Povera bambina. Per Camilla Canepa, 18 anni, morire di Covid  era improbabile più o meno quanto essere colpita da un fulmine. Si è fatta vaccinare contro il Covid il 25 maggio – era il periodo in cui si cominciava a parlare del  certificato vaccinale come condizione indispensabile per partecipare a vari aspetti della vita sociale – ed è morta un paio di settimane più tardi (ora è accertato)  per gli effetti avversi della vaccinazione, effettuata nel suo caso con Astrazeneca.

Era l’11 giugno, il giorno successivo a quello in cui il garante della privacy ha approvato il green pass.

Va ricordata, in quegli stessi giorni, anche la morte di Alessia Reda, 24 anni: embolia polmonare, una sorte che toccherebbe ai settantenni. Aveva ricevuto la prima dose di Moderna all’inizio di maggio. Se nel suo caso esiste – o non esiste – una correlazione, non lo sapremo mai, dato che i familiari non hanno chiesto l’autopsia. Resterà un anello dell‘infinita catena di malori a proposito dei quali ci si domanda se abbia un ruolo la proteina spike. Ma a Camilla Canepa l’autopsia è stata effettuata.

Curioso, come ne parlino i giornali. La Stampa cita esplicitamente nel titolo la vaccinazione anti Covid: ma lo fanno in pochi. Reazioni avverse ad AstraZeneca, scrivono ad esempio più pudicamente Il Giornale, Corsera, Messaggero e Repubblica, puntando i piedi prima dell’ulteriore associazione, mentre Rainews parla di effetti avversi al vaccino,  lasciando ai più distratti il dubbio che potesse trattarsi dell’anti influenzale.

E poi, per quanto ora le grandi testate diano conto di questa morte non dovuta, per quanto  – ora – scrivano che, in base a quanto hanno appurato i periti, Camilla Canepa non aveva malattie, non prendeva farmaci e aveva compilato correttamente il modulo per l’anamnesi, ecco: per per quanto tutto ciò adesso venga scritto, rimangono lì, scolpiti nel marmo, i titoli che furono vergati all’epoca della morte. Sentenziavano (ma su quali basi?) che la ragazza era malata. Come se i giornali fossero press agent di Big Pharma, come se avessero voluto incoraggiare quanti – a maggior ragione dopo tragedie simili – sono restii a porgere il braccio al vaccino.

Camilla Canepa soffriva di una malattia auto immune, scriveva in giugno Ansa. Similmente, Repubblica le attribuiva una piastrinopenia autoimmune di carattere familiare. Assumeva doppia terapia ormonale, sentenziava RaiNews, mentre Il Tempo, dichiarandola affetta da una ciste ovarica, informò che i NAS stavano indagando per appurare se aveva esplicitato correttamente le sue condizioni di salute prima di sottoporsi al vaccino.

Niente di tutto questo. Camilla, povera bambina, stava bene prima di vaccinarsi. Ricordare tutto il cancan che in giugno fu montato sul suo caso è l’unico modo per rendere onore alla sua vita troppo breve.

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