«Riesumate quel corpo: nel cranio troverete le tracce del mercurio di cui era imbottito il proiettile che gli sparai, a Dallas, il 22 novembre 1963». In teoria, sarebbe una prova regina: tale almeno da accreditare il racconto del presunto killer reo confesso, quello vero. Si chiama James Files, è ancora vivo. Era un uomo di fiducia della mafia di Chicago: fu proprio lui, ammise, a metter fine alla vita di John Fitzgerald Kennedy. Da quel drammatico giorno, in cui si dice che l’America avrebbe “perso la sua innocenza” (ammesso che l’avesse mai avuta), sono trascorsi quasi sessant’anni: ma il caso giudiziario non è mai stato riaperto. E se i resti di Jfk contenessero davvero il mercurio della pallottola citata da Files?

A Dallas, la sera prima della mattanza, erano presenti i vertici della Cia e dell’Fbi, notoriamente ostili ai Kennedy, insieme a tre futuri presidenti: Bush senior, Nixon e il vicepresidente Johnson. A Dallas c’erano anche un bel po’ di mafiosi: come Chuck Nicoletti, l’uomo che avrebbe sparato per primo a Kennedy, colpendolo alla schiena. C’era James Files, con il suo fucile Fireball, appostato sulla collinetta erbosa affacciata sui viali della Dealey Plaza. E c’era anche Lee Harvey Oswald, il colpevole designato: non sparò mai, raccontò Files, ma lo aiutò a esercitarsi al tiro al bersaglio, nei giorni precedenti. In città era presente lo stesso Jack Ruby, l’uomo che avrebbe prontamente assassinato Oswald prima che potesse parlare.

IL COMPLOTTO DEL SECOLO: L’OMICIDIO DI DALLAS

Circostanze poi confermate, in vario modo, da una pletora di co-protagonisti: il malavitoso Chauncey Holt, oppure il pilota della Cia che trasportò a Dallas parte della comitiva. In punto di morte vuotò il sacco lo stesso numero due della Cia, Howard Hunt. La notte prima dell’omicidio, l’amante da cui Johnson avrebbe avuto anche un figlio (Madeleine Brown) raccontò che l’allora vice di Jfk, rientrato dalla riunione riservatissima tenutasi nella villa di un petroliere, le annunciò: da domani, cara, i Kennedy non saranno più un problema. Johnson, ammise la donna, era visibilmente sollevato: come se stesse per liberarsi di un peso.

Quello stesso potere, che oggi benedice il siero Pfizer e maledice la Russia, continua a parlare al mondo come dall’alto di una inviolabile sacralità. Può farlo, perché nessuno lo importuna troppo seriamente: nessuno, ai piani alti, gli chiede ancora conto delle sue malefatte, sempre così gravide di conseguenze anche drammatiche per il resto del mondo. «L’America è nata sul sangue degli schiavi», ha ricordato Bob Dylan in una celebre intervista di qualche anno fa. Proprio lui, sia pure in modo cifrato, nella primavera 2020 – con il disco “Rough and Rowdy Ways” – ha messo clamorosamente in relazione l’Operazione Covid con l’omicidio più eccellente di tutti, quello di Dallas, rievocato con il monumentale brano-denuncia “Murder Most Foul”, in cui si suggerisce l’origine massonica del complotto.

L’AVVERTIMENTO DI BOB DYLAN: ATTENTI A QUEI VACCINI

L’illustrazione che accompagna la canzone “False Prophet”, presente nell’album, mostra uno spettro spaventoso (allegoria della morte) che bussa alle porte di una casa: in una mano regge un pacco regalo, nell’altra una siringa. Come dire: timeo Danaos et dona ferentes. Il trucco, forse, è sempre lo stesso: spacciare per regalo qualcosa che poi ti condizionerà, fino a rovinarti. Dai bonus-monopattino alla quarta dose, il passo è stato brevissimo. Eterno handicap, su cui i malintenzionati contano: il nostro perenne deficit di memoria, ulteriormente aggravato dal comodissimo ricorso a Google, all’onnisciente smartphone e a tutte le utilità istantanee della dimensione digitale, nell’eterno presente (senza storia, dunque senza veri colpevoli) nel quale siamo ormai immersi, in una vorticosa accelerazione verso orizzonti anomali e non rassicuranti.

Si dice che il tempo sia galantuomo: prima o poi la verità viene sempre a galla. Nel caso Kennedy, accadde in modo semplice. Un onesto agente dell’Fbi, Zack Shelton, scoprì i movimenti del presunto killer, James Files, nei dintorni di Dallas. Ne informò i superiori, che però lo dissuasero dal proseguire le indagini. Allora Shelton si rivolse a un detective privato, il texano Joe West, convinto che non fosse stato Oswald a sparare a Kennedy: puzzava di bruciato, la storiella ufficiale dell’attentatore solitario. Così, il detective West contattò James Files, che nel frattempo era finito in carcere per altri reati. Gli disse, al telefono: l’Fbi pensa che sia stato tu a uccidere Jfk. Così, i due decisero che sarebbe stato meglio vedersi, organizzando un colloquio a quattr’occhi.

LA MORTE ARMATA DI SIRINGA, UN MESSAGGIO IN CODICE

A quel colloquio, Joe West non arrivò mai: ricoverato per un’operazione di routine, morì sotto i ferri per strane complicanze cliniche. Al che, colpito dalla sorte del detective, il killer reo confesso si decise a parlare: la prima volta nel 1994, con Bob Vernon, e la seconda nel 2003, con Jim Marrs e Wim Dankbaar. La sua versione dei fatti era stata resa pubblica nel 1996 dal documentario “L’assassinio di Jfk: confessione di un omicidio”. I produttori, hollywoodiani, rimasero delusi: nessuna rete televisiva accettò di mandarlo in onda. Forse perché un conto è raggiungerla, una possibile verità definitiva, e un altro è veicolarla fino a farla digerire a tutti. Come se il senso profondo delle cose dovesse sempre restare sotto chiave. Tradotto: se il grande pubblico scoprisse la tua caratura criminale, non potrebbe più accettare i tuoi pacchi regalo. Non aprirebbe più la porta, alla morte armata di siringa.

GIORGIO CATTANEO

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