di Alessandro Bartoloni.

“Clima” è un documentario scritto e diretto da Martin Durkin che fa luce sulle contraddizioni del movimento ambientalista, sulla scienza e sugli scienziati che ne guidano l’azione. Per l’autore, il cambiamento climatico rappresenta un allarmismo inventato, guidato dall’interesse personale e dallo snobismo, cinicamente promosso da istituzioni nazionali e internazionali per attaccare la libertà e la prosperità della maggioranza delle persone. Una conclusione che arriva dopo 80 minuti di interviste ad alcuni scienziati cosiddetti “negazionisti”, ostracizzati dalla parte dominante della comunità scientifica e sovente disprezzati per le loro idee eretiche e apocalittiche (nel senso originario di rivelatrici).

Il documentario inizia col dimostrare perché l’aumento delle temperature registrato a partire dalla rivoluzione industriale non è niente di nuovo né di preoccupante. Se si allarga la scala agli ultimi 500 milioni di anni vediamo come quella che stiamo vivendo è in realtà una vera e propria era glaciale. Non la più fredda, ma una delle più fredde di sempre. Ed è soltanto negli ultimi diecimila anni che le temperature sono leggermente risalite dal minimo che tutti abbiamo imparato a conoscere a scuola immaginando i mammut e i nostri antepassati che gli davano la caccia in mezzo alla neve. Soltanto prendendo in considerazione gli ultimi duemila anni è possibile affermare che quello di oggi è uno dei periodi più caldi, sebbene sia ancora un po’ più fresco rispetto all’epoca dei romani e all’anno mille.

Di notevole interesse è anche la ricostruzione delle diverse tecniche di misura della temperatura e di come possano essere influenzate dall’uomo. La maggior parte dei termometri, infatti, sono posti nelle zone urbane normalmente più calde (e meno fredde) a causa della concentrazione di persone, cemento e attività economiche, scarsità di spazi verdi, ecc. Per questo esistono anche altri modi per misurare le temperature. Ad esempio, attraverso le stazioni di rilevazione poste nelle zone rurali, negli oceani, il carotaggio degli alberi, le rilevazioni satellitari. Tutte modalità che ci restituiscono un quadro ancora meno allarmante. Insomma, l’unico vero problema sembra essere l’isola di calore che si genera in presenza dei grandi agglomerati urbani.

Per quanto riguarda la CO2 – il gas a effetto serra considerato responsabile dell’aumento delle temperature e quindi del cambiamento climatico – scopriamo come le attuali concentrazioni sono tra le più basse degli ultimi 600 milioni di anni. Un dato allarmante in quanto si tratta pur sempre del cibo preferito dalle piante. Inoltre, stando agli scienziati intervistati, non sarebbe l’anidride carbonica a determinare l’innalzamento della temperatura bensì l’esatto contrario. Dai carotaggi dei ghiacci sembrerebbe emergere che la variazione della concentrazione di CO2 nell’atmosfera rappresenta un effetto e non la causa della variazione delle temperature. Insomma, il clima sulla terra è cambiato molte volte e continuerà a cambiare ma questi mutamenti non sembrano essere causati dall’anidride carbonica bensì dalla natura, in particolare dai movimenti terrestri, dall’attività solare e da quella delle stelle. Infine, il capitolo sulla scienza si conclude parlando degli eventi atmosferici estremi, come le alluvioni, gli uragani, le siccità, le ondate di calore ecc., mostrando come il loro numero e la loro intensità non stiano variando in maniera preoccupante.

A questo punto sorge spontanea una domanda: se le cose stanno così, come ha fatto il cambiamento climatico causato dall’essere umano a diventare un fatto indiscusso e pressoché indiscutibile? La risposta è tanto semplice quanto concreta: per denaro. A partire dagli anni ‘80, molti fondi pubblici destinati alla ricerca sono stati dirottati in questa direzione. Non solo nella meteorologia e nelle altre scienze strettamente legate al clima ma in tutto lo spettro dello scibile – dalla sociologia alla letteratura, passando per l’economia, la biologia, la medicina, gli studi di genere e molti altri – se si vuole accedere ai soldi necessari per fare ricerca, se si vuole pubblicare e fare carriera è necessario accettare e dichiarare che il cambiamento climatico è responsabilità dell’uomo. Tutto ciò che contraddice questa narrazione non viene finanziato e quindi non può trovare posto nelle maggiori riviste scientifiche, indipendentemente dalla censura che queste comunque praticano nei confronti di chi la pensa diversamente. Pertanto, l’autocensura diventa una strada obbligata per i dissidenti che vogliono continuare a lavorare per l’industria scientifica e culturale.

È così che è nato il “climate consensus” e il nuovo “carrozzone” fatto di sovvenzioni e regolamentazioni a sostegno di un settore economico sempre più importante, i cui investimenti generano posti di lavoro, profitti e nuove opportunità di ricerca in un circolo apparentemente virtuoso che però dipende in tutto e per tutto dalla reiterazione della narrativa ufficiale. A dire il vero, questo è forse il capitolo meno strutturato di tutto il documentario ma per fortuna in rete si trovano validi approfondimenti, come ad es. Planet of the humans, un documentario che pur imputando all’essere umano il cambiamento del clima denuncia senza sconti le vere e proprie “illusioni verdi” legate alle energie rinnovabili.

Il documentario si conclude analizzando il movimento ambientalista mettendone in evidenza le contraddizioni profonde. Da un lato, si critica l’economia di mercato in favore dell’intervento pubblico, dall’altro ci si aliena alle simpatie della classe operaia e dei poveri chiedendo semplicemente la ridefinizione delle abitudini di consumo e la loro decrescita. Una prospettiva non a caso molto ben accolta dai governi dei paesi a capitalismo maturo e dalle principali organizzazioni internazionali che sanno bene (loro) come i consumi non siano il motore dell’economia. Una contraddizione, peraltro, già evidenziata dal nostro Dario Paccino nella sua opera principale del 1972 intitolata “L’imbroglio ecologico”, una lettura indispensabile per capire l’ideologia della natura, intesa come falsa coscienza del problema e conseguente sviluppo di false soluzioni.

In conclusione, se il pianeta non può sostenere neanche l’attuale livello di opulenza dei paesi ricchi, allora significa che i paesi poveri devono rimanere tali e quelli ricchi impoverirsi. Per aumentare la produttività agricola dei primi, ad esempio, c’è bisogno di un maggior consumo di energia e macchinari, una più fitta rete di strade facilmente percorribili, una forza-lavoro libera dalle malattie legate all’assenza di cibo o di acqua potabile. E c’è bisogno che tutte queste risorse siano disponibili ad un costo minore rispetto ai prezzi attuali. Ma se il modo in cui i paesi occidentali hanno usato le loro (e altrui) risorse ci sta conducendo nel baratro, che alternative hanno gli altri paesi? Per il regista non ci sono dubbi: dato che il cambiamento climatico non è preoccupante né è colpa dell’uomo, l’unica cosa razionale da fare è ignorare le raccomandazioni dei sedicenti esperti e continuare a produrre e consumare come se niente fosse. Pertanto, non c’è motivo di cambiare il modo di produzione, né dovremmo accettare la crescente interferenza dei governi su cosa e quanto comprare, dove e come viaggiare e più in generale sulle nostre abitudini di vita.

Una soluzione forse un po’ conservatrice ma apparente inoppugnabile, che però ha il difetto di ignorare quanto la nostra azione individuale al momento non sia esattamente quel che si dice “libera”. Quale può essere la libertà di un disoccupato che ha fame, non trova lavoro e rischia di perdere l’abitazione e quel poco che ha? È evidente che ogni suo comportamento, e ogni comportamento di chi rischia la disoccupazione, non è per niente libero in quanto deve accettare la qualunque pur di mantenere il posto di lavoro. Se l’imprenditore che lo impiega gli chiederà di sversare rifiuti pericolosi in maniera irregolare può rifiutarsi solo e soltanto nella misura in cui non rischia il lavoro o può agevolmente trovarne un altro equivalente. Né il suddetto l’imprenditore può fare a meno di aumentare progressivamente lo sfruttamento delle persone e della natura, se vuole resistere alla concorrenza che punta a sottrargli quote di mercato e mandarlo fallito. Pertanto, rispetto all’interferenza statale, l’influenza esercitata dai grandi potentati economici è oggi molto più grande, estesa e pervasiva. Respingere la prima accogliendo in maniera inconsapevole la seconda così com’è ci condanna a perpetrare il primato dell’economia sulla politica, vale a dire a conservare l’attuale società senza poterla cambiare.

Un cambiamento, però, che per non essere gattopardesco come quello proposto dagli ambientalisti descritti nel documentario, deve essere fatto in accordo con gli interessi della maggioranza delle persone. Che hanno il diritto di liberarsi dei numerosi problemi ambientali legati allo sfruttamento predatorio della natura.

Ammettere che il cambiamento climatico non rappresenta un problema, non significa negare l’inquinamento dell’aria, dei terreni e delle falde acquifere; la presenza di rifiuti sempre più abbondanti e pericolosi; il crescente rischio di estinzione per molti animali; l’irrazionale sfruttamento delle foreste vergini ecc. Tutti problemi che per essere efficacemente risolti necessitano di una società in cui l’utilizzo della natura tenga conto delle sue leggi immanenti. Leggi che sono anche le nostre, dal momento che «noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo. Tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato» (F. Engels).

You may also like

Comments are closed.