno.

C’è poi un aspetto che dovrebbe indignare e far riflettere: il suicidio, aumentando del 30%, è diventato in questi ultimi due anni la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali tra i giovani tra i 10 e i 25 anni.  Di questo allarmante dato dà contezza il Professor Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

Queste le dichiarazioni del Professore:

«Tagli sulle braccia, lanci dalla finestra, impiccagioni, sono tra i metodi più diffusi. Così come l’ingerimentodi mix letali di farmaci che trovano in casa oppure di massicce dosi di Tachipirina. Tutti metodi che riescono a emulare e di cui vengono a conoscenza grazie a internet».

Il tutto nell’assordante silenzio di giornali e televisioni.

La domanda che appare doveroso porsi è se genitori e docenti siano realmente coscienti della portata di questo disagio, dato che poche sono le voci alzatesi per mettere in luce certe dinamiche e certi problemi.

Degni di nota sono anche gli interventi dell’ex Dirigente Scolastica del Liceo Marini di Amalfi, Solange Hutter che, fin dalla primavera scorsa sollevò i problemi legati alla regressione infantile dei più piccoli dopo il confinamento, al rischio che la nuova generazione a seguito di queste politiche risulti sensibilmente meno preparata rispetto alla precedente, alla scelleratezza di criminalizzare determinati atteggiamenti (abbracciarsi, toccarsi, stare insieme) che per i bambini sono fondamentali, agli stati allucinatori di molti adolescenti.

Ai microfoni de Il vaso di Pandora, il 9 settembre scorso, denunciò una criminale carenza di linee pedagogico-didattiche all’interno delle linee guida per la riapertura della scuola. Peraltro inutili, visto che gli istituti sono stati chiusi in brevissimo tempo.

Spiegò quanto vivere nella paura e quanto trasformare la scuola in un nosocomio per poi successivamente richiudere sia stato deleterio per bambini e ragazzi, usciti già provati dalla situazione della scorsa primavera e sempre meno in grado di sviluppare una sana affettività. Affermò, inoltre, la sua assoluta volontà di non diventare “collaborazionista” rassegnando addirittura le sue dimissioni da Preside del Liceo Marini-Gioia di Amalfi.

Ora, poiché è doveroso non rimanere sordi e muti dinnanzi a queste problematiche, appare doveroso prestare loro le dovute attenzioni. Ci si deve domandare perché così poco spazio abbiano avuto questi temi dinnanzi all’opinione pubblica. È forse un anno di vita dei più giovani sacrificabile sull’altare dell’emergenza sanitaria? Chi si assumerà la responsabilità di quei ragazzi che hanno deciso di “farla finita”?

Perché al di là degli evidenti problemi legati alla DAD e alle sue implicazioni, è innegabile che lo stress al quale è stata sottoposta la popolazione, sia stato patito in maggior misura anche dai più piccoli, privi degli strumenti per difendersi.

E quest’anno e mezzo che, come ha ben dichiarato lo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Fanni, si è rivelato essere un «compendio per lo scompenso psichico per le persone», fino a che punto inciderà sullo sviluppo e sulla vita delle giovani generazioni?

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