Sono trascorsi 125 anni da quel 13 maggio 1897 quando Guglielmo Marconi inviò il primo messaggio radiofonico.. Lo trasmise da Flat Holm, vicino a Cardiff (la cosa non stupisca, Marconi era per metà irlandese e grazie a questo operò spesso in Gran Bretagna), e proprio da Cardiff è partito il progetto per costruire una statua alta quattro metri al grande scienziato italiano.

Ma ecco che il consiglio comunale di Cardiff si accorge, ohibò, che Guglielmo Marconi è stato vicino al regime fascista. E allora blocchiamo tutto. “Fascista e antisemita” queste le accuse contro il grande inventore.

Che Guglielmo Marconi fosse vicino al regime fascista è pacifico. Era senatore del Regno d’Italia sotto Mussolini e questo ovviamente prevedeva un’adesione al regime. E’ ben nota la leggenda urbana del “raggio della morte”: Marconi avrebbe presentato al Duce un’arma potentissima che Mussolini, preso da scrupoli inverosimili per il personaggio, rifiutò, Questa è, appunto, una leggenda che però testimonia la vicinanza dello scienziato al regime. Sull’antisemitismo c’é un grosso dibattito. Un portavoce del consiglio comunale di Cardiff parla di un ruolo di Marconi nell’escludere scienziati ebrei dall’Accademia d’Italia. Pronta la replica del professor Giovanni Emanuele Corazza, presidente della Fondazione Marconi: “Ci sono prove dell’aiuto che egli diede a numerosi ebrei. Marconi si dichiarò sempre pro bono humanitate”. Ora quello che non torna in questa faccenda sta nel fatto che Marconi morì il 20 luglio 1937 e le Leggi Razziali sono annunciate più di un anno dopo, il 5 settembre 1938. Prima di questa data ci furono diversi ebrei che ebbero un ruolo addirittura di primo piano nel fascismo italiano (segnatamente Margherita Sarfatti, che fu anche amante del Duce, o Aldo Finzi sottosegretario dell’Interno del primo governo Mussolini o ancora Cesare Goldman, che fu tra i finanziatori del fascismo sansepolcrista).

Sull’antisemitismo di Marconi si possono avanzare dubbi, ma sulla sua adesione al fascismo, malgrado quel che dice il nipote, non ci possono essere dubbi. Il nipote, principe Giovannelli Marconi, sostiene che riteneva un errore l’alleanza con la Germania. Non era un caso isolato nemmeno tra grossi gerarchi. Erano anti-hitleriani pezzi da novanta del regime come Italo Balbo o Galeazzo Ciano e lo stesso Mussolini non impazziva d’amore per il collega tedesco. Ma erano senza dubbio fascisti.

Ma quello che ci interessa è ben altro: è capire la follia del cancel culture. Finora abbiamo parlato soprattutto di cancel culture che riguardava la letteratura con conseguenti “roghi dei libri”. Ma qualora la cancel culture riguardasse un inventore cosa facciamo? Distruggeremo le sue invenzioni?

Come giustamente sottolinea il giornalista scientifico Riccardo Chiaberge noi viviamo e lavoriamo nel mondo creato da Marconi. Ogni giorno abbiamo a che fare con la tecnologia wireless che nasce proprio quel 13 maggio 1897 quando dal Galles Marconi inviò il primo messaggio radio. Chiaberge lo definisce “lo Steve Jobs dell’Ottocento” paragone che sminuisce la grandezza del nostro connazionale: Jobs era un bravissimo imprenditore ma anche lui dipendeva da Marconi, perché i meccanismi per cui un iPhone funziona li scoprì Marconi, non Jobs. Dovremmo distruggere i nostri cellulari, i nostri computer portatili, le nostre radio?

Quando costruiamo statue ad uno scopritore non celebriamo l’uomo, ma l’opera. L’opera di Marconi ha avuto un impatto formidabile sulle nostre vite, che fosse fascista o meno. Gli errori umani non possono cancellarlo. La storia è simile a quella di Colombo che, uomo del suo tempo, certamente considerava “inferiori” gli indigeni americani, ma che aprì la strada all’esplorazione del mondo.

Se ragioniamo secondo la cancel culture non solo mutiliamo la nostra storia di poeti e filosofi, ma persino di scienziati e scopritori. E se molti potrebbero benissimo vivere senza Shakespeare o Tchaikovskij, pur non capendo cosa si perdono, voglio vedere se leviamo loro il cellulare.

Caro sindaco di Cardiff, rinunci al suo cellulare perché Marconi era un brutto fascista. Vada fino in fondo, per Giove. Altrimenti costruisca la statua a chi le permette di comunicare senza alzare il suo sedere dal divano di casa.

ANDREA SARTORI

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