di Pierluigi Fagan.

Siamo intorno l’anno mille, campagna e colline, Italia centrale. Una chiesetta troneggia una panciuta piccola altura, scampana: uomini, donne bambini vi si stanno dirigendo.

Si fermano, conversano, scherzano, fanno riti sociali di amicizia. Alcuni hanno messo dei tavoli fuori. C’è chi vi porta delle uova, frutta, ortaggi, ci sono anche dei polli che schiamazzano, si vende, si compra o forse per lo più si scambia. Poi si va tutti a pregare e fare riti, si esce e con l’animo più lieve si torna a far giochi sociali.

Nel tempo, quelli dei tavoli fanno delle piccole dimore fisse, uno ha aperto una specie di cucina pubblica in cui ospita l’ospite, da cui dal latino –hospite-, il sacro viandante, potrebbe esser una benedizione o uno caro agli dèi. L’oste ha fatto quindi la sua osteria, si mangia, si beve, si gioca, si scherza, si traffica.

Sempre il nastro del tempo scorre ed ecco che a mezza vista ci apparirà la nostra chiesetta che i villani hanno oggi portato ad essere un po’ di legno ma anche un po’ di pietra e paglia, con una dozzina di casette attorno, una piazzetta. Per un po’ è stato un paese, ma di recente s’è ingrandito, è diventato un borgo, parola indoeuropea che significherebbe protezione. Infatti, sempre nel tempo, compaiono dei recinti murari tutt’attorno ed al suo interno, unioni che fanno la forza. Chi vi abita in pianta stabile oltre al prete, sarà l’abitante del borgo, il borghese.

I borghesi son gente strana. Hanno amici e parenti in campagna da cui ricevono merci da vendere, sviluppano arti per produrre cose col legno e le pelli, litigano e discutono, si innamorano e si sposano o s’accoppiano furtivi anche fuori della coppia canonica, poi però hanno senso di colpa, menomale che confessano e poi pregano. Alcuni inventano mestieri che servono la comunità, altri studiano, altri affilano armi dopo averle forgiate nel fuoco.

I borghi più importanti perché sono grossi e stanno in mezzo ad invisibili vie di traffico umano, una o due volte l’anno, fanno fiere dove da tutta una vasta zona converge a vendere, comprare, scambiare, fare amicizia, stringere patti, litigare e dopo un po’ di bevanda fermentata, menarsi. Qualcuno scrive su pezzi di carta “ti debbo…” o “mi devi…” e quei pezzi di carta diventano crediti e debiti.

Il prete, la domenica, dopo la benedizione, ammonisce a non esagerare con quei foglietti o a volte pezzi di metallo che prendono nomi curiosi: soldi, denaro, ma anche svanziche, palanche, baiocchi, ghelli, quattrini. Sono tentatori e traviatori, roba del diavolo, addirittura lo sterco, pervertono le relazioni umane mettendo sopra l’amore, l’amicizia, l’empatia e la solidarietà, l’interesse. Ma i borghesi in effetti hanno ora tutte quelle dimensioni sociali ed alcuni di quei denari ne hanno di più ed altri di meno. Ne sono attratti irresistibilmente come il Gollum di Tolkien, tecnicamente si potrebbero definire tossicodipendenti da scariche neuronali endogene, la farmacia che ognuno di noi ha in testa.

Questa media estensione di possessori, scambiatori, trafficanti di denaro via merci varie, sta tra il vasto contado che ha solo cose e non mezzi che li rappresentano ed una famiglia di gente con un rapporto speciale con dio (almeno, così dice il prete), con altra gente armata che gli sta attorno, asserragliata in una vasta casa di pietre che chiamano castello, da castrum ovvero fortificazione.

Questi grandi signori e signore ingioiellate, possiedono la terra tutt’intorno e ne difendono il diritto di proprietà con le armi. Tanto e tanto tempo prima non esistevano, sono arrivati dall’est, barbari, violenti, animali voraci, travolgendo quelli che facevano capo a Roma. Hanno distrutto, rapinato, violentato, squartato un po’ qui ed un po’ là, poi si sono fermati, hanno visto che in fondo i posti erano buoni per viverci, si sono impiantati, si sono convertiti alle credenze del luogo, il prete ha detto che sì era loro diritto, dio l’aveva confermato in gran segreto, erano nobili, i migliori, gli aristoi. Il prete tenta di controllarli, loro si fanno quasi controllare visto che lì sono stranieri e serve loro un perno locale di intermediazione che ha fiducia dal basso.

Così, i nostri borghesi, si scavano una nicchia bio-geografica tra i contadini, pescatori, allevatori, falegnami e minatori ed i Signori armati di gran sussiego anche se col fondo animale. Ci vorranno secoli per civilizzarli visto le origini ed il carattere e dato che non l’hanno temperato nel vivere assieme nella civis, non hanno civiltà.

Nel tempo però, aumentando anche loro di numero formano una loro comunità che stabilisce delle buone maniere o quantomeno una parvenza. Internamente s’intende, fuori continuano a menar le mani e per varie ragioni, tra cui spesso il solo piacere di farlo.

I nostri borghesi imparano anche a leggere e scrivere oltre che un sacco di cose pratiche mentre le teoriche sono proprie di altra gente amica del prete, altri preti di vario lignaggio. Preti, nobili, borghesi prendono diverse forme e di diverso livello lungo quella che appare la gerarchia sociale, una scala in cui c’è il sopra ed il sotto e gente che sale e scende.

Quelli che sono rimasti attaccati alla terra no, sono tutti più o meno simili, dello stesso livello, ma in fondo stando spesso da soli o isolati, non hanno certo bisogno di distinguersi l’un dall’altro, lottano con la natura e solo saltuariamente con altra gente e per motivi decisi dal signore e dal prete. Questo lottare non coi fantasmi ma con la concretezza naturale, li fa conservatori nell’immagine di mondo, sono immersi nella variabilità naturale, normale sognino solide continuità.

Dicevamo dello scrivere, poi fa di conto, accumulare storie e denari dei nostri borghesi. Ma adesso accumulano anche libri e li studiano creandosi delle scuole dove si insegnano l’un l’altro discipline del sapere in due forme: il trivium (scrivere, parlare, logica ed ordini del discorso) ed il quadrivium (numeri, linee-cerchi-triangoli-linee-distanze, tutto ciò proiettato sul mistero del cielo notturno e poi una strana melodia fatta da appositi strumenti che però imitano il canto umano: la musica. Strana magia la musica, sgorga dall’anima ma arriva alla mente calcolante ed ordinante.

I borghesi inventano una ricchezza comune impalpabile: saper cose, saperle usare per fare altre cose. Oddio, loro ci provano a coltivare questi campi invisibili, ma i preti li sorvegliano preoccupati ed i Signori spesso invadono quei delicati campi invisibili portando disordine. Ma arriverà presto il loro turno, dei nobili e dei preti, i borghesi son gente pratica e poco impressionabile.

I borghi diventeranno città e città di città, tutto vi cresce esponenzialmente, le città formano reti di lingue ed interessi comuni e a proposito di Comuni, si pongono i problemi dei regolamenti di convivenza, le leggi e poi chi le stabilisce ed amministra, le usa per sanzionare del giusto e del non giusto, dell’ordine di quella che i greci chiamavano polis e nasce o rinasce così la politica.

In grande inquadratura, queste zone europee di comune linguaggio e consuetudine all’interrelazione umana, fanno i fatidici “totali più della somma delle loro parti”, le nazioni. Una di queste, una striscia di terra al confine ovest di Europa, con solo mare attorno e terra con un unico popolo cugino ma diverso, amico sì ma mica ti puoi fidare più di tanto, mette in mare navi più grosse, arriva sulla costa dirimpetto pur non sapendo che sta su un’altra zolla continentale, poi scenderanno intrepidi ma al contempo cauti, prendendo oro, avorio ed altre cose esotiche, che portano a casa per poi scambiarlo per eccedenze vs mancanze con altri popoli.

Siamo ai primi del Quattrocento e con i portoghesi, inizia la vis esploratrice, poi coloniale, poi imperiale degli europei occidentali. Si sa come vanno queste cose no? Inizia lui ed allora io? Così seguono gli olandesi che sono come i portoghesi del nord, circondati, non molti, ma marinai intrepidi forgiati alla severa scuola del Mare del Nord. Poi gli spagnoli, i francesi, gli italiani, essendo su un molo lanciato su un mare interno, fanno più o meno quello e molto altro, da sempre.

Ancora mancano dei barbari che stanno su un’isola del Nord, non hanno neanche una loro flotta, usano quella di altri barbari ora marinari che ricevono dalla loro regina (una donna? strano) di nuovo pezzetti di carta con su scritto: loro agiscono come fossimo noi i monarchi delle terre degli Angli, danesi in pratica, ma anche con i Sassoni, germanici migratori, inquieti.

Secoli e secoli dopo, nasce in Germania un sassone borghese. I sassoni erano barbari liberi su vaste terre, armati si spade dette saax (cramasax, kramasak hadseax, sax, seaxe, scramaseax, seax e sachsum, da cui presero il nome e con loro l’Essex, il Sussex, il Wessex in cui sciamarono nel 500 d.C.

Il giovane sassone aveva padre ebreo che diceva si essersi convertito e non abbiamo ragioni per dubitarne. Ricorderete però un post sulla cultura ebraica su Maimonide, il quale diceva che un vero ebreo, studia ancor più che pregare; quindi, ebreo credente o meno poco ci interessa, di cultura umana era ebreo.

Ebrei che in Europa, visto che quelli non ebrei trafficavano alacremente coi soldi ma poi si pulivano le mani perché era “sterco del demonio”, dissero: “ok ragazzi, ci pensiamo noi a farlo per voi, noi questa storia del demonio non l’abbiamo, per fortuna”. Divennero così banchieri, prestatori, strozzini, facevano di conto, accumulavano, regolavano scambi.

Werner Sombart, che era un sociologo che impose il concetto di “capitalismo” (che Karl Marx non usò quasi mai e mai come concetto proprio), pensava diversamente da Weber che lo buttava sullo spirito puritano-calvinista, che il gruppo vertice del sistema denaro o capitale fossero proprio gli ebrei. Sebbene tedesco, lo diceva con immensa ammirazione non certo con finto sdegno come poi i gentili (poco gentili, spesso) faranno a più riprese con questa strana gente che persiste come popolo a due millenni e mezzo solo perché non s’è fissata su una terra come tutti gli altri.

Insomma, il nostro sassone borghese ma anche un po’ ebreo (poco, lo si è per via di mamma, in genere, in genetica ma tocca vedere se conta più natura o cultura nel caso in questione), studia come si deve, ma poi esubera, tracima tra giurisprudenza, filosofia, neo-sociologia, giornalismo (occorrerebbe più attenzione quando si preleva citazioni dei suoi scritti, scambiando svolazzi da giornalista per auguste pensate da studioso), passione politica attiva, agitatore, mangiatore e bevitore, fascinazione per l’economia, sensibilità antropologica.

Fortunato a trovare un amico molto ricco per via delle filande inglesi del padre da cui aveva rendite con le quali manteneva sé, l’amico e la famiglia dell’amico la cui moglie era una nobile (da cui ebbe sette figli e che però tradì per saggiare la condizione proletaria della serva da cui ebbe un figlio poi dichiarato di Engels), il nostro sassone borghese farà grandi casini in Germania, poi soprattutto in Francia fino a rifugiarsi per dodici anni al British Museum a studiare i misteri del Capitale, scrivendo un librone anzi tre sebbene due di essi non li completò. Inseguito dall’amico che lo pregava di finire la revisione, trovava una scusa al giorno, preso dalle idee di un certo Darwin, poi dai resoconti di avvocati americani difensori dei nativi americani che qualcuno cominciò a chiamare “antropologi”.

Il nostro campione borghese, con l’amico borghese e gruppi di altri arrabbiati amici borghesi, hanno la curiosa idea per cui teorici borghesi appaltavano la liberazione umana ad un’altra classe oltretutto culturalmente subalterna che avrebbe liberato loro e tutti gli altri facendo tana libera tutti, dalla condanna di essere una classe predatoria foriera di diseguaglianza sociale ed ingiustizia che li faceva letteralmente indignare.

Avrebbero ben potuto fare un gruppo di autocoscienza come faranno poi certe femmine, ma essendo maschi preferirono rivolgersi all’esterno, criticare, assaltare, lottare contro qualcuno (tra cui il fantasma di un professore di Stoccarda mezzo mistico protestante e un po’ neoplatonico) dal quale il nostro non si emancipò intellettualmente mai.

Così, al borghese di Treviri e quello di Barmen, ai tanti parigini e francesi, tedeschi e inglesi, tutti per lo più borghesi, si unirono a seguire un russo figlio di un educatore e docente di matematica e fisica russo di religione ortodossa, tale Lenin, seguito da un altro detto Trockij, ebreo benestante e poi un tipaccio detto Stalin.

Tipaccio ma si capisce il perché, non era borghese, mamma e padre contadina e calzolaio, gran bevitori che poi lo picchiavano un giorno sì e l’altro pure. Finì poi in collegio diventando secondo Fromm un “sadico non sessuale”, venato di paranoia. In Cina, invece, nacque un altro della banda, di ambiente contadino sì, ma agiato, Mao. Seguirono un figlio di proprietario terriero, tale Fidel, ed un figlio della c.d. “oligarchia del bestiame argentino”, un icona oggi pop, né di destra né di sinistra come piace oggi dire ai borghesi, il “Che” per gli amici.

Insomma, gente di questa classe, ha a lungo ritenuto di usare un’altra classe per risolvere la società di classe. Oggi però sappiamo che siano giovani che diventano adulti, donne che rivendicano posizioni esistenziali, culturali e sociali migliori, popolo colonizzati, i processi di emancipazione umana vanno condotti in prima persona, nessuno ti può emancipare al posto tuo.

Arrivato qua, m’è venuto in mente che forse ci vorrebbe una stagione impetuosa di autocoscienza dei borghesi, annessa guerra civile tra borghesi tendenzialmente egalitari e quelli gerarchici. Non c’è odio più inestinguibile che quello da faida famigliare, tanto cara ai Sassoni, tra l’altro. Suggerirei qualcosa come: “Borghesi di tutto il mondo dividetevi e chiaritevi da che parte state!”

Però diciamocelo senza infingimenti piccolo-borghesi: che classe!

[Con un sentito ringraziamento ad altri della mia stessa classe: il Maestro Braudel, Cipolla, Ruffolo, Maier, Bloch, Febvre, Pirenne, Le Goff, Furet, Garin, Dubin, tutti franco-italiani con omogenea immagine di mondo dentro e non solo mondi immaginari, con la disciplina del reale e qualche sforzo a controllare la falsa coscienza. Un pensiero anche a Destutt de Tracy che così fa 1-0 con la coppia Napoleone-Marx. L’ideologia ha una sua autonomia, conta, non è sempre e del tutto legata alla condizione sociale, appartiene ad un suo ambiente, quello delle immagini di mondo]

 

Tratto da: https://pierluigifagan.com/2024/04/12/che-classe/.

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