Caso editoriale Usa: gli affari (sporchi?) della Biden family

Gli sporchi affari di Hunter Biden, figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, col Partito Comunista Cinese e la compagnia ucraina Burisma e confermati dalle mail pubblicate dal New York Post il 14 ottobre 2020 sono stati bollati come disinformazione russa solo quattro giorni dopo dal sito Politico  e in seguito dai grandi media americani come la Cnn, che ovviamente sono arrivati anche ad accusare l’allora presidente Donald Trump di usare le “bufale russe” come clava contro il suo avversario. Anche i social di regime si sono dati da fare nel cercare di insabbiare le voci sul figlio di “Sleepy Joe”, in particolare Twitter  il social che, pur essendo stato per anni di fatto il megafono di Trump, è per antonomasia l’aggregatore di voci liberal e woke.

Ebbene, nonostante tutto la verità forse sta venendo a galla: in questi giorni negli Stati Uniti sta diventando un caso editoriale il libro The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power del giornalista Ben Schreckinger. L’autore del libro non arriva da ambienti trumpiani o vicino al Partito Repubblicano. Anzi Schreckinger è proprio il corrispondente politico nazionale per Politico,  vale a dire la testata che per prima ha bollato come fake news messe in giro dai soliti hacker di Putin le notizie sugli affari di Hunter Biden.

Schreckinger ora scrive che l’inchiesta del Post si basa su argomenti autentici: Hunter Biden fu l’artefice dell’incontro tra il padre, all’epoca vice di Barack Obama, con un alto dirigente della società ucraina Burisma meno di un anno prima che lo stesso Biden facesse pressioni affinché il governo di Kiev licenziasse un procuratore che stava indagando su Burisma. Tutto questo nel contesto della pesante ingerenza degli Stati Uniti di Obama sulle questioni interne dell’Ucraina, situazione che portò alla più grave crisi tra Russia e Occidente dai tempi della crisi di Cuba.

Schreckinger ha lavorato quasi un anno per raccogliere il materiale per il suo libro ed ha parlato con persone che hanno avuto un accesso al laptot del figlio del presidente. Schreckinger commenta che una di queste persone “conferma due delle emails pubblicate dal Post, inclusa una che riporta un potenziale legame con la Cina con la frase “10 tenuto da H per il Grosso Tipo?” Inoltre Tony Bobulinsky, ex socio in affari di Hunter Biden, conferma l’autenticità delle mail aggiungendo chiose sugli affari cinesi del pargolo presidenziale

Ovviamente tutto questo è riportato con toni trionfali dal New York Post che vede, dopo un anno, la sua rivincita. Ma questa non sarebbe una notizia se non ci fosse il contemporaneo cambio di narrativa di Politico che di fatto sta facendo pubblicità al caso sollevato dal suo corrispondente con questo libro.

E questo è il particolare più interessante, il cambio di narrativa su Biden, fino all’altro giorno presentato come il buon patriarca saggio che aveva sconfitto il facinoroso Trump. Lo stesso New York Times, la testata più anti-trumpiana d’America, sta diventando molto critica nei riguardi dell’uomo che ha sconfitto la nemesi dei liberal.

Per quale motivo?

Molto semplicemente Biden sta diventando un personaggio imbarazzante anche per coloro che lo hanno mediaticamente sostenuto. Ovviamente il disastroso ritiro dall’Afghanistan, che ha incrinato pesantemente l’immagine imperiale dell’aquila statunitense in uno sinistro replay dell’analogo ritiro russo da Kabul che fu il preludio del collasso sovietico, è stato decisivo nel cambio di narrativa su Biden. Ma pure lo scandalo sul trattamento riservato ai migranti haitiani ha avuto un peso decisivo nel distruggere l’immagine dell’anti-Trump che assomiglia sempre di più all’immagine (in gran parte solo mediatica) del Donald Trump che costruisce il muro contro i migranti messicani.

E allora ecco che viene riesumata, addirittura in un libro, la storia di Hunter Biden e degli affari di famiglia.

Esiste una vecchia credenza che si chiama “maledizione di Tecumseh o dell’anno 0” secondo la quale il capo Shawnee avrebbe lanciato un anatema per cui ogni presidente eletto l’anno zero non avrebbe terminato il mandato: il fatto è che ha quasi sempre funzionato. Biden è stato eletto nel 2020 e visti i primi mesi non lo vediamo bene per il 2024.

ANDREA SARTORI

Debora Billi

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