Con la musica si possono fare molte cose, questo il potere lo sa e pertanto usa questo medium come uno dei principali strumenti di seduzione di massa, attraverso cui veicolare messaggi, valori morali, modelli culturali e quant’altro necessario alla sua sopravvivenza. Con la musica si può veicolare il conformismo, cosa particolarmente efficace, soprattutto perché una trasgressione formale, un individualismo egoico feroce e qualunquistico, possono sedare il processo di consapevolezza ed il pensiero critico di intere generazioni.

Non e’ sempre cosi’, ci sono state fasi, periodi, momenti, in questa nostra tormentata storia contemporanea, quando la musica ha saputo esprimere contenuti dirompenti, facendosi interprete di idee rivoluzionarie e anti-sistema perché era stata adottata, come sua voce, da una generazione che rifiutava lo status quo e la guerra.

Sto evidentemente riferendomi agli anni ’70, alla guerra nel Vietnam, al movimento contro il nucleare sopravvissuto fino al 1989. Allora una intera generazione adotto’ la musica e il suo linguaggio e i suoi interpreti si trasformarono, almeno per un tratto, in cantori del disagio e della rivolta ideale contro il sistema e contro la guerra.

Oggi nonostante si senta il bisogno di rileggere in maniera critica quel periodo e gli appuntamenti di massa che lo caratterizzarono, primo fra tutti Woodstock, ritengo questo non sia il momento più adatto per una simile riflessione.

Abbiamo bisogno invece di recuperare, non pedissequamente, quei miti e quegli eroi che seppero farsi portavoce di un fronte di lotta che contribui’ grandemente alla conclusione di quel conflitto, offrendo linfa vitale a quello che poi venne definito come “il fronte interno contro la guerra”.

Oggi, forse in misura maggiore, viviamo in un sistema oppressivo che, perfezionato con l’emergenza sanitaria e l’uso violento e spregiudicato della tecnologia, in grado di penetrare ogni aspetto della nostra vita, pretende di imporre a ciascuno obbedienza cieca, assoluta, la cui inosservanza comporta l’emarginazione di fatto dalla società.

Anche oggi siamo stati catapultati dentro una guerra che nessuno vuole e siamo chiamati a rispondere a quella che per ora e’ ancora una forma di coscrizione culturale e che, se non fermata in tempo, si trasformerà in una vera e propria coscrizione militare.

Ancora spediscono armi ma presto cominceranno a inviare soldati.

Durante il conflitto del Vietnam nacque un movimento contro la guerra che crebbe, fino a diventare inarrestabile e la musica ne fu la sua colonna sonora.

Abbiamo bisogno di riprendere quel filo, ne abbiamo bisogno per uscire dall’ipnosi edonistica trasformatasi nell’incubo neo-liberista delle emergenze e della guerra e, per farlo, occorre una nuova generazione di musicisti che si ribellino e cantino il rifiuto di questo sistema, ritornando ad essere voce e linfa vitale di una nuova rivoluzione culturale.

C’era una canzone che diceva “… da qui a Saigon, la strada e’ buona!”  allora oggi potremmo e dovremmo cantare “… da qui a Bruxelles, la strada e’ buona!” perché la capitale della UE e’ il simbolo di questo ennesimo conflitto, il moloch da abbattere per una nuova liberazione dall’incubo della tirannia e della guerra.

Allora vale la pena di ricordare, tornare ad ascoltare, parlare e guardare anche in controluce,  Bob Dylan e Jim Morrison, gli Jefferson Airplane e Marlon Brando, George Harrison, Demetrio Stratos e Battiato, tutti protagonisti e interpreti dell’ansia di cambiamento, del rifiuto dello status quo.

Il movimento contro la guerra e’ stato suicidato nel 1989, sotto le macerie del muro di Berlino, perciò questo non e’ tempo di revisionismi ma di riscoperta e di rinascita.

Certo, non  possiamo ne’ dobbiamo aspettarci niente dai ferri vecchi della contestazione musicale, essendo questi venuti meno al compito di farsi testimoni di un epoca e dei suoi ideali, come pure da certi manieristi dell’underground nostrano o dai guitti che tanto male hanno fatto e continuano a fare alla musica italiana.

Durante questi due maledettissimi anni abbiamo ascoltato l’assordante silenzio della musica ma ora e’ tempo per una nuova generazione di artisti e di musicisti di impadronirsi della scena sonora di questi tempi finali. Una nuova generazione che sfondi, trapassi e oltrepassi l’abisso di questa epoca, l’ultima di un mondo morente, che componga la colonna sonora della morte dell’incubo distopico neo-liberista e che canti la nuova rivoluzione, la ri-nascita di una umanità ritrovatasi.

E’ con questo spirito e avendo in animo questi sentimenti che ho seguito ConcerTiamo, la maratona dell’altro 1 Maggio organizzata a la Bocca della Verità a Roma.

Ho atteso questo evento con una certa ansia, perché presentato anche e soprattutto come una sorta di vetrina artistica e musicale. Ebbene al di la’ della condivisione empatica delle idealità manifestate, e’ molto difficile esprimere una valutazione sui protagonisti delle varie esibizioni. Tanto per dire, posso anche capire l’esigenza di raggiungere il piu’ ampio pubblico possibile ma, sinceramente, non mi sento di rivolgere alcun plauso alla patetica riproposizione di un personaggio come Raffaella Carra’, che ha rappresentato la quintessenza del conformismo nella televisione pubblica italiana. Andiamo! Avrei capito se si fosse trattato che so’, di Mia Martini ma Raffella Carrà, mi dispiace per i suoi tantissimi ammiratori, proprio no. Non mi dilungherò quindi su ciò che non mi e’ piaciuto, sarebbe inutile e di cattivo gusto. Qualche parola vorrei spenderla invece per i Cabaret Social Coro, Monica Pinto, La Banda della Liberazione che ritengo abbiano una bella vena interpretativa, ideale per una rappresentazione tra teatro e cabaret che ben si adatterebbe ai contenuti espressi in una forma che, se proposta in maniera organica in uno spettacolo, avrebbe un sicuro impatto positivo sul pubblico. Di Rocco gia’ sappiamo, il suo impegno di cantautore e’ encomiabile, continua a crescere e dara’ buoni frutti. Infine molto “forti” sono stati i pugliesi Sound Foundation Group che confermano come dalle parti del Tavoliere, considerato che la scena artistica pugliese ha una bella tradizione alle spalle, qualcosa si muove.

Poi, lasciatemelo dire, mi chiedo dove fossero gli “storici’ esponenti de “la musica del dissenso” “gli alternativi” che pure abbiamo seguito con interesse in alcuni dibattiti moderati da Antonello Cresti su VisioneTv… eccezion fatta per l’immarcescible, instancabile e pressocche’ onnipresente Colombini.

A quei giovani artisti e musicisti che, sicuramente ci sono e creano e operano nell’ombra, non saprei se per mancanza di incoraggiamento a farsi avanti o per timore di non essere accolti o capiti, vorrei allora dire e auspicare, che possano presto perdere ogni remora e lanciarsi nell’immenso e libero spazio dell’ignoto responso e sarebbe incredibile se, a leggere questo articolo, ci fossero alcuni di questi temerari che decidessero di rompere gli indugi, di lanciare quella scarica capace di interdire e di sorprendere chi, ed io tra quelli, forse per l’eta’ o per una disillusione acquisita, sperano e ancora credono che questo stia per accadere.

GENNARO DE MATTIA

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