Componenti auto: una crisi che conviene alla Cina

La crisi dell’industria automobilistica non sembra conoscere requie. Ultima notizia, gli stabilimenti della galassia Stellantis non riaprono. Pomigliano, che avrebbe dovuto riaprire in questi giorni, rimane chiusa, e così Sevel. Ma questa epidemia di chiusure potrebbe colpire anche Melfi e financo Torino, a partire da Maserati. Questo a causa della carenza di componenti elettronici che potrebbe scatenare un effetto a catena su tutta la componentistica.

La crisi dei semiconduttori nella Stellantis ci riguarda da vicino, per questo la osserviamo con interesse. Ma la questione è mondiale è sta colpendo in particolare il mercato giapponese e nordamericano.

Il caso Toyota risulta tra i più interessanti. La casa giapponese ha cercato di evitare tagli usando la stessa strategia utilizzata quando avvenne il disastro di Fukushima, che consisteva nel mantenere elevati livelli di stoccaggio. Tuttavia a causa della logistica danneggiata dalle varie restrizioni Covid ha portato ad un’esaurimento delle scorte e l’azienda ha tagliato i programmi produttivi del 40%. Negli USA La General Motors ha annunciato stop produttivi di diverse settimane in molti impianti, tra cui, per la prima volta, quello di Orion, in Michigan, mentre la Ford è costretta a sospendere la produzione del pick-up F-150 nel sito di Kansas City.

E i problemi dell’industria nordamericana diventano la chiave di volta per un discorso geopolitico: a causa della crisi dei chip gli USA aprono a Huawei. Biden lascia cadere il ban voluto da Donald Trump e apre alla vendita di chip cinesi negli Stati Uniti. Le conseguenze potrebbero essere enormi anche dal punto di vista geopolitico, portando la Cina a cannibalizzare anche il mercato dell’auto.

La situazione ricorda il fallimentare blocco commerciale antibritannico voluto da Napoleone: anche all’epoca persino i bottoni delle divise francesi erano prodotti dal nemico inglese. I chip possono divenire fondamentali non solo per il mercato dell’automobile, ma per quasi tutta la nostra vita, oramai totalmente dipendente dalla tecnologia. Se si pensa inoltre che con la questione Covid è stato incentivato il lavoro da remoto, completamente dipendente da pc e device tecnologici: la crisi dei componenti elettronici potrebbe addirittura arrivare a fermare il mondo moderno, non solo le automibili.

Il ruolo della Cina, fabbrica del mondo, diventa ancora più forte. “Gli arabi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare” diceva Deng Xiaoping. E oggi le terre rare, alla base di tutta l’elettronica, sono anche più importanti del petrolio: a confronto la crisi energetica del 1979 potrebbe sembrare una passeggiata.

Dal virus uscito da Wuhan che ha danneggiato l’economia di tutto il mondo eccetto Pechino, alla crisi dei componenti: tutto pare favorire la nuova superpotenza emergente cinese a danno dell’Occidente, come teorizzato nel trattato sulla guerra asimmetrica dei colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui: una guerra non combattuta sui campi di battaglia, ma con modalità non militari volte a colpire in particolar modo l’economia. Una tecnica modernissima ma anche antica, che la nostra cultura occidentale conosce col nome di Cavallo di Troia.

ANDREA SARTORI

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