di Ingrid Atzei.

 

Vi siete mai chiesti che cos’è un attentato?

Sapete, un buon esercizio per il pensiero critico è quello di spiegarsi il senso profondo dei termini che utilizziamo e che, la maggior parte delle volte, diamo per scontato. Infatti, se ce li spieghiamo, piuttosto che affidarci a semplificazioni o a un’immagine (su Wikipedia, ad esempio, per attentato, ne trovate una del World Trade Center scattata l’11 settembre 2001), ne comprendiamo meglio le implicazioni. Implicazioni che una sintesi estrema rischia di non evidenziare e che un’immagine, inquanto statica e parziale, non può restituirci.

Allora, giusto per fissare un punto di partenza, leggiamo dal Dizionario Enciclopedico della Treccani la definizione che ci viene proposta di attentato.

«Atto con cui si attenta a persona o cosa, e che, nel diritto, è considerato un reato già consumato anche se non si produce il danno e il colpevole non raggiunge il fine che si era proposto».

Ad essere ancora più precisi, è l’obiettivo che può non essere raggiunto – per un errore nell’identificazione del bersaglio, perché la vittima di colpi d’arma da fuoco può decedere o meno, perché la vittima di un velivolo sabotato può perire o salvarsi per qualche inaspettata ragione -, mentre il fine è raggiunto comunque, dal momento che lo scopo di un attentato è certamente intimidatorio in prima istanza tanto per la vittima quanto per chi esibisce affinità o, anche, solo condivide la più piccola cosa con essa.

A questo punto, possiamo fare dei distinguo che ci torneranno utili nel nostro percorso di chiarificazione. Prendete questa tetrapletta:

  • incidente
  • depistaggio
  • sabotaggio
  • attentato

Il primo, l’incidente, è un accadimento non deliberato e indipendente da qualsivoglia controllo ma che, cionondimeno, in un agone può essere sfruttato a proprio vantaggio da una delle parti interessate (tipicamente un malessere che indebolisce l’immagine di un leader o una perturbazione atmosferica, la quale ha, in più, il vantaggio di poter fornire una sponda al depistaggio); il secondo, il depistaggio, è una condotta tattica volta a disorientare e che, pertanto, pone le basi per una crisi (ad esempio, il periodo che intercorre tra la fine improvvisa/inaspettata di un mandato presidenziale e la definizione del nuovo mandato); il terzo, il sabotaggio, è una condotta tattica volta ad impedire nascostamente qualcosa arrecando, generalmente, un danno limitato (ad esempio, ostacolare l’opposizione ad un negoziato, ad un qualche dettato sovranazionale o ad un diktat sanzionatorio ritenuto ingiustificato); infine, l’attentato, l’abbiamo detto, è una condotta tattica volta manifestamente ad intimidire arrecando un danno limitato o esteso. Quando il danno è esteso parliamo più precisamente di condotta terroristica.[1]

Ora, mentre il depistaggio può far passare una condotta tattica per incidente, le condotte tattiche relative tanto al sabotaggio quanto all’attentato sono volte ad impedire che, tra antagonisti, si crei una condizione variabile di tipo win-win o a somma positiva, nella quale, cioè, tutti ottengono auspicabilmente un guadagno (payoff). Questo impedimento è tipico di una condotta egemone.

Per averne una visione più pragmatica, introduciamo, a questo punto, la Teoria dello Scontro di civiltà e leggiamo quanto scritto da Mahdi Darius Nazemroaya ne La globalizzazione della NATO – guerre imperialiste e colonizzazioni armate:

Per Huntington[2] e i suoi seguaci, le guerre future saranno scatenate da fattori culturali quasi totalmente riconducibili a elementi immutabili che «sono di gran lunga più radicati rispetto ad eventuali differenze tra ideologie politiche e forme di governo». Testualmente: […] Nei conflitti ideologici e di classe, la questione fondamentale risiedeva nella domanda “da che parte state?” e i singoli individui potevano scegliere da che parte stare e anche cambiarla col tempo, cosa che in effetti accadeva normalmente. Nei conflitti tra civiltà la domanda-chiave è invece “che cosa sei?” e la risposta non è modificabile. […] i singoli o i gruppi di individui non diventano più nemici sulla base delle loro azioni pratiche, ma per la propria identità.[3] Se trasposto nella realtà, diventa assimilabile alle concezioni politiche a somma zero […]

Cosa ci sta dicendo l’autore? Ci sta dicendo che nei conflitti fondati su etichette identitarie (ad esempio, la civiltà[4] occidentale anziché quella mediorientale o quella neoliberale anziché quella comunista), dal momento che il presupposto è che il mio antagonista lo è solo perché ha determinate caratteristiche, lo scontro[5] non potrà mai giungere ad un esito di tipo cooperativo, ovvero con payoff positivo (guadagno per tutti),[6] ad esempio un negoziato. Nel conflitto di civiltà l’esito dello scontro, pensato come necessario, sarà a somma nulla, sintetizzabile in mors tua vita mea o, anche, ‘tu perdi quanto io guadagno’ e perciò virtualmente esitante nell’annullamento algebrico di due quantità identiche in termini assoluti.

Dunque, quando degli accadimenti clamorosi/spettacolari, con ripercussioni a carattere internazionale, sembrano sospesi nel limbo delle ‘diagnosi differenziali’, analizziamoli prendendo spunto dalla Teoria dei giochi e valutiamo la matrice dei payoff.

Con riguardo allo scontro di civiltà, nell’attentato,[7] come abbiamo detto, il ‘guadagno’ rimane costante o a somma zero mentre nell’incidente, questo non avendo carattere di razionalità, il payoff non è prevedibile per definizione.[8]

Ciò che, invece, può determinare l’escalation è l’interpretazione dell’accadimento come condotta deliberata e, se interpretata come tale, se configurabile come atto terroristico o meno.[9]

In ogni caso, se ciò che si configurerebbe come incidente appare caratterizzato da innumerevoli elementi accidentali, un buon detective indagherebbe oltre le apparenze.

In sintesi, anche quando si analizzano scenari più complessi – apparentemente più complessi – qualunque spiegazione ufficiale se ne dia o se ne debba dare, vale sempre il metodo Giovanni Falcone, ovvero seguire i soldi, in questo caso seguire i payoff (guadagni).

___________

NOTE:

[1] Teniamo conto di una differenza importante: mentre l’attentato, rientrando nell’agire criminoso, dev’essere investigato al fine di assegnare una pena; l’atto terroristico, data la sua natura estesa, pertanto coinvolgente numerosi civili, appartenenti/rappresentanti di una specifica civiltà (capirete nel proseguo dell’articolo il perché di questo inciso), colti improvvisamente dall’accadimento ed indifesi, è considerato un atto di guerra. Perciò all’atto terroristico, ormai da tempo, si risponde con la guerra. Poi la storia c’insegna che già l’attentato può assumere carattere di pretestuosità per scatenare un conflitto di grandi dimensioni e, altresì, che la ‘difesa’ ad un’’offesa’, può essere affatto proporzionata. In casi di risposta sproporzionata si evidenziano, perciò stesso, crimini di guerra. La guerra, inquanto gioco tattico/strategico, ha delle regole che stabiliscono dei limiti di liceità e, dunque, i crimini, cioè le condotte che esorbitano la liceità, sono (o dovrebbero essere) perseguibili.

[2] Samuel Huntington: esperto di geopolitica e consigliere per gli affari esteri di Jimmy Carter, 39° Presidente USA, scrisse Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, nel quale descriveva, appunto, come i conflitti sullo scacchiere internazionale si sarebbero sempre più orientati verso differenze culturali piuttosto che economiche.

[3] Comprendiamo, allora, come il parlare dei decisori a nome di un intero popolo, pur non esprimendone il reale sentire, sia parte di un processo legato proprio all’identificazione con un determinato assieme culturale e slegato dal singolo popolo o dalla maggioranza d’esso. Esibire, pertanto, dissenso con slogan del tipo Non in mio nome non sortisce un effetto sulle condotte dei decisori, essi non essendo rappresentanti della sovranità popolare ma strumenti nelle mani di manovratori sovranazionali che difendono un costrutto loro proprio della civiltà alla quale ritengono di appartenere. Da ciò consegue, altresì, che non siamo nati liberi e la nostra coercizione risiede esattamente nella nostra identità!

[4] Intendendo più l’aderenza a determinati standard di vita piuttosto che a reali affinità incontrovertibili.

[5] Che si fonda evidentemente sull’idea che ci sia una civiltà superiore che deve imporsi sulle altre.

[6] Come nella concezione multipolare.

[7] Si badi che, essendo sabotaggio ed attentato due condotte deliberate distinguibili solo per la visibilità o meno del/i reo/i e per il differimento tra la condotta e la conseguenza, va da sé che, se l’atto criminoso è commesso a favore di telecamere, la rapida ed incontestabile identificazione del ‘capro espiatorio’ (non necessariamente riconducibile, in qualche modo, al mandante) già dice che si tratta di un attentato. Ne consegue che tutto ciò che accade lontano da occhi indiscreti e, pertanto, differito rispetto all’accadimento, è un sabotaggio. Ma, in sostanza, la seconda condizione pone maggiori quesiti sull’operato dell’intelligence, per il resto cambia poco o per nulla i payoff.

[8] A tal proposito, risultano fuori luogo tutte quelle esternazioni che si potrebbero far rientrare nella excusatio non petita o nel mettere le mani avanti; da chiunque esse provengano.

[9] Si tenga conto che la condotta terroristica è subdola poiché, date le sue caratteristiche, ovvero agire su obiettivi che non possono difendersi, non si configura come agone poiché agisce al di fuori dello schema bellico.

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