Finalmente. Incredibile, ma vero. Dal Mar Glaciale Artico della verità prigioniera emerge una nave pirata. Il capitano, Vinicio Capossela, è un grande esperto di “marinai, profeti e balene”. Era il titolo di un suo album del 2011: dedicato all’arte di esplorare l’altrove, se l’aria qui diventa irrespirabile. Poi è crollato il mondo: si è proprio schiantato, nel 2020. E tutti zitti, come se niente fosse. Non un fiato, contro gli abusi del nuovo regime. I cantanti? Improvvisamente sordomuti. Tranne lui: che adesso si libera di colpo, a modo suo. Sputando il rospo con arte e ispirazione. Precisamente, con “Tredici canzoni urgenti”.

Una sorta di ribellione, di insurrezione morale e culturale. La rivolta civile di un intellettuale erratico e debitamente eretico. Un animale strano: autore e polistrumentista, scrittore premiato, sofisticato cultore di splendori dimenticati. Capace di carotaggi impensabili, scavando nel passato. Voci e stili, suggestioni, rivisitazioni personalissime, grandi invenzioni poetiche. Sempre visionario, Vinicio Capossela. Spesso geniale. Imprevedibile, anomalo. Unico. E adesso anche all’attacco, a viso aperto. Ai comandi di un vascello inequivocabile: battente bandiera nera, quella dei bucanieri irriducibili. Il jolly roger del sentimento, l’indignazione civile di stampo pasoliniano.

LA DENUNCIA DEL CANTAUTORE

Nel 2022, mentre l’Italia marciva sotto i lasciapassare del Governo dei Migliori, quello che testava il “moto ondulatorio” dei blindati e cacciava dalla polizia Nunzia Schilirò, lui – il capitano Capossela – era già sceso in cambusa: scriveva, componeva. Si preparava a lasciar esplodere il suo pensiero libero e tagliente, accomodato tra i riverberi e gli spigoli di accenti musicali volutamente ruvidi. Poi è scoppiata anche la guerra ultima: la guerra dichiarata. Con il suo intollerabile corollario di menzogne unilaterali, imposte a reti unificate. Non in mio nome, si affretta a dire il cantautore. E intanto: giù le mani dalla Russia, intesa come universo umano.

«Il conflitto scoppiato in Ucraina sta ovviamente radicalizzando le posizioni, col risultato che tutto quello che è Occidente, in Europa, smette di essere Europa, per farsi invece Patto Atlantico». Letteralmente sbalorditivo, il coraggio politico di Capossela, intervistato da Didamir Ivic per “Rolling Stone”. «A me dispiace che in questa maniera venga meno un’idea ben precisa di Europa: quella idea per cui la Russia è assolutamente Europa». Beninteso, non si tratta di essere “putiniani”. Niente affatto: «Attenzione, non voglio essere frainteso: quello che intendo dire è semplicemente che è terribile come stiamo perdendo la Russia, intesa non come governo ed entità politica ma come paese, come popolo, come insieme di persone».

FOLLIA, RINUNCIARE ALLA RUSSIA

Come ogni guerra, anche questa semplifica tutto: e intrappola ogni possibile alternativa nella sola logica, comunque perdente, dello scontro. «Questa polarizzazione è una tragedia nella tragedia», sottolinea Capossela. «C’è un libro bellissimo di Paolo Nori sulla vita di Dostoevskij, “Sanguina ancora”, dove si racconta di come lo scrittore russo vada alla commemorazione di Pushkin e faccia un discorso in grado di provocare una commozione fortissima». Il pubblico infatti si scioglie in lacrime. Perché il discorso «si basa sul fatto che la Russia è parte dell’Europa: e all’Europa riesce a donare un certo tipo di sangue, di vitalità, che l’Europa stessa in qualche modo stava perdendo».

Proprio Paolo Nori, tra parentesi, si è visto cancellare un corso su Dostoevskij all’università. «Ecco, appunto: se iniziamo a togliere la cultura come ponte, dove crediamo di poter andare? Certamente esiste un dualismo, fra Occidente e Oriente. Ma non dovrebbe mai diventare conflitto: un conflitto impoverisce tutti, tantissimo». L’artista ne fornisce una dimostrazione anche pratica nel brano d’apertura del suo ultimo lavoro, “Il bene rifugio”. Denuncia: “Il mondo cade a pezzi, il gas sale alle stelle. L’alluminio rincara, il brent impenna. La benzina s’infiamma, l’oro si rafforza. La speranza si riduce”.

L’OCCIDENTE AFFOSSATO DALLA NATO

Colpa anche nostra, che restiamo sdraiati. Dove? “Sul divano occidentale”, risponde l’artista. Versi ruggenti: “Arruolati da sdraiati disputiamo, guerreggiamo: interventisti. Sul divano sorvoliamo sui conflitti, sulla storia”. Niente di glorioso: “Col deretano sul divano guerreggiamo, ci diciamo che resistere è il modo per esistere”. Citando Brecht (“La parte del torto”), il capitano Capossela spara le sue cannonate, una dopo l’altra. “Voi che vi dite più buoni e più civili, voi che v’imbellettate di cultura, noi che premiamo la paura: per paura dell’altro, con noi vi porteremo dalla parte del torto”.

Ecco, la paura: tema-chiave, nelle “Tredici canzoni urgenti”. L’Occidente si è spezzato, ma prima ancora si era lentamente decomposto: e proprio grazie alla paura sono state introdotte le peggiori distorsioni. Inutile prendersela con la destra – sintetizza Vinicio – se la sinistra ha smesso da tempo di fare il suo mestiere: proteggere le fasce più deboli. «C’è in effetti un senso di pericolo, di disorientamento, nel vedere quello che succede nel mondo. Credo che sia un fenomeno che nasce forse già negli anni ’90, ma che esplode dopo il G8 a Genova: lì la rappresentanza di un certo tipo di istanze va in pezzi».

LA MORTE DELLA POLITICA

«C’è un forte processo di atomizzazione: processo che sta contrassegnando tutto quello che è avvenuto e sta avvenendo nel nuovo millennio». Aggiunge Capossela, sempre parlando a “Rolling Stone” in veste di sociologo e politologo: «Negli anni ’90, certe istanze e certi modi di vedere il mondo producevano un forte senso di comunità, anche al di fuori delle proprie nicchie di appartenenza. C’erano degli spazi comuni, non soltanto il comune sentire. C’erano luoghi e situazioni dove ti potevi ritrovare. E non da solo: non dietro uno schermo. Ma con altre persone, faccia a faccia».

Ancora: «Ho l’impressione che questo processo di atomizzazione, che si è fatto fortissimo proprio dopo Genova, favorisca una specie di fatalismo». La morte della politica tradotta in canzone? Nel modo più diretto: “Né destra né sinistra, solo potere d’acquisto”. È il potere, a parlare: “Saremo il vostro specchio, dalla parte del torto”. Nessuno escluso: “Voi complessisti pacifisti, voi santi ecologisti: noi vi prenderemo anche la parte del torto”. Ne ha davvero per tutti, il capitano-pirata: “Voi buonisti, voi sinistri ottimati appena nati: siete più sinceri nella parte del torto”.

IL TRADIMENTO DELLA SINISTRA

Giù la maschera: non si salva nessuno. È un naufragio senza appello, una catastrofe antropologica. Rappresentata in modo crudo, senza sconti. Capossela affonda il coltello nella piaga: «Non è stata la Meloni o un certo tipo di destra a togliere l’identità a una certa parte politica, sono stati i fatti. È questa parte politica che ha rinunciato a farsi carico e occuparsi delle istanze sociali legate al mondo del lavoro, alle diseguaglianze che lì si annidano». Doveva invece occuparsene: «Dovrebbe essere proprio la sua prima vocazione, quella di chi vuole stare “dalla parte del torto” e non dei potenti».

La sinistra? Certo, doveva stare «dalla parte di chi non ha rappresentanza: di chi non conta nulla, al grande tavolo del capitale». Problema: «Se hai smesso di occuparti di tutto questo, cosa sei? Sei un’altra cosa, rispetto a prima». Un’altra cosa, sì: e pure abbastanza orrenda. Capace di infliggere alla popolazione anche le vessazioni più inimmaginabili. E qui bisognerebbe fare un monumento, al capitano Capossela: la sua è l’unica voce, tra quelle che hanno accesso al mainstream, a dire finalmente tutta la verità sulla deriva orwelliana imboccata proprio nel 2020, sotto il regime psico-sanitario del terrore mediatico.

ORRORI E DITTATURA: DAL COVID AL TRANSUMANESIMO

Le bordate piovono, una dopo l’altra, nel brano “Minorità”. Un atto d’accusa drammatico, sulla nostra attuale condizione. Sul passato recentissimo e sul futuro, che assomiglia a un incubo post-umano. Le restrizioni: “Ora che tutto si è fatto piccino e chiedo permesso pure per prendere l’aria”. Il lockdown: “Siamo tutti in un carcere duro, i muri costruiti con la paura”. Il coprifuoco: “Minorità, larve nell’oscurità”. Le mascherine: “Esser guardati senza potersi guardare, senza potere cambiare (ma solo consumare, senza evoluzione, chiusi nella prigione della minorità)”.

Si può anche “crepare di irrealtà”, se si accetta di “azzerarsi e ridursi a pipì e pupù”. Minorità: “Regredire, non crescere più”. E magari inoltrarsi in territori abominevoli, quelli tratteggiati dall’orizzonte oscuro chiamato transumanesimo. Il paradiso capovolto degli stregoni di Davos. La santificazione del delirio “gender fluid” tendenzialmente obbligatorio, ben oltre il cielo sacrosanto dei diritti. Fino allo sdoganamento dell’utero in affitto. Sentite Capossela: “Ora che mio padre è un modulo, e sono figlio di una procedura”, un feto in prestito “nella pancia di una balena fissata per procura, che ognuno solleva di responsabilità”.

IL CORAGGIO DI ESSERE SINCERI

Un salto quantico, rispetto al Vinicio Capossela di ieri? Sì e no. È lui stesso a chiarirlo: solo un cieco poteva non sentire la passione anche politica nel retroterra delle sue liriche. Certo, è cambiata la musica: da “Che coss’è l’amor”, la strada è lunga. Si passa per “Il ballo di San Vito”, che ha consacrato il cantautore “tarantolato” presso il grande pubblico. Per arrivare a capolavori come “Canzoni a manovella”, puro distillato di genialità. Con quel memorabile, sontuoso sberleffo (“Marajà”) dedicato al grottesco autocrate di turno: far volare la politica sulle ali dell’arte, ecco il segreto dei grandi.

Assenti Gaber e Jannacci, salutati Battiato e De André, chi se non lui – il pirata Vinicio – poteva scarcerare l’anima collettiva tuffandola in un bagno liberatorio di verità? Parole di fuoco, che arrivano dal mare aperto: profumano di dignità e coraggio. Finalmente. «Ormai, tutto è ridotto alla specularità dell’eterno duello: che non cambia minimamente la sostanza delle cose». Grosso guaio: abbiamo smesso di sapere chi siamo. «Parliamo di identità: come definirla, oggi? La si definisce più rispetto a chi hai come nemico, a chi ti scegli come avversario, piuttosto che rispetto a quello che sei veramente».

OLOCAUSTO NUCLEARE?

A questo si è ridotto, il “divano occidentale”: persino alla follia di immaginare un’Europa senza la Russia. L’Occidente contro l’Oriente? «È una faglia che si era già manifestata in Jugoslavia». Si è spinta sempre più in là, verso Mosca: e adesso infatti travolge l’Ucraina. Costringendo il pubblico a subire il peggiore degli spettacoli, la guerra, contro la quale Capossela ha scritto versi memorabili anche in quest’ultimo album (da “Gloria dell’archibugio” a “La crociata dei bambini”).

È una subdola prigione, il “divano” occidentale popolato di dormienti: “Sul divano fronteggiamo le paure”. Una ciurma sotto ipnosi, depistata da mercenari: “Non c’è più noi, non c’è bandiera che non sia il pezzo di sedere occupato e riscaldato sul divano occidentale”. Ecco perché l’equipaggio si sta inoltrando in acque pericolose: “L’Occidente va alla notte, va a morire con il sole. L’Occidente va alla morte, va a morire con il sonno”. Se ne accorge qualcuno? Macché: “Non si sta poi tanto male, sul divano occidentale”. Così almeno pensano (“fino al fungo nucleare”, che non vediamo arrivare: come il più atroce dei risvegli). Parole e musica del capitano Capossela: medaglia d’oro al valor civile, in questa Italia di pavidi e bugiardi, così piena di ipocriti smemorati.

GIORGIO CATTANEO

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