Di Giulia Bertotto

Forse non c’è sintesi più efficace di quella esposta dalla candidata per il Lazio Francesca Venditti, in occasione del comizio conclusivo di Democrazia Sovrana Popolare, tenutosi a Roma il 6 giugno, per illustrare il suo programma: “DSP è un partito che persegue la Costituzione”, un sole giuridico ed etico come quello che batte su Piazza dell’Esquilino e sulla Basilica di Santa Maria Maggiore, all’antivigilia delle votazioni europee che si terranno sabato 8 e domenica 9 giugno. Un paese è sovrano nella misura in cui la democrazia del suo paese è davvero abilitata ad agire applicando la propria Costituzione.

PENNETTA: “Argomenti di voto vuoto per distrarre l’opinione pubblica”

Sul palco si alternano i candidati, per la Toscana Antonello Cresti che spiega “Chi detta la politica del paese parla della Decima Mas…nel 2024! Vi rendete conto che non vogliono parlare di ciò che davvero interessa agli elettori? Sono gli stessi che hanno fatto di tutto per impedirci di partecipare a queste elezioni, ma noi ci siamo!”.

Il professor Enzo Pennetta, presidente del Comitato Ripudia la guerra, prosegue al microfono: “I maggiori partiti come FdI, PD, 5 Stelle si confrontano poco o nulla con DSP, sapete perché? Perché i loro discorsi devono restare sulla superficie delle cose, sulle polemiche che nulla cambiano per il Lavoro, la Sanità, la Scuola e la Pace. Litigano per il Ponte sullo stretto, sull’ultima affermazione di Vannacci, la piantina di cannabis, e altre sciocchezze per distrarre l’opinione pubblica”.

Un altro messaggio di importanza capitale per un sano respiro democratico lo dà l’ex corrispondente Rai dalla Russia, Giovanni Masotti, ricattato e poi emarginato dagli studi Rai perché non disposto a raccontare la verità mediatica, che coincide con la volontà bellica, quella che vorrebbe cancellare dalla memoria collettiva la guerra del Donbass e il colpo di stato in piazza Maidan. Masotti parla di “Emergenza informazione”, forse l’unica reale emergenza tra tutte quelle fittizie che vengono imposte ideologicamente e per far leva sulla paura, la quale piega all’obbedienza.

DSP Giovani

Marco Rizzo: “DSp dà noia, ma noi ci siamo!”

Il coordinatore nazionale Marco Rizzo denuncia: “Chiunque volesse iscriversi a DSP, non potrebbe accedere al sito perché è bloccato, non sappiamo da chi. Le nostre 60mila firme hanno disturbato i soliti leader incollati alle poltrone, e quelli alle loro spalle che non vediamo. Gli stessi che come Santoro hanno detto no alla guerra ma solo a chiacchiere: Santoro ha detto no, non adesso, all’uscita dalla Nato! E quando allora? Quando i missili saranno sulle nostre teste? Quelli come lui sono maschere, a cui il sistema lascia spazio. Queste maschere cadono e vengono sostituite, ma noi le sappiamo ormai riconoscere. Al Tg1, la rete pubblica, ci sono stati concessi dieci secondi, e questa sarebbe la democrazia?! Noi con DSP diamo noia, ma ci saremo anche noi, ci sarete anche voi, alle urne. Senza teoria politica non si possono cambiare le cose, e noi l’abbiamo, come abbiamo candidati competenti e seri, e un corpo di militanti che sta crescendo”.

Il presidente Francesco Toscano scava nelle radici marce che hanno portato all’asfissiante controllo mediatico e a fare della Politica un’ancella della finanza: “Siamo soggetti di un esperimento di ingegneria sociale che va avanti almeno dal 1975.

Non potremo forse cambiare le cose in sei mesi, in un anno, ma dobbiamo rappresentare una forza capace di arginare queste derive e di guidare la cittadinanza; i nostri nemici non sono invincibili. Anziché utilizzare le categorie della geopolitica, le lenti della storia, ci trattano come bambini che non capiscono la realtà. La fine della logica, del principio aristotelico di non contraddizione, è il risultato di una lunga e sottile operazione messa in piedi nei think tank americani più oscuri”.

Il messaggio unanime è che l’astensionismo non è ribellione ma rassegnazione, non è contestazione dell’ordine ma appiattimento sullo stesso, per ragioni tecnico-numeriche legate alla distribuzione delle preferenze e per la direzione socioculturale che il rifiuto di votare comunica e imprime all’anima del paese.

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