Crisi globale: anche le fabbriche italiane ora sono a rischio stop

La bufera sta investendo le fabbriche italiane. Fermano la produzione per la penuria e il rincaro dell’acciaio, per la mancanza di chip o anche per il prezzo stratosferico dell’energia, come la Yara di Ferrara: dopo lo stop all’ammoniaca destinata ai fertilizzanti, ora è a rischio anche l’AdBlue, la miscela sempre a base di ammoniaca per abbattere le emissioni dei diesel.

Le tempestose perturbazioni post-Covid nelle catene lunghe di approvvigionamento stanno mietendo vittime in un silenzio assordante:  niente titoli sulle prime pagine dei giornali, niente dibattito politico sui provvedimenti da prendere per ridurre almeno i danni.

Le notizie vere, bisogna cercarle nelle pagine di cronaca locale. Manca un quadro d’insieme: ma una piccola e giocoforza incompleta antologia è sufficiente per dare l’idea della situazione.

Il presidente dell’Associazione Italiana Zincatura si sfoga sulle pagine di una testata della Campania: gli aumenti di energia e acciaio sono una bomba ad orologeria per il settore; la sua azienda, Irpinia Zinco, ha dovuto ridurre i volumi produttivi.

Proprio per via dell’acciaio l’Electrolux di Porcia,  la più grande azienda in provincia di Pordenone, si ferma da venerdì 15: mancano le lamiere senza le quali non si può produrre nulla, gli operai vanno in cassa integrazione per qualche giorno: il tempo di risolvere il problema che però – dicono i delegati sindacali – potrebbe ripresentarsi in futuro.

Gli stabilimenti automobilistici sembrano trovarsi nella situazione peggiore: per loro, i problemi legati all’acciaio si aggiungono a quelli legati all’approvvigionamento di chip. Per mancanza di componenti la Stellantis di Termoli ferma alcuni reparti nelle prime due settimane di novembre. Per lo stesso motivo l’Iveco di Suzzara (Mantova) lascia a casa 2.000 dipendentì da domani, giovedì 14 ottobre, fino a venerdì 22: sui piazzali sono fermi oltre 2.000 veicoli che è impossibile completare. Lo stop, peraltro, riguarda tutti gli stabilimenti Iveco e probabilmente interesserà anche l’indotto, mentre parte dei 350 dipendenti di un’altra azienda del Mantovano, la Zanotti Spa-Daikin, non andrà a lavorare per alcuni giorni alla settimana perché risulta impossibile trovare acciaio e rame.

Le difficoltà degli stabilimenti legati alla siderurgia e alla produzione di vetture si ripercuonono a cascata sulle concessionarie auto, che lasciano a casa i dipendenti. C’è ben poco da vendere: le aziende non riescono ad effettuare le consegne, i clienti non mancherebbero ma per avere una Cinquecento o una Panda devono aspettare sei mesi e 7-8 mesi per un’Audi. Quasi come a suo tempo in Unione Sovietica.

Coloro che, a vario titolo, sono toccati dalla crisi degli approvvigionamenti sono concordi su un punto: la situazione non tornerà rapidamente normale. Ma non c’è traccia di dibattito pubblico e politico su un problema così grave. Le grandi testate piuttosto riprendono le lodi del Financial Times all’Italia draghiana: gli investimenti accelerano la ripresa,  l’economia ha il vento in poppa. Vento in poppa: ma dove?

DON QUIJOTE

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