E’ una battaglia mortale, quella che continua a divampare in Ucraina attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Mortale per l’Europa, che se le cose si mettono male sarà sotto un fall out radioattivo come ai tempi di Chernobyl. E mortale per l’Ucraina. Oltre al fall out, rischia di ritrovarsi letteralmente al buio se la centrale passa definitivamente nelle mani della Russia.

Per l’Ucraina, rimanere senza energia elettrica sarebbe un ulteriore disastro nel disastro bellico. Questo può spiegare perché si ostini a bombardare la centrale nucleare, ora controllata dai russi, con sprezzo delle possibili conseguenze. Nulla però può spiegare l’inerzia acquiescente dell’Unione Europea in una situazione che mette in pericolo i suoi cittadini.

Per cercare di capire la vera posta in gioco attorno a Zaporizhzhia bisogna spigolare accuratamente fra piccole notizie che abitualmente passerebbero inosservate. E bisogna innanzitutto tener presente che si tratta della più grande centrale nucleare dell’Europa: sei reattori in grado di produrre un’enormità di energia elettrica.

L’esercito russo ha conquistato Zaporizhzhia in marzo. L’Ucraina all’inizio ha trangugiato amaro: non si hanno notizie di suoi bombardamenti sull’impianto fino ai primi giorni di agosto. Poi la svolta.

Cosa è successo? Ecco, da fonte ucraina, il fatto che ha scatenato la battaglia: l’Ucraina ha realizzato che i russi vogliono scollegare Zaporizhzhia dalla rete elettrica ucraina. Sarebbe un grave colpo. Già l’Ucraina non ha soldi per comprare gas: figurarsi se manca anche l’elettricità. Ovvio che non si rassegni facilmente a rinunciare Zaporizhzhia. Molto meno ovvio il fatto che, per non perdere la centrale nucleare, sia disposta a rischiare una catastrofe su scala continentale.

Attualmente a Zaporizhzhia lavora personale ucraino sotto la supervisione dell’esercito russo. Solo due dei sei reattori risultavano in funzione il 7 agosto scorso. La centrale inoltre è ancora collegata dalla rete elettrica ucraina.

Non si tratta solo dell’energia immessa nella rete: si tratta soprattutto dell’energia ricevuta dalla rete, che è indispensabile per far funzionare il sistema di raffreddamento. Quest’ultimo deve essere necessariamente alimentato dall’esterno. Inoltre i reattori hanno bisogno di raffreddamento anche quando sono “spenti”. Se il raffreddamento viene meno, si produce l’incidente che può sfociare nel rilascio di materiale radioattivo. I bombardamenti ucraini hanno preso di mira le linee elettriche dalle quali dipende il raffreddamento di Zaporizhzhia: l’anticamera della catastrofe.

Russia ed Ucraina si rimpallano la responsabilità di voler creare un incidente a Zaporizhzhia. Secondo l’Ucraina, l’incidente dovrebbe verificarsi proprio oggi, venerdì 19 agosto. La Russia, scrive l’agenzia Reuters, sta cercando gasolio destinato all’impianto di raffreddamento di emergenza: quello che entra in funzione quando l’energia elettrica non arriva più. Ma l’impianto di emergenza, bisogna aggiungere, è una toppa che regge solo per un certo numero di ore.

Il fall out radioattivo, oltre che sull’Ucraina, in base alle simulazioni ricadrebbe su Polonia, Bulgaria, Ungheria, Paesi Baltici eccetera. Però dipende da come soffia il vento: potrebbe benissimo dirigersi verso Ovest come ai tempi di Chernobyl.

Riesce ad esercitare una mediazione, a quanto pare, solo la Turchia. Fa parte del blocco occidentale come l’Unione Europea, sul cui territorio ricadrebbe il fall out ma che si appiattisce sulla linea ultra atlantica: chiede alla Russia di smilitarizzare Zaporizhzhia. In pratica, chiede di renderla all’Ucraina. Non è realistico, non è verosimile. Non è così che si fa per mediare.

Ecco. Gli europei non devono preoccuparsi solo del possibile fall out. Devono preoccuparsi anche e forse soprattutto perché nessuno, dalle istituzioni UE o da una capitale, per prima cosa telefona a Kiev dicendo: fermatevi, sciocchi!, e poi cerca una strada ragionevole verso la sicurezza e la soluzione.

GIULIA BURGAZZI

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