A vent’anni dall’11 settembre sembra che la commemorazione delle vittime e di un evento che ha stravolto l’assetto mondiale tanto da separare la storia recente in un prima e un dopo non si accompagni a una narrazione ufficiale soddisfacente.

Questo nonostante le recenti dichiarazioni di Joe Biden sulla pubblicazione dei file relativi alle indagini: “Con l’avvicinarsi del ventesimo anniversario dell’11 settembre, il popolo americano merita di avere il quadro completo di ciò che il governo sa di quegli attacchi.”

Come riporta The Guardian, tuttavia, e come è possibile leggere nel sito ufficiale della Casa Bianca, le informazioni saranno divulgate in tranche nei prossimi sei mesi “tranne quando eventuali ragioni più forti consigliano diversamente.”

E ancora: “Mentre il rilascio «indiscriminato» di informazioni potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e la capacità di prevenire attacchi futuri, è necessario trovare un migliore equilibrio fra trasparenza e responsabilità.”

Insomma, sembra che la millantata volontà di trasparenza sia ammorbidita e ridimensionata da eventuali cause di forza maggiore, e che pertanto la necessità di anteporre la sicurezza a una presa di posizione ufficiale veritiera e in accordo con l’umano raziocinio sia il leitmotiv degli ultimi anni, tuttora in voga, a cui dobbiamo fare il callo in barba alla memoria. D’accordo, attenderemo la divulgazione di queste tranche di informazioni.

Ma per farlo con un certo senso della realtà e non aspettarci una svolta epocale da questo punto di vista è opportuno, a proposito di memoria, dare un’occhiata a quello che era il volto degli Stati Uniti già prima dell’11 settembre, a ciò che era la società, la cronaca, l’amor di verità, attraverso lo sguardo e le parole di uno dei personaggi più scomodi, irriverenti, certo talvolta disturbanti, ma allo stesso tempo sagaci e lucidi a cui gli Stati Uniti abbiano dato i natali.

Bill Hicks, comico classe 1961, nei suoi monologhi analizzava chirurgicamente e senza pietà le pecche del governo statunitense, e non solo.

In tutta onestà, come si conviene in questa sede, Bill Hicks non vide l’11 settembre: era scomparso prematuramente qualche anno prima, nel 1994. Eppure intravediamo nei suoi spettacoli la lungimiranza dell’aver percepito il modo in cui l’informazione aveva già da tempo gettato le fondamenta non tanto dell’abuso della credulità popolare, ma addirittura della creazione stessa della credulità popolare per come la conosciamo oggi.

Perché come noi, a vent’anni da un evento di cui abbiamo ancora un ricordo vivo, attendiamo onestà e trasparenza da parte delle istituzioni, Bill Hicks continuava a tenere i riflettori accesi a distanza di ben trent’anni su un altro evento che sconvolse l’Occidente. In particolare, il primo evento per cui si parlò di “teoria del complotto“, espressione ed etichetta di cui ancora oggi viviamo giganteschi strascichi per il solo fatto di notare delle incongruenze nella narrazione ufficiale di un evento storico o di cronaca.

Bill Hicks che criticava senza mezze misure la narrazione dell’assassinio di Kennedy rappresenta un nodo cruciale nel fil rouge della storia mondiale recente, segnata in modo analogo dal 1963, dal 2001 e dal 2020.

Un fil rouge che tesse teorie del complotto, censura (fu il primo a essere censurato nientemeno che dal David Letterman Show), e informazione talmente infarcita di linguaggio del marketing da diventare propaganda di stato. La morte di Bill Hicks, baciato dal talento, dall’arguzia e da un seguito pericolosamente forte in America e anche in Europa, ha reso certamente un buon servizio a quella propaganda di cui era acerrimo nemico.

Nel suo show “Revelations“, del 1993, si esprimeva così sull’assassinio Kennedy:

“Sapete qual è la cosa più pazzesca? L’atteggiamento degli Americani sull’argomento. Parlo di Kennedy e la gente viene da me a dire «Bill, smettila di parlare di Kennedy, lascia perdere, è passato tanto tempo. Bill, capisci, era solo un governo totalitario che prendeva possesso di una democrazia. Lascia stare!»”

La critica del comico americano nei confronti del marketing, della sua immoralità e dei suoi linguaggi è fra le più aspre: ascoltando Hicks ci pare amaramente chiaro ancora oggi ciò che a lui era chiaro già allora, e cioè che i media, i mercati e la politica, avvalendosi di un linguaggio pubblicitario e di tecniche come la distrazione o la riprova sociale, danno in pasto all’opinione pubblica qualsiasi cosa faccia loro comodo. E l’opinione pubblica, quella propaganda che le viene data in pasto, se la mangia con voracità. E se la beve anche.

A noi posteri, e al lettore, il piacere sinistro di trovare in questi stralci di Revelations la continuità fra le tre annate cruciali che hanno segnato le diverse generazioni e che Hicks aveva intuito con largo anticipo.

“Amo parlare dell’omicidio Kennedy, perché secondo me è un ottimo esempio dell’abilità di un governo totalitario di manipolare le informazioni e quindi tenerci all’oscuro comunque voglia”.

“Sono appena stato a Dallas. Se andate lì, alla Dealey Plaza, dove Kennedy fu assassinato, potete salire al sesto piano del deposito libri scolastico, è un museo chiamato “museo dell’assassinio”. Hanno disposto la finestra in modo che appaia proprio com’era quel giorno, ed è davvero accurata e realistica, sapete? Perché Oswald non c’è. Un realismo scrupoloso. Si chiama il “nido del cecchino”, ed è sigillato con un vetro. Non si può raggiungere la finestra, e il motivo per cui lo hanno fatto, naturalmente, è che non volevano che migliaia di turisti americani che si recano lì ogni anno dicessero «Non c’è storia! Non si riesce nemmeno a vedere la strada! Ci stanno mentendo!» A meno che Oswald non fosse appeso per le dita dei piedi a testa in giù dal davanzale, o che non lo avesse afferrato un piccione facendolo volare sopra il corteo, ma in quel caso qualcuno lo avrebbe sicuramente notato.”

Questa triste continuità nella storia porta a un’altra riflessione: così come Kennedy non fu l’unica vittima di quel 22 novembre del 1963, poiché oltre a chi rimase ferito e chi lo pianse vanno considerate le vittime morali in quella e nelle successive generazioni, e cioè chi, addolcito e assopito dalla potente anestesia di un’informazione corrotta, è stato privato del suo senso critico, anche le vittime dell’11 settembre del 2001 non sono soltanto le 2977 persone che persero la vita quel giorno e chi ne porta il lutto, ma anche chi ha perso la vita a seguito di quel tragico evento – nelle campagne militari in Afghanistan, ad esempio – e chi, vittima morale, ha ceduto le proprie libertà in cambio di protezione dallo spettro del terrorismo, ancora una volta, come accade anche oggi, con un’anestesia che ha reso questa terribile amputazione quasi indolore: la propaganda.

Cosa siamo disposti a credere pur di non affrontare il volto spaventoso della verità? E cioè che, per dirla con De André, non esistono poteri buoni?

Ma seguiamo ancora il filo rosso dell’informazione, e vediamo cosa i TG riportarono all’epoca come “scienza“. Nello specifico, riguardo all’omicidio Kennedy, come fisica. Dopo i primi servizi, a fatto appena accaduto, il mainstream fu in grado di rovesciare banali leggi fisiche comprensibili a chiunque e di spacciarne altre, decisamente più fantasiose e contorte, come la spiegazione più logica. Con tanti cari saluti sia alla razionalità che al rasoio di Occam. E facciamolo ancora attraverso le parole di Bill Hicks, che mimando il movimento della testa di Kennedy all’impatto del proiettile, inizia il suo discorso ripetendo incessantemente la formula ipnotica proposta dalla stampa: back and to the left, back and to the left… indietro e a sinistra, indietro e a sinistra…

“Lo so che sembrerebbe ai profani o a coloro che non sono ferrati in fisica che questo movimento della testa sia causato da un proiettile che arriva… da quella parte. Visto? Ma no, quello che accadde è che il fucile di Oswald sparò causando un’eco dopo l’altra tra i palazzi di Dealy Plaza, e l’eco passò dalla limousine sulla sinistra fino alla collinetta erbosa, colpì delle foglie, facendo alzare la polvere che 56 testimoni dichiararono essere uno sparo, visto che subito dopo la testa di Kennedy esplose. Ma questo è successo perché l’eco è passata dal corteo sulla sinistra e lui si è voltato per vedere cosa fosse. Ecco qua. l’abbiamo risolta. Torna a dormire, America. Il tuo governo ha capito come si sono svolti i fatti. Torna a dormire America, il tuo governo ha ripreso il controllo. Ecco, tieni American Gladiators [show televisivo di lotta, N.d.R.], guardalo, stai zitta. Torna a dormire America, ecco American Gladiators su 56 canali. Guardate questi ritardati che si prendono a capocciate e congratulatevi con voi stessi perché vivete nella terra della libertà. Alla tua salute, America! Sei libera di fare come diciamo noi! Sei libera di fare come diciamo noi!”

E seguendo questo filo, come Teseo in un labirinto di eventi, dal 1963, passando per quel 1993 in cui Hicks ci insegnava che, diversamente dalla pazienza, la verità non ha una data di scadenza – e che bisogna pretenderla a prescindere da quanto tempo sia passato, e che è dal rispetto per la verità che passa il rispetto per i morti -, fino a quel giorno del 2001 che oggi commemoriamo, non ritroviamo forse, ancora, le incongruenze fra la versione ufficiale e i pareri, gli studi e le dimostrazioni di esperti di fisica, ingegneria edile e ingegneria dei materiali, che continuano a ripetere che la caduta delle Torri non è compatibile con l’impatto degli aerei e con gli incendi? Senza la necessità di citare qui tutte le altre incongruenze, discusse in numerosissimi documentari e libri – ricordiamo l’intervista di Francesco Toscano a Franco Fracassi, trasmessa il 6 settembre nella rubrica di Visione TV “Il personaggio del giorno”.

Allora aveva davvero ragione Bill Hicks quando ripeteva “Go back to bed, America”, “torna a dormire, America”?

Aveva ragione quando diceva che siamo liberi, liberi di fare come ci dicono? Aveva ragione quando accusava il marketing di essere la piaga più maligna che affligge la società? Aveva annusato nella propaganda le tracce di una gestione del potere e dell’informazione che ci hanno portati all’11 settembre e poi fino al 2020 e a una situazione che precipita in caduta libera, come le Torri?

Ebbene, vale la pena, ancora oggi, riguardare i lunghi, cinici, talvolta disturbanti monologhi di Bill Hicks.

Vale la pena ascoltare un uomo che, quasi trent’anni fa, non smetteva di occuparsi di un assassinio avvenuto a sua volta trent’anni prima. E ne vale la pena perché, in questo sguardo al passato, aveva visto un futuro che lui non ha mai vissuto e che è toccato però a noi:

“Presto saremo tutti chiusi in casa, nessuno per strada tranne i ragazzi che consegnano le pizze. E tutte le case saranno illuminate dalla TV accesa su American Gladiators. Siamo liberi. Continuate a ripeterlo: siamo liberi!”.

 MARIANGELA MICELI

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