«La globalizzazione così come la conosciamo è finita». Lo abbiamo scritto molte volte, sin dall’inizio della guerra in Ucraina che con il conflitto il mondo entrava in una nuova era, soprattutto dal punto di vista dell’economia, ma ora ad ammetterlo esplicitamente è nientemeno che Larry Fink, presidente di Black Rock, il maggiore fondo di investimento del mondo. Per avere un’idea delle dimensioni di questa entità basti dire che il fondo gestisce un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari, una cifra al cui confronto il tanto decantato recovery fund è un’inezia.

Nella consueta lettera annuale agli azionisti Fink sostiene che «il disaccoppiamento dall’economia globale spingerà le aziende e i Governi di tutto il mondo a rivalutare le loro dipendenze e a rianalizzare le loro impronte di produzione e assemblaggio» . Tradotto significa che i Paesi occidentali (tutto il mondo o “comunità internazionale” per i signori della finanza significa gli Usa e i loro alleati), saranno costretti dalla nuova realtà geopolitica creatasi con l’attacco della Russia ai piani Nato e il sostanziale appoggio della Cina a Putin, a cancellare il processo di globalizzazione economica che viene portato avanti da 30 anni.

Non potendo più controllare politicamente i Paesi su cui si è fondato il processo di globalizzazione (Cina e Russia, che nella prima fase dell’epoca unipolare si erano uniformate ai voleri di Washington) i signori di Davos si vedono obbligati a “smontare” la globalizzazione che hanno tenacemente costruito.
Il processo ovviamente non è indolore, e ammesso che sia possibile raggiungere l’indipendenza dal gas russo e dai prodotti della manifattura cinese, l’Occidente, soprattutto l’Europa, andranno incontro a una fase di scarsità come non si è mai vista.

Ma c’è un altro corollario a questo teorema: ed è la morte prematura della transizione ecologica che avrebbe dovuto, nei desideri dei grandi fondi, generare una gigantesca “distruzione creatrice” che avrebbe messo fuori combattimento le piccole e medie aziende (impossibilitate a convertire la produzione in base ai nuovi parametri “green”) concentrato ulteriormente la produzione nelle grandi multinazionali e creato giganteschi guadagni speculativi in borsa.

A causa dello shock energetico dovuto alla guerra molti paesi stanno “cercando nuove fonti di energia. Negli Stati Uniti gran parte dell’attenzione è rivolta all’aumento dell’offerta di petrolio e gas, mentre in Europa e in Asia il consumo di carbone potrebbe aumentare nel corso del prossimo anno. Questo rallenterà inevitabilmente il progresso del mondo verso il net-zero nel breve termine.” afferma Fink, e in effetti pare proprio che il mercato confermi la sua mesta analisi.

Black Rock, che della cosiddetta green economy è il motore principale, ha subito perdite colossali in queste settimane e un suo fondo ha addirittura perso il 91% del suo valore, si è praticamente azzerato. Si tratta, guarda un po’, del secondo al mondo nel tracciamento e investimento nell’campo della sostenibilità ambientale.

La bolla verde, a quanto pare, è già scoppiata.

ARNALDO VITANGELI

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