Sono coloro che scandagliano le notizie, verificano le fonti ed emettono il verdetto decretando, nell’era della post-verità, cosa è vero e cosa falso. Sono i fustigatori della disinformazione, i novelli inquisitori digitali che fungono da stampella per la censura on line.

Negli ultimi anni, debunkers e fact checkers si sono ritagliati un ruolo di primo piano nella lotta al contrasto delle fake news, finendo per collaborare con movimenti, partiti, esponenti politici e giornalisti ed entrando persino nelle task force atte allo smascheramento della disinformazione on line. In questo modo si è creata una mitologia su queste figure (i fact checkers sono stati persino proposti al Nobel per la Pace da una parlamentare norvegese, Trine Skei Grande, ex leader del Partito Liberale).

Come dei novelli Torquemada, si accaniscono contro i “disallineati”, cioè coloro si pongono in modo alternativo rispetto al pensiero unico e al catechismo dei media di massa, legittimando la censura della rete. Lo scopo di questa operazione è la legittimazione morale della censura: negli ultimi anni, infatti, si sta cercando di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica una sorta di “censura costruttiva” con lo scopo di tutelare la collettività dalla minaccia delle disinformazione, portando così a oscurare sempre più pagine social, video, siti e blog di pensatori scomodi.

Per porsi come una moderna forma di psicopolizia, costoro dovrebbe essere scevri da qualunque tipo di legame con il “potere”. Il “controllore”, si sa, per essere obiettivo, non può certo avere legami con il “controllato”.

Questi detentori della verità, castigatori di dissidenti e di chiunque diffonda bufale on line, sono davvero indipendenti?

Dovrebbero essere indipendenti da politica e istituzioni, obiettivi nel ricercare la verità, riportando chiarezza nell’infodemia.

Dovrebbero, perché anche i fact-checkers, come dimostrato da diverse inchieste, hanno legami con gli enti che dovrebbero controllare o che li finanziano (leggi articolo). A maggior ragione, in questo momento in cui le Big Tech vestono i panni dei censori e continuano a modificare i propri algoritmi per oscurare dalla rete, supportati proprio dalle analisi di siti di fact checking, è bene scavare negli intrecci che legano i progetti di fact-checking alle lobby della sanità. Ne emerge infatti un fitto intreccio di piani e di persone che hanno costruito e supportano la narrazione pandemica, come già mostrato da Il Simplicissimus.

È il caso del sito Factcheck.org il sito che “verifica” le “fake news sui vaccini” per Facebook. Come si può leggere sul suo sito nella sezione relativa alle sovvenzioni, il progetto ha ricevuto in donazione 99.870 dollari dalla Robert Wood Johnson Foundation:

«Il progetto SciCheck’s COVID-19/Vaccination Project è reso possibile da una sovvenzione della Robert Wood Johnson Foundation».

La Robert Wood Johnson Foundation è la più grande fondazione filantropica degli Stati Uniti focalizzata sulla salute, fondata da uno dei più noti presidenti della Johnson&Johnson – sì proprio quella che produce il vaccino Janssen-J&J – del secolo scorso. La fondazione ha un patrimonio di 11 miliardi di dollari, generando sovvenzioni che si avvicinano ai 500 milioni di dollari all’anno.

Per prevenire eventuali critiche, sempre sul sito del progetto, poco sotto leggiamo che:

 «La fondazione [Robert Wood Johnson Foundation] non ha alcun controllo sulle nostre decisioni editoriali e le opinioni espresse sul nostro sito Web non riflettono necessariamente le opinioni della fondazione».

Rimane un evidente conflitto di interessi in cui il controllore è finanziato da colui che dovrebbe controllare in quanto legato a una multinazionale del Big Pharma che produce un vaccino! Questi soldi (99.870 dollari) sono stati elargiti per finanziare uno specifico programma di controllo sui vaccini, il progetto COVID-19/Vaccination.

Pertanto, un progetto di fact checking che dovrebbe verificare le notizie relative ai vaccini anti-Covid è finanziata da una fondazione il cui 15% del patrimonio è costituito da 1,9 miliardi di dollari di azioni di Johnson&Johnson che produce il vaccino Janssen-J&J.

Ma non è finita qui perché l’amministratore delegato di questa Fondazione è  Richard E. Besser, nominato presidente e amministratore delegato nell’aprile 2017. Besser è succeduto a Risa Lavizzo-Mourey, presidente della fondazione tra il 2002 e il 2017.

Richard E. Besser è un medico e dirigente americano ed è stato direttore ad interim dei Centers for Disease Control and Prevention e dell’Agenzia per le sostanze tossiche e il registro delle malattie da gennaio a giugno 2009. Ossia l’organismo che si occupa di dare i numeri della pandemia e di stabilire i protocolli di azione e diagnosi. Come se non bastasse, è ex caporedattore per le notizie mediche di ABC News .

Ricapitolando, Besser è il CEO di una fondazione strettamente legata a uno dei maggiori produttori di vaccini, ex direttore di uno dei massimi dirigenti di un organismo di controllo sanitario, nonché un uomo di spicco dei media mainstream. Ed è sempre la stessa persona che contribuisce a finanziare il progetto di fact checking sul quale si basa l’opera di censura di Facebook.

Invece di essere indipendenti e quindi di poter lavorare in maniera obiettiva, imparziale e trasparente, la collusione tra finanziamenti di poteri forti, progressisti e lobbisti è talmente sfacciata da creare qualche dubbio in merito ai veri obiettivi che si pongono i fact checkers e i debunkers. Nel momento in cui costoro vengono finanziati da multinazionali, fondazioni, e più in generale da chi dovrebbero controllare, diventa difficile credere che possano lavorare in maniera imparziale, senza sottostare alle pressioni dei loro sponsor.

ENRICA PERUCCHIETTI

  • 2610 Sostenitori attivi
    di 10000
  • 2609 Sostenitori