Cancel culture: riscoprire il valore dei classici

La decisione della Howard University di Washington, che ha formato il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Kamala Harris, di smantellare il corso di studi classici lascia davvero attoniti.

 Dopo la furia iconoclasta, ora si dà battaglia contro i classici della letteratura e della filosofia perché non sufficiente inclusivi e troppo “bianchi”. 

Bisogna inserire, nei piani di studio, «priorità diverse» per gli studenti. Alla follia del pensiero politicamente corretto la quale altro non è, per dirla con Goethe, che una diversa forma di ragione, non si può non rispondere con le parole di Italo Calvino tratte dal noto saggio Perché leggere i classici: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». 

Una scelta di questo tipo, molto grave soprattutto in ragione dell’ambiente da cui proviene, rischia di accelerare quella «desertificazione culturale e spirituale» già in atto da molto tempo. Ora, sarebbe estremamente riduttivo relegare i classici a un determinato momento storico, in quanto ogni testo, ogni opera letteraria, teatrale, filosofica, artistica scientifica dell’Occidente possiede una sua propria costante: la ricerca della Verità, di un sapere cioè incontrovertibile, necessario, che «né dei, né uomini possono smentire». Di fronte a un approccio di tipo religioso e tradizionalistico proprio della sapienza orientale e del mito, il pensiero occidentale ha avuto e continua ad avere il grande merito di assumere la veste di una ricerca «razionale anche nell’irrazionale» e di nascere e alimentarsi da un fondamentale atto di libertà. 

Le parole con cui inizia il I libro della Metafisica di Aristotele esprimono molto bene questo concetto: 

«Tutti gli uomini tendono per natura al sapere», cioè coltivano le scienze principalmente per desiderio di conoscenza e di comprensione dei perché delle cose, di quel «sapere che sta e non si lascia smentire», 

come scrive Eschilo nell’Inno a Zeus dell’Agamennone, pena il cadere nel dolore che getta nella follia. 

Ogni epoca, dunque, esprime i suoi “classici” con il loro desiderio di Verità, con il loro θαμα, spesso angoscioso e angosciante, di fronte al divenire dell’Essere. Ed è proprio questa caratteristica a fungere da linea di demarcazione tra ciò che è classico e ciò che classico non è, in quanto solo il primo è in grado di andare oltre i riferimenti temporali e riflettersi nel presente dell’uomo, assumendo in questo modo una dimensione simpatetica di infinito valore. 

La scelta dell’Ateneo americano, dietro l’assurdo pretesto della lotta al “suprematismo bianco”, cela in realtà qualcosa di più profondo, un cambio di paradigma funzionale a espungere ogni pensiero critico a favore del trionfo assoluto (senza vincoli, senza limiti) dell’“età della tecnica”. Questa ha abolito ogni scenario umanistico e le domande di senso che sorgono restano inevase, non perché la tecnica non sia ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientra nel suo porsi simili interrogativi. La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la Verità. È solo uno degli “immutabili” cui l’uomo si aggrappa per la paura del non-essere. Le “diverse priorità”, allora, rappresentano l’affermarsi del conseguimento del mezzo come solo e vero fine che tutto subordina a sé. 

Ora, esistendo esclusivamente come predicato dell’apparato tecnico che pone se stesso come assoluto, l’uomo non è più in grado di percepirsi come “alienato”, perché l’alienazione prevede, almeno in prospettiva, uno scenario alternativo che l’assoluto tecnico non concede e, pertanto, l’uomo traduce la sua alienazione nell’apparato in identificazione con l’apparato. Per effetto di questa identificazione, il soggetto individuale non reperisce in sé altra identità al di fuori di quella conferitagli dall’apparato e, quando si compie l’identificazione degli individui con la funzione assegnata dall’apparato, la funzionalità, divenuta autonoma, riassorbe in sé ogni senso residuo di identità. 

Scrive Nicolò Machiavelli all’amico Francesco Vettori in una lettera del 10 dicembre 1513:

«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro». 

La guerra della cancel culture è all’inizio, ma auguriamoci arrivi presto la sera… 

DANIELE TRABUCCO

Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico

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