di Giulia Bertotto.

Mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen lancia dichiarazioni sconvolgenti e provocazioni surreali come “servono più armi, dobbiamo produrne come fatto per i vaccini” o “Non possiamo escludere una guerra con la Russia”; mentre Israele aggiunge la fame alle bombe, per sterminare barbaramente ma sistematicamente il popolo palestinese, in Italia sono altri gli scandali a cui viene data rilevanza mediatica. Stiamo parlando di quello che ormai possiamo definire il caso Jorit, che ha coinvolto Ciro Cerullo, famoso artista di strada napoletano, “schedato” dalla stampa italiana per il suo dialogo con il presidente russo Vladimir Putin durante un forum della gioventù che si è svolto a Sochi. «In Italia si dicono tante cose strane su di lei, presidente Putin – ha detto Cerullo. Le chiedo di fare una foto insieme per dimostrare all’Italia che lei è umano come tutti e la propaganda su di lei non è vera». «Certo, basta che non mi dia un pizzicotto per sincerarsi che sono una persona reale» ha risposto ironico il presidente del Cremlino.

«La propaganda era l’arte del Kgb» – ha commentato invece ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nonostante i messaggi distensivi da parte di Putin che ha affermato: l’Italia «è sempre stata vicina» alla Russia. Impressionante l’incitazione maccartista della Vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno (Pd): «Ho scritto stamane alla Commissione Europea e al Consiglio dell’Unione europea chiedendo l’inserimento di Ciro Cerullo, in arte Jorit, tra gli individui sottoposti a sanzione da parte dell’Unione europea». Ma insomma, così si fa confusione, non stavamo parlando proprio del clima tirannico che si respira a Mosca? E siccome il maccartismo non vuole freni, Picierno sibila un ordine perentorio: «spero che le amministrazioni pubbliche italiane ed europee revochino immediatamente finanziamenti e commesse in suo favore».

Nel frattempo, inoltre, nessuna delle grandi testate ha dato risalto ad una notizia importante per le sue implicazioni politiche internazionali: le dimissioni della sottosegretaria di Stato Usa Victoria Nuland. La scelta di quali notizie dare e quali omettere è un atto che incide sulla democrazia, e in quanto tale è sempre anche una scelta politica. Ma torniamo a noi.

L’8 marzo la Repubblica ci delizia con un pezzo di Stefano Cappellini dal titolo “Tutto tranne gli Usa Fenomenologia dei rossobruni alla corte dello Zar”. Vediamo le tecniche della retorica di carta usata per ridicolizzare Jorit e chi non condivide certe posizioni banalizzanti in merito al conflitto tra NATO e Russia, tra un vecchio ordine internazionale che tramonta e uno nuovo che albeggia: prima tecnica, cambiare nome all’obiettivo. Con l’inchiostro magico del gruppo GEDI lo street artist diventa “Street-qualcosa” (le virgolette sono dell’articolista), come se svilire il suo talento coi colori, ridicolizzare la creatività (prescindendo dai gusti), avesse a che fare in qualche modo con le idee sociali o politiche dell’uomo alla gogna mediatica, con il merito della questione, con i contenuti del dibattito.

Segue la tecnica dell’amalgama, stordire il lettore con un elenco di nomi (alcuni certamente poco noti all’opinione pubblica proprio perché il sistema democratico si è da decenni inceppato), dal reporter “scomodo” Giorgio Bianchi all’ex senatore Vito Petrocelli che «si limita ad appoggiare Mosca come i fascisti». prosegue Cappellini -e farne un “calderone rossobruno”. La possibilità che orientamenti filosofici dissimili, sensibilità politiche differenti, possano però trovarsi in sinergia per una meta comune e per affrontare un momento storico di grave transizione politica e culturale, è aberrante per coloro che si proclamano aperti e arcobalenici. Ne risulta una specie di linciaggio

Presto sopraggiunge anche il rovesciamento dell’impianto critico, quello che almeno dal 2019 è stato portato alla luce dalle voci dissidenti del nostro paese: il “calderone rossobruno” sarebbe stato testato in pandemia e messo in pista con la guerra” ci istruisce Capellini. Ma come, non erano proprio gli stessi rossobruni a spiegare come le ultime legislature abbiano testato un paradigma emergenziale durante la pandemia, poi messo in pista con la fase attuale della guerra, allo scopo di nascondere i crimini legati ai profitti medici e bellico-geopolitici?

L’ultima tecnica, quella che corona la fatica scritturale dell’autore, è la colpevolizzazione morale: «ci vuole fegato a dipingere i bambini sui palazzi sventrati dall’artiglieria di Mosca, come ce ne sarebbe voluto a decorare lo stadio dove Pinochet rinchiuse i cileni dopo il golpe».

«Da quando inviare armi a un paese pilotato dagli Usa in chiave antirussa che ha come eroe nazionale Stepan Bandera (nazista sterminatore di ebrei e russi) significa essere antifascista?» ha replicato Jorit, che ha cercato di rispondere in merito alla questione e ai suoi contenuti.

All’informazione italiana invece, chi lo dà il pizzicotto?

[Giulia Bertotto – per Visione]

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APPROFONDIMENTO DI VISIONE

Per chi voglia pesare lo spessore anche dal punto di vista morale della definizione sprezzante usata da Cappellini verso Jorit (“Street-qualcosa”) basterà scorre le immagini delle opere dell’artista napoletano: https://www.jorit.it/.

Per il resto, esprimiamo la nostra solidarietà ai bersagli dell’ultimo emulo di un format che Repubblica ha perfezionato da quindici anni in qua: un pastone di nomi da linciare con un tono che sta tra la delazione di un portinaio che riceve due spiccioli dalla questura di uno stato totalitario e il mattinale di un ligio gerarchetto un po’ ottuso che deve pescare più nomi possibili all’ingrosso con l’ansia dell’accumulo. I lettori stanno fuggendo da un metodo così sciatto, impreciso, intimidatorio di descrivere fenomeni politici sgraditi.

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